Roberto Roggero – BRICS&Friends incontra Farahin Fard, iraniana di nascita che oggi vive in Italia, a Genova, dove è giunta dopo una vita decisamente avventurosa, fra diversi interessi e sempre fedele ai propri valori e principi, fra lavoro, passioni e iniziative concrete. Nata in una città del nord dell’Iran nel dicembre 1972, in giovane età Farahin ha vissuto i giorni della grande Rivoluzione Islamica, attraversando grandi sacrifici per restare fedele al principio della verità sopra tutto, della giustizia, del valore della vita, spendendosi per cercare di migliorare le condizioni del mondo, valorizzando le differenze culturali come strumento di unione, convivenza e arricchimento reciproco fra i popoli e non di separazione. Ammessa all’università, ha compiuto gli studi in infermieristica a Teheran, e dopo la laurea ha lavorato nel reparto di chirurgia all’ospedale Kasra della capitale, lo stesso dove nel settembre 1999 è morta Mahsa Jina Amini, simbolo della condizione della donna in Iran e studentessa di giurisprudenza, deceduta in seguito alle ferite riportate durante l’arresto da parte di agenti della cosiddetta “Polizia dell’Orientamento”. Spinta dalla passione per il giornalismo e il fotogiornalismo, ha lavorato in questo campo fin dalle scuole superiori e, durante gli anni universitari, ha frequentato corsi di scrittura e fotografia. Nonostante gli studi e i corsi di gestione pubblica e ospedaliera, il suo profondo interesse per le discipline umanistiche, l’attivismo politico e i diritti umani l’ha guidata verso questa strada.
Nel 2018 ha lasciato l’Iran per trasferirsi a Genova, dove vive tuttora. Durante questo periodo ha pubblicato un’autobiografia e un libro narrativa per bambini e attualmente ha in lavorazione un nuovo libro sulla propria terra natale, con una carriera di successo e prestigio, sia nell’attività pratica che soprattutto nella gestione organizzativa, principale specializzazione.
Che cosa ricordi della tua città natale? Come è adesso, e come si vive oggi dove sei nata?
“Sono nata a Rasht, capoluogo della provincia di Gilan, nel nord dell’Iran. Rasht ha molte somiglianze con Genova: vicinanza al mare e alle montagne, clima umido, piogge frequenti, estati calde e afose e un grande flusso di viaggiatori. Data la sua vicinanza a Teheran, gli abitanti della capitale vi si recano per svago nei fine settimana, e la densità di popolazione è elevata. Ha una sua geopolitica particolare: la vicinanza alla Russia (Rasht è anche “sorella adottiva” di Mosca), i porti commerciali. In passato, si trovava sulla Via della Seta ed era conosciuta come la porta d’accesso alla civiltà iraniana. È nota per la cultura e la passione per poesia e letteratura. Molti scrittori, poeti e studiosi famosi provenivano da questa regione. La poesia e la letteratura occupano un posto speciale in tutto l’Iran, ma a Rasht, fin da bambina, ho visto che anche i miei nonni avevano imparato a memoria molte poesie, e spesso rispondevano alle domande con poesie e canti. I miei genitori avevano un quaderno di poesie. Mio padre scriveva testi letterari.
In sostanza, Rasht è nota per la gente di mentalità aperta e grande intelligenza. La prima biblioteca nazionale, il primo teatro classico, la prima filiale bancaria dell’Iran, la prima ferrovia, la farmacia notturna e la casa di riposo per anziani e disabili sono stati costruite a Rasht. È anche uno dei principali centri agricoli, industriali e farmaceutici dell’Iran. Si prode riso, tè, pesce, caviale, olio d’oliva, c’è un fiorente artigianato, e anche una antichissima fabbrica tessile. La città è inoltre iscritta al registro UNESCO per la sua gastronomia creativa. Nel 1858 i primi europei a entrare a Rasht per raccogliere uova di baco erano degli italiani. A quel tempo, il commercio estero in quella provincia era così fiorente da fornire il 40% del bilancio nazionale durante l’era Qajar. Ma ancora più importante e interessante è la storia delle lotte del popolo di quella regione. Ci sono stati numerosi movimenti e rivolte. Combattenti che hanno lottato sia contro governanti impotenti, dipendenti dalle potenze straniere, sia per l’indipendenza dal colonialismo russo e britannico. Dall’invasione mongola alla Seconda Guerra Mondiale, quella provincia è stata costantemente teatro di periodi alternati di guerre civili e conflitti con potenze straniere. Durante la guerra, sebbene l’Iran fosse neutrale, fu al centro di invasioni da entrambe le parti e soffrì la carestia, con milioni di morti. Questi argomenti non sono rilevanti oggi, ma hanno una storia particolare e interessante che merita di essere approfondita, almeno per comprendere quanto sia antica la cultura della resistenza, come parte integrante della cultura territoriale del nostro Paese, soprattutto nella mia città natale. Sono tornata a Rasht qualche mese fa, dopo molti anni. Lo sviluppo urbano era evidente, la densità di popolazione molto alta. Molte persone provenienti da altre città si erano stabilite a Rasht, e c’è stata mescolanza culturale, tuttavia molte delle antiche tradizioni e culture erano ancora preservate. Rispetto a Teheran, una città caotica e congestionata dal traffico, Rasht è più tranquilla. La gente ama ancora visitare luoghi d’interesse e fare shopping. Sono particolarmente ghiotti di cibo, e la cucina è deliziosa”.
Nel 1979 eri una bambina, ma ricordi qualcosa della grande Rivoluzione Islamica? Che cosa ti ha lasciato questo radicale cambiamento della storia iraniana?
“Avevo sei anni durante la Rivoluzione. Frequentavo la prima elementare. Ricordo che ripetevamo gli slogan che la gente scandiva per le strade. Naturalmente, da bambini non capivamo la situazione, e non c’era stato alcun cambiamento nelle nostre vite. Sapevamo solo che lo Scià, che era un tiranno, se n’era andato e che era arrivato Khomeini. Ricordo di aver chiesto una volta a mia madre perché avesse votato per la Repubblica Islamica. Lei rispose che la Repubblica Islamica prometteva “la giustizia di Ali”, il primo Imam degli sciiti, molto famoso e popolare sia fra i religiosi che tra i non religiosi, per le qualità umane impeccabili e soprattutto per l’incrollabile senso di giustizia. Questo dimostra chiaramente quanto fosse importante la questione della giustizia per tutte le fasce della popolazione durante la Rivoluzione.
Ricordo una scena, esattamente un giorno dopo la vittoria della Rivoluzione Iraniana. A Rasht l’organizzazione della SAVAK (Sāzemān-e Eṭṭelāʿāt va Amniyat-e Keshvar, cioè Organizzazione Nazionale Sicurezza e Informazione, la polizia segreta del periodo imperiale che la dinastia Pahlavi usò per tenere sotto controllo l’Iran, in particolare dopo il governo di Mossadeq che aveva tentato di indebolirla, e che era stato deposto da un golpe organizzato dai servizi segreti statunitensi e britannici – ndr) non si era ancora arresa. Ci fu uno scontro, e 22 agenti della SAVAK si trovavano all’interno del loro edificio, sparando sulla folla. Nel frattempo, sette o otto membri della SAVAK furono uccisi. Gli altri diedero fuoco all’edificio per fuggire e distruggere le prove. Il giorno dopo lo scontro, io e la mia famiglia ci trovammo a passare di lì. Vidi il corpo di uno di questi membri della SAVAK. Nessuno si era nemmeno preoccupato di recuperarli. La gente odiava profondamente la SAVAK. Nei fatti, la SAVAK era una branca del Mossad. Tutti i suoi membri erano stati addestrati dal Mossad e utilizzavano metodi terribili negli interrogatori e nelle carceri. Avevano creato un clima di terrore e sicurezza nel Paese, tanto che la gente aveva paura persino di parlare contro il regime anche in casa. Non si poteva nemmeno tenere libri che esprimessero idee di sinistra. Tutto era segreto. I più grandi nemici della SAVAK erano le sinistre e i religiosi, ecco perché si vedono ancora i monarchici gridare “morte alla sinistra” e “morte all’Islam”. Gli effetti e gli sviluppi della Rivoluzione Iraniana sono stati diversi in ogni periodo della mia vita, e se dovessi descrivere i miei 47 anni di vita suddivisi in diverse fasi della Rivoluzione, ne verrebbe fuori un libro a sé stante. Purtroppo, in Europa, la conoscenza della Rivoluzione Iraniana, e anche del suo passato, è molto incompleta. Una delle ragioni potrebbe certamente essere il dominio imperialista dei media. Se c’è interesse, possiamo parlarne separatamente.
Ricordo molto meglio la guerra Iran-Iraq perché è durata otto anni e io ero più grande. Ricordo anche il primo giorno in cui suonò la sirena e la televisione annunciò l’inizio del conflitto. Ricordo che un giorno eravamo a scuola, suonò la sirena e corremmo al rifugio. Vicino alla scuola, proprio dall’altra parte della strada, c’era un fiume che in quel periodo dell’anno si era trasformato in una distesa di fango. Dopo i bombardamenti, scoprimmo che una delle bombe era caduta proprio nel fiume e non era esplosa nel fango. Se fosse esplosa, forse ora non sarei qui…”.

Da Teheran come sei arrivata in Italia? Qual’è stato il percorso che ti ha portato a Genova?
“Ho vissuto a Teheran per circa 26 anni. Non ho mai avuto intenzione di emigrare all’estero. Pur avendone avuto la possibilità, fin da quando avevo 16 anni, non ho mai avuto interesse a vivere fuori dall’Iran. Negli ultimi due anni della mia vita, mi sono accadute cose terribili, difficili da spiegare. Ho deciso di lasciare il Paese e, poiché mia sorella viveva in Italia, a Genova, ho ottenuto tramite lei un permesso di soggiorno e ho lasciato l’Iran nel giro di pochi mesi. Ora vivo a Genova da qualche anno”.
Oggi l’Iran sta attraversando un periodo drammatico, e nonostante questo è ancora un esempio di resilienza e volontà. Come consideri lo scenario attuale e quali sono secondo te gli scenari futuri?
“Sappiamo tutti che l’Iran ha una geopolitica molto particolare. Se dicessi che l’Iran è il cuore della geopolitica mondiale, non lo ammetterei. Se si comprendesse questo, sarebbe più facile comprendere molte delle crisi e delle guerre che si stanno verificando nella Regione. Capiremmo perché il cuore del mondo è sempre stato, ed è tuttora, sotto attacco da parte di forze che minacciano l’intero pianeta. L’Iran non è mai stato un Paese guerrafondaio, non ha mai invaso, è sempre stato invaso, si è difeso e ha resistito. In sostanza, noi in Medio Oriente non combattiamo. Resistiamo. Non abbiamo altra scelta che resistere. È una questione di sopravvivenza, ma non la sopravvivenza della Repubblica Islamica, né la sopravvivenza di specifici gruppi religiosi o governi. La sopravvivenza dell’Iran, la sopravvivenza del Libano, la sopravvivenza e la rinascita della Palestina. I problemi e le crisi dell’Iran e della Regione non hanno nulla a che fare con il governo religioso, né con i diritti umani, o con la democrazia, con il velo, né con qualsiasi altra scusa. Se domani io diventassi presidente dell’Iran e attuassi cambiamenti strutturali, troverebbero comunque una scusa per invadere, aggredire e portare avanti i loro piani. Ancora di più di prima. La radice di tutte le crisi, guerre, violenze e brutalità in Medio Oriente si può riassumere in tre elementi: geopolitica; un’entità chiamata Israele; imperialismo ed egemonia americana. Tutte le altre argomentazioni sono fuorvianti e mirano a ingannare l’opinione pubblica mondiale. Questi fattori non solo causano crisi nella della politica estera, ma aggravano anche ogni sorta di crisi esistente, e polarizzazioni, problemi economici, separatismo, mancanza di sviluppo, corruzione, insoddisfazione sociale e migliaia di altri problemi all’interno del Paese. Le guerre coloniali sono sempre ibride. I governi non hanno altra scelta che essere inflessibili, perché devono scegliere fra libertà e indipendenza, fra sicurezza, mantenimento dell’integrità territoriale e democrazia. Devono resistere per preservare indipendenza e sicurezza. Ed è qui che vengono affibbiati loro ogni sorta di etichette, dal definire i governi “regimi” al definire i gruppi di resistenza “terroristi”. Mentre noi sappiamo benissimo chi sono i veri terroristi, che hanno costruito la loro intera esistenza su terrore, occupazione di terre, massacri, criminalità, tortura, aggressione, colonialismo e tirannia…e poi sono che chiamano terrorista chi che difende la propria terra, resiste al colonialismo e all’occupazione e lotta legittimamente per riconquistare la propria libertà e autodeterminazione!
Purtroppo, il pianeta è diventato una giungla. Non ci sono leggi. Le organizzazioni per i diritti umani e il diritto internazionale sono solo un nome. Il genocidio a Gaza continua a consumarsi sotto i nostri occhi. Tutte le recenti invasioni e guerre contro l’Iran sono completamente illegali, violano tutte le leggi internazionali, sono crimini di guerra e c
rimini contro l’umanità dall’inizio alla fine. E non c’è nemmeno una condanna, nemmeno una reazione. Se il mondo non fosse la giungla che è, personaggi come Trump e Netanyahu sarebbero stati arrestati e puniti immediatamente.
Per i leader e i partiti, tutti i conflitti e le crisi lontane dai loro confini sono solo strumenti per rafforzare e mantenere il potere e gli interessi personali, e non gli interessi del Paese, nonché per indebolire ed eliminare avversari politici. Nella dimensione umana ed emotiva, sebbene dopo la tempesta di Al-Aqsa il mondo sia diventato ogni giorno più consapevole, non è ancora sufficiente a creare una grande tempesta umana che liberi l’umanità dalla schiavitù di sé stessa. Purtroppo, in Occidente, le parole sono state prese in ostaggio, i concetti vengono usati in modo improprio a fini politici, e le parole hanno perso il loro vero valore. Uno dei termini più infelici è “pace”. Persino tra la gente comune si pensa che pace significhi assenza di guerra. Sventolano bandiere multicolori e dicono che siamo umani, mentre la situazione a Gaza e in Cisgiordania è terribile. La Palestina sta esalando l’ultimo respiro. Ma il nome è “pace” e non ci sono più bombardamenti come prima. Nessuno dice più niente. Come ha dichiarato Yahya Ibrahim Hasan Sinwar, punto di riferimento della Resistenza palestinese dopo che gli israeliani hanno ucciso Isma’il Haniyeh, a Teheran nel luglio 2024, e a sua volta ucciso nell’ottobre seguente nella Striscia, a Rafah “il mondo vuole che siamo brave vittime e che moriamo in silenzio”. A quanto pare, il mondo non ha problemi con il genocidio silenzioso che va avanti da decenni.
A volte si organizzano manifestazioni e si gridano slogan di sostegno, e fanno il loro dovere. Tutti coloro che chiedono il disarmo dei gruppi di resistenza vogliono la stessa cosa. I nemici sono molto più astuti, sanno che, nonostante la resistenza a Gaza, Hezbollah libanese, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e le armi militari avanzate, non possono portare avanti il loro progetto coloniale. Hanno un problema con il potere e la resistenza.
È interessante notare che, apparentemente dalla parte opposta, i pacificatori, vogliano la stessa cosa. Il Papa, durante la sua prima missione all’estero, si è recato in Libano e ha chiesto il disarmo della resistenza libanese! Mi chiedo se non si sia reso conto di aver commesso un atto sionista… che legittima l’occupazione del Libano. C’è molto da discutere su questo argomento, magari possiamo parlarne in dettaglio in una prossima occasione. Per riassumere, finché esisterà un’entità chiamata Israele in Medio Oriente, né il Medio Oriente né il mondo conosceranno mai la pace.
Quali sono i tuoi rapporti con le comunità iraniane in Italia?
“Gli iraniani in Italia provengono generalmente da una specifica classe sociale. La maggior parte di loro si reca regolarmente in Iran, dove fanno business, o trattamenti medici e cosmetici. Qui in Italia, in genere, non sono coinvolti in attività sociali, culturali o politiche. Negli ultimi anni, alcuni giovani sono venuti in Italia per proseguire gli studi. Gli iraniani sono generalmente interessati alla formazione universitaria, in particolare a livello di master e dottorato. In Iran, l’accesso all’università è difficile, il livello di istruzione è elevato e ci sono molti candidati. Questi giovani di solito non vengono in Europa per restarci a lungo. Il tenore di vita qui è basso per loro. Sono abituati alla vita moderna. La classe media in Iran non vive come la classe media qui. Per quanto ho potuto constatare, sono per lo più alla ricerca di un lavoro comodo e ben retribuito. Se l’attività politica è vantaggiosa per loro, la svolgono senza esitazioni. Esiste anche una diaspora che ha lasciato l’Iran dopo la Rivoluzione a causa del loro monarchismo, dell’ostilità verso il governo, della religione o dell’appartenenza a gruppi politici come i Mojaheddin. Naturalmente, anche qui, loro e la loro generazione lavorano contro la Repubblica Islamica, e persino contro l’Iran per via del loro odio. Alcuni sono affiliati a gruppi politici di opposizione all’interno del Paese o a separatisti, e la ragione per cui si oppongono alla Repubblica Islamica e al governo costituito è la sete di potere. Dai tempi del movimento “Donne, Vita, Libertà”, ho notato persone che non hanno né una particolare alfabetizzazione politica né una completa comprensione dell’Iran e della sua situazione. Alcuni sono nati qui, o ci sono stati fin dall’infanzia, o hanno trascorso la maggior parte della loro vita all’estero, ma sono riusciti a farsi strada nei media italiani e hanno diffuso qualsiasi menzogna volessero a nome del popolo iraniano, chiedendo ai governi occidentali di attaccare e bombardare il Paese. Hanno diffuso qualsiasi statistica volessero, da 10mila a 50mila morti, da persone diverse in programmi diversi……
A dire il vero, sono rimasta molto delusa da un certo genere di media e da un certo tipo giornalisti italiani. Prima di venire in Italia, pensavo che qui non ci fossero fake news, censura o menzogne. Non ho visto programmi televisivi o giornalisti che cercassero la verità, ed è per questo che non vedrete mai me o qualcuno come me in televisione. Se un avvocato o un giornalista mi avessero aiutato, avrei potuto lamentarmi dei media e degli iraniani anti-iraniani che hanno esteso la loro rete sui vostri mezzi di comunicazione. Certo, riconosco il diritto di non essere in grado di distinguere, per avere visto solo iraniani nel vostro Paese, mentre l’Iran è un Paese vasto, composto da diverse etnie. Come tanti Paesi in un unico Paese, con culture, spiriti e aspirazioni differenti. Bisogna volerlo e prendersi il tempo necessario se si vuole conoscere la verità”.
Che cosa vuoi trasmettere con la tua attività umanistica?
“L’attività umana, come suggerisce il nome, dovrebbe trasferire l’umanità dal corpo all’anima, dal materiale allo spirituale. Il mondo non ha bisogno di una “industria umanitaria” ma di esseri umani, di persone. Le industrie umanitarie che operano ampiamente nel mondo sotto varie spoglie sono prive di umanità, spiritualità e giustizia, e non cercano di risolvere i problemi alla radice perché, come ho detto, sono industrie (nella migliore delle ipotesi, ovviamente). E nella peggiore, sono una copertura per riciclaggio di denaro, corruzione e altro…Ho esperienza diretta in alcune di queste industrie”.
…I tuoi scritti. Hai pubblicato una autobiografia, racconti per bambini, e hai in lavorazione un libro sul tuo Paese, e il progetto di una associazione culturale…
“Sì, ho scritto un’autobiografia (se così si può dire), in persiano, ma solo in formato elettronico. È stata scritta in circostanze particolari e avevo fretta di pubblicarla, perché doveva trasmettere determinati messaggi. In seguito, potrei revisionarla e pubblicarne una versione cartacea più completa. Ho anche scritto un racconto per bambini in italiano intitolato “Il segreto dei Versa”. Naturalmente, la versione persiana è stata pubblicata con il titolo “Il Palazzo d’Oro del Sole è dove tramonta”. Era solo un riscaldamento per capire come fosse la situazione dell’editoria in Italia. Perché in realtà, avrebbe dovuto essere un libro con numerosi racconti che descrivessero un ciclo in nove parti, non un unico racconto. Sto anche scrivendo un libro sull’Iran, che sarà molto voluminoso, perché dovrebbe spiegare in dettaglio tutte le complessità dell’Iran e dare uno sguardo al mondo terrestre dall’alto. Ho anche in mente di fondare un’organizzazione, un progetto che spero si possa realizzare, ma ora è prematuro parlarne”.
Se trovassi la lampada magica, quali sarebbero i tuoi tre desideri?
“Ho qualche difficoltà con la tipologia di questa domanda, ma risponderò comunque. Non rivelerò i miei primi due desideri, perché anche se lo facessi, non potresti pubblicarli! Darò una sola risposta: costruirei un paese immenso, vi riunirei i migliori del mondo, e creerei infrastrutture e sistemi legislativi tali da renderlo un modello di governo per tutti i Paesi del mondo, e un modello di vita per l’umanità. Un vero paradiso terrestre…. Se si parla di lampada magica, qualsiasi risposta è corretta. Inoltre, nessuna delle strutture governative è esistita in eterno, nessuna come le scienze. Ogni scoperta prima ha preso forma nelle menti, nei cuori, nei sogni, poi è diventata realtà”.
