Il discorso pronunciato da Mohammed VI in occasione della Festa del Trono non rappresenta soltanto un bilancio dei ventisei anni di regno, ma delinea una precisa strategia politica per accompagnare il Marocco nella fase successiva del proprio sviluppo. Dietro il richiamo alla coesione nazionale, alla riduzione delle disuguaglianze territoriali e alla crescita economica si intravede un progetto più ampio: consolidare il Regno come principale potenza economica dell’Africa nord-occidentale, rafforzarne l’autonomia strategica e trasformarlo in un ponte stabile tra Europa, Africa e Atlantico.
Un discorso programmatico in un momento decisivo
Ogni anno il Discorso del Trono (versione integrale alla fine dell’articolo) costituisce il principale momento di indirizzo politico del Regno del Marocco. L’edizione pronunciata da Mohammed VI assume però un valore particolare perché arriva in una fase di profonde trasformazioni regionali, a pochi mesi dalle elezioni legislative e in un contesto internazionale caratterizzato dalla frammentazione dell’economia mondiale, dalla competizione tra grandi potenze e dalla crescente instabilità del Sahel.
Il sovrano non ha scelto di presentare un elenco di risultati. Ha preferito indicare la direzione che il Paese dovrà seguire nei prossimi anni. Il cuore del messaggio è racchiuso in una constatazione: il Marocco è cresciuto, ma questa crescita non ha prodotto benefici uniformi sul territorio nazionale.
Per questo Mohammed VI ha invitato il governo ad abbandonare i tradizionali programmi di sviluppo sociale per adottare una politica di sviluppo territoriale integrato, fondata sulla valorizzazione delle specificità economiche delle diverse regioni, sul rafforzamento della regionalizzazione avanzata e sulla cooperazione tra territori.
Dietro questa impostazione emerge una visione che supera la semplice amministrazione delle risorse pubbliche. Il Marocco vuole costruire un modello capace di ridurre gli squilibri storici tra le grandi aree urbane della costa atlantica e le regioni interne, ancora caratterizzate da minori opportunità economiche.

La fine del modello basato sulle grandi opere
Durante il primo ventennio del regno di Mohammed VI, il Marocco ha puntato con decisione sulle infrastrutture.
Il porto di Tanger Med è diventato uno dei principali hub logistici del Mediterraneo. L’industria automobilistica ha superato quella sudafricana, facendo del Regno il primo esportatore africano di automobili. Le reti autostradali, ferroviarie e aeroportuali hanno cambiato profondamente la geografia economica del Paese, mentre gli investimenti nelle energie rinnovabili hanno consentito al Marocco di acquisire una posizione di rilievo nel settore dell’energia solare ed eolica.
Questa stagione di modernizzazione, tuttavia, ha mostrato anche i propri limiti.
La crescita si è concentrata soprattutto lungo l’asse Casablanca-Rabat-Tangeri, lasciando irrisolte le differenze economiche con vaste aree rurali e montane. La siccità ricorrente ha messo sotto pressione l’agricoltura, mentre l’aumento del costo della vita ha inciso sul potere d’acquisto di una parte consistente della popolazione. Lo stesso Mohammed VI, nei mesi scorsi, è intervenuto direttamente invitando eccezionalmente i cittadini a rinunciare al sacrificio dell’Aid al-Adha per preservare il patrimonio zootecnico nazionale, segnale della gravità della crisi agricola.
Il nuovo ciclo annunciato dal sovrano nasce quindi dalla consapevolezza che la costruzione di infrastrutture, da sola, non garantisce uno sviluppo equilibrato.
Sovranità economica come scelta geopolitica
Uno degli aspetti più interessanti del discorso riguarda il concetto di sovranità economica, che nel lessico politico marocchino assume un significato preciso.
Non si tratta di chiusura verso i mercati internazionali. Al contrario, Rabat continua a presentarsi come uno dei Paesi più aperti agli investimenti esteri del continente africano. La sovranità viene invece interpretata come capacità di controllare le filiere strategiche, aumentare il valore aggiunto delle produzioni nazionali e ridurre la dipendenza da fornitori esterni nei settori considerati essenziali.
È una linea che riflette una tendenza ormai diffusa a livello mondiale. Le crisi degli ultimi anni hanno mostrato quanto possano essere vulnerabili le catene globali di approvvigionamento. Per un Paese privo di grandi risorse energetiche come il Marocco, consolidare una base industriale diversificata significa aumentare la propria autonomia decisionale.
L’industria automobilistica rappresenta il caso più evidente. In pochi anni il Regno è passato dall’essere semplice sede di assemblaggio a ospitare una rete di fornitori, imprese specializzate e centri logistici integrati che producono una quota crescente dei componenti direttamente sul territorio nazionale. Lo stesso percorso interessa il settore aeronautico, l’industria farmaceutica e le tecnologie legate alla transizione energetica.
Il Marocco guarda sempre più all’Africa
L’aspetto forse più rilevante del progetto illustrato da Mohammed VI riguarda però la dimensione continentale.
Negli ultimi quindici anni il Marocco ha progressivamente spostato il proprio baricentro diplomatico verso l’Africa subsahariana. Banche, compagnie assicurative, imprese di telecomunicazioni, gruppi edilizi e operatori energetici marocchini hanno investito in decine di Paesi africani, costruendo una rete economica che oggi rappresenta uno dei principali strumenti di influenza di Rabat.
Questa strategia non nasce soltanto da considerazioni economiche. Essa risponde anche alla volontà di consolidare il sostegno africano sulla questione del Sahara Occidentale, dossier che continua a rappresentare la priorità assoluta della politica estera marocchina. In questo quadro si inseriscono anche i grandi progetti infrastrutturali, come il gasdotto Nigeria-Marocco e l’Iniziativa Atlantica destinata a offrire ai Paesi del Sahel uno sbocco sull’Oceano Atlantico attraverso le infrastrutture marocchine.
Queste iniziative mostrano come Rabat non aspiri semplicemente a essere una piattaforma commerciale, ma voglia assumere il ruolo di cerniera geopolitica tra l’Africa occidentale, il Mediterraneo e l’Europa.
Se la dimensione economica costituisce il pilastro interno della strategia delineata da Mohammed VI, quella internazionale ne rappresenta il naturale completamento. Il Marocco sta infatti cercando di occupare una posizione sempre più autonoma nello scenario globale, evitando di legarsi esclusivamente a uno dei grandi poli geopolitici emergenti.
Negli ultimi anni Rabat ha consolidato i rapporti con l’Unione europea, che resta il principale partner commerciale del Regno, ma contemporaneamente ha intensificato la cooperazione con la Cina, ha rafforzato le relazioni strategiche con gli Stati Uniti, ha mantenuto un dialogo costante con i Paesi del Golfo e ha ampliato la propria presenza economica nell’Africa subsahariana.
Questa politica estera multidirezionale non nasce dall’improvvisazione. Essa risponde alla convinzione che il progressivo superamento dell’ordine internazionale unipolare renda conveniente mantenere margini di manovra il più possibile ampi. In questo senso, il Marocco sta perseguendo una forma di autonomia strategica, cercando di trasformare la propria posizione geografica in un vantaggio politico.

Il rapporto con i BRICS
Pur non avendo manifestato l’intenzione di aderire ai BRICS, Rabat osserva con attenzione l’evoluzione del gruppo e l’espansione della cooperazione economica tra le economie emergenti.
Per il Marocco, il tema non è tanto l’ingresso in una nuova organizzazione internazionale quanto la possibilità di ampliare i mercati di sbocco delle proprie esportazioni e di attrarre investimenti provenienti da attori diversi rispetto ai tradizionali partner europei.
I rapporti con la Cina continuano a svilupparsi nell’ambito della Belt and Road Initiative, mentre l’India rappresenta un mercato sempre più importante per i fertilizzanti prodotti dal gruppo OCP, il principale esportatore mondiale di fosfati. Anche le relazioni con il Brasile e con gli Emirati Arabi Uniti hanno conosciuto una significativa intensificazione.
Questa diversificazione consente al Marocco di ridurre la dipendenza da un unico spazio economico e di adattarsi più facilmente ai mutamenti della congiuntura internazionale.
Il nodo del Sahara Occidentale
Qualunque analisi della politica estera marocchina sarebbe incompleta senza considerare la questione del Sahara Occidentale, che continua a rappresentare il principale dossier diplomatico del Regno.
Negli ultimi anni Rabat ha ottenuto importanti successi sul piano internazionale. Sempre più Stati hanno aperto consolati a Laayoune e Dakhla oppure hanno espresso sostegno al piano marocchino di autonomia, considerato da numerosi governi come la soluzione più realistica per il conflitto.
Anche il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara, deciso nel 2020 e confermato dalle amministrazioni successive, ha modificato gli equilibri diplomatici della regione.
Ciò non significa che il contenzioso possa considerarsi risolto. L’Algeria continua a sostenere il Fronte Polisario e le relazioni tra Rabat e Algeri restano segnate da una profonda diffidenza, con il confine terrestre chiuso da oltre trent’anni. Questa rivalità limita le prospettive di integrazione economica del Maghreb e rappresenta uno dei principali fattori di instabilità dell’Africa nord-occidentale.
Il progetto atlantico
Uno dei passaggi più interessanti della strategia marocchina riguarda la cosiddetta Iniziativa Atlantica, attraverso la quale Rabat propone ai Paesi del Sahel privi di sbocco al mare un accesso privilegiato ai porti marocchini sull’Oceano Atlantico.
Il progetto interessa Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad e mira a creare nuovi corridoi logistici capaci di favorire gli scambi commerciali e ridurre l’isolamento geografico di queste economie.
Al di là della dimensione economica, l’iniziativa possiede un evidente significato geopolitico. Offrendo un’alternativa ai tradizionali collegamenti attraverso l’Algeria o i porti del Golfo di Guinea, il Marocco rafforza la propria influenza in un’area nella quale la presenza occidentale si è progressivamente ridotta e nuovi attori, come Russia, Turchia e Cina, stanno acquisendo un ruolo crescente.
Le criticità del modello marocchino
L’immagine di un Paese in costante crescita non deve tuttavia far dimenticare le difficoltà ancora presenti.
Le differenze di reddito tra aree urbane e rurali rimangono significative. La disoccupazione giovanile continua a rappresentare una sfida importante, soprattutto tra i laureati. La scarsità delle risorse idriche, aggravata da anni di precipitazioni inferiori alla media, costituisce uno dei principali vincoli allo sviluppo agricolo e industriale.
Anche il sistema sanitario e quello scolastico, pur interessati da importanti riforme, presentano ancora margini di miglioramento. La sfida del nuovo ciclo di sviluppo consisterà proprio nel trasformare i successi macroeconomici in un effettivo miglioramento delle condizioni di vita dell’intera popolazione.
È su questo terreno che verrà misurata la credibilità del progetto illustrato da Mohammed VI.
Una strategia destinata a incidere sugli equilibri regionali
Il discorso del Trono del 29 luglio 2026 non va letto come un semplice programma di governo. Esso rappresenta il tentativo di definire la posizione che il Marocco intende occupare nel nuovo ordine internazionale.
Il Regno punta a consolidarsi come piattaforma industriale e logistica tra Europa e Africa, come interlocutore privilegiato dei Paesi del Sahel e come protagonista della trasformazione economica del continente africano. Per raggiungere questo obiettivo dovrà però affrontare questioni strutturali che non possono essere risolte soltanto attraverso nuovi investimenti o grandi opere.
La riduzione delle disparità territoriali, la creazione di occupazione qualificata, la gestione della crisi idrica e la modernizzazione dello Stato rappresentano condizioni indispensabili affinché la crescita economica si traduca in uno sviluppo realmente condiviso.
In definitiva, il messaggio di Mohammed VI conferma una tendenza ormai evidente: il Marocco non intende limitarsi a reagire ai cambiamenti del contesto internazionale, ma vuole contribuire a plasmarli, sfruttando la propria posizione geografica, la stabilità delle istituzioni e una politica estera sempre più orientata alla diversificazione delle alleanze. Resta da verificare se le ambizioni geopolitiche del Regno riusciranno a procedere con la stessa velocità della trasformazione economica e sociale richiesta all’interno del Paese.
DI SEGUITO IL VIDEO INTEGRALE DEL DISCORSO DEL TRONO
