Ro. Ro. – L’Iran ha proposto e starebbe valutando la possibilità di consentire la libera navigazione delle navi dal lato omanita dello Stretto di Hormuz. La proposta, trapelata nelle ultime ore dalle principali cancellerie internazionali, sarebbe legata a un eventuale accordo più ampio con gli Stati Uniti e rappresenterebbe un primo segnale di de-escalation su uno snodo strategico.
Il dossier resta però altamente instabile. Da Teheran, Mohsen Rezaei consigliere della Guida Suprema, ha accusato il “biondo” Donald, di voler fare il poliziotto nello Stretto, avvertendo che le navi statunitensi attualmente impiegate nel blocco potrebbero diventare bersagli in caso di escalation. Oggetto di discussione è stata anche la notizia, smentita da Pechino, secondo cui l’Iran avrebbe utilizzato mezzi militari cinesi per colpire gli Stati Uniti. Si tratterebbe di satelliti spia TEE-01B, che secondo le ricostruzioni sarebbero stato acquistato nel 2024 dalla Forza Aerospaziale del Corpo della Guardia della Rivoluzione Islamica per circa 250 milioni di renminbi (36,6 milioni di dollari), dopo il suo lancio nello spazio dalla Cina.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti potrebbero invece inviare in Medio Oriente altri 10mila militari, in aggiunta ai 50mila già stanziati nella regione, a ridosso della scadenza del cessate il fuoco di due settimane, che terminerà il prossimo 22 aprile. E’ stata diffusa anche la notizia secondo cui l’amministrazione Trump potrebbe reclutare le case automobilistiche e altri produttori statunitensi per affidare loro un ruolo più ampio nella produzione di armamenti, richiamando una pratica utilizzata durante la seconda guerra mondiale. Alti funzionari della Difesa avrebbero discusso della produzione di armi e di altre forniture militari con gli amministratori delegati di diversi gruppi manifatturieri statunitensi, tra cui Mary Barra di GM e Jim Farley di Ford Motor. Un saliscendi, una tensione continua fra due poli opposti: libertà e sicurezza. Dopotutto, i popoli sono la proiezione collettiva dell’individuo. Compiono scelte razionali o emotive. C’è chi rischia qualcosa per conquistarsi un posto al sole e chi preferisce affidarsi alla protezione dell’amico più forte, accontentandosi di ciò che avanza. C’è chi guida e chi segue. Questione di numeri.
La Storia insegna che la leadership globale passa per il controllo dei mari. Le antiche civiltà lo avevano già compreso, e costruirono grandi flotte per contendersi il dominio dei mari. In Mediterraneo fu teatro di accaniti scontri, dalla prima guerra punica al secolo britannico, e fino ai giorni nostri. Presidiare le rotte commerciali, garantire la sicurezza dei traffici, significa dominare il mondo. Ancora oggi, nonostante aerei supersonici e alta velocità, oltre l’80% delle merci viaggia sull’acqua, soprattutto petrolio e gas.
In effetti, gli Stati Uniti importano quasi zero attraverso Hormuz, e la EIA (US-Energy Information Administration), infatti, ha dichiarato che appena il 2% del greggio utilizzato dagli americani passa attraverso quello stretto. Tuttavia, il “biondo” Donald mente sapendo di mentire, quando sostiene di volerlo bonificare e rendere di libero passaggio per i Paesi del mondo, perché lo fa unicamente per il proprio tornaconto. Non si capirebbe altrimenti per quale ragione continui a inviare marines dall’altra parte del mondo, spendendo quasi un miliardo di dollari al giorno.
C’è di più della follia diagnosticata da qualche politologo o di presunti ricatti israeliani legati al caso Epstein. C’è lo scheletro su cui si regge il mondo. Da circa ottant’anni, la potenza militare consente agli Stati Uniti di garantire la sicurezza marittima globale. Cosa significa? Che la libertà di navigazione sancita dal diritto internazionale si regge, in larga parte, sulla loro capacità di farla rispettare.
La marina americana dispone infatti di una facoltà di intervento globale nei principali punti sensibili, quelli in cui il passaggio delle imbarcazioni è più esposto ai rischi: stretti, istmi, i cosiddetti chokepoint, i punti di strozzatura dove è più semplice impedire il transito. In tale contesto, la forza militare diventa leva finanziaria: il mondo si affida all’ordine garantito da Washington e lo finanzia acquistando titoli del debito pubblico americano, cioè prestando denaro agli Stati Uniti.
Ebbene, Iran, Cina, Russia e gruppo BRICS hanno messo in discussione tutto ciò. Si spiega così il contro-blocco navale ordinato da Donald Trump alla sua marina militare, perché deve dimostrare al mondo che le chiavi di casa sono ancora nelle mani degli Stati Uniti. Ma non è più come una volta…
