Il voto del 1° giugno rafforza Abiy Ahmed, ma il Paese resta segnato da tensioni etniche, guerre interne, dispute sul Nilo e interrogativi sulla qualità della democrazia
di Chiara Cavalieri
ADDIS ABEBA. L’Etiopia ha vissuto il 1° giugno 2026 uno dei momenti politici più importanti della sua storia recente. Oltre 50 milioni di cittadini sono stati chiamati alle urne per eleggere i 547 membri della Camera dei Rappresentanti del Popolo, il Parlamento federale che successivamente designerà il Primo Ministro del Paese. Si tratta della settima consultazione elettorale generale dall’adozione della Costituzione federale del 1995 e di un appuntamento destinato a influenzare non soltanto il futuro dell’Etiopia, ma l’intero equilibrio geopolitico del Corno d’Africa.

Le elezioni si sono svolte in un contesto particolarmente delicato. Da una parte vi è la volontà del governo di presentare al mondo l’immagine di un Paese che continua il proprio percorso di crescita economica e consolidamento istituzionale; dall’altra persistono profonde tensioni etniche, conflitti armati irrisolti, accuse di limitazioni dell’opposizione politica e controversie regionali che rendono il quadro estremamente complesso.
Tutti gli osservatori nazionali e internazionali concordavano già prima dell’apertura dei seggi sul fatto che il Prosperity Party, guidato dal Primo Ministro Abiy Ahmed, fosse destinato a ottenere una nuova e ampia vittoria. La forza organizzativa del partito, il controllo delle principali istituzioni e la frammentazione dell’opposizione rendevano infatti altamente improbabile qualsiasi alternanza politica.
L’ASCESA DI ABIY AHMED E LE PROMESSE DEL CAMBIAMENTO
Quando Abiy Ahmed arrivò al potere nel 2018, fu accolto come il simbolo di una nuova stagione politica. Proveniente dalla comunità Oromo, la più numerosa del Paese, il giovane leader apparve capace di rompere gli equilibri consolidati della vecchia coalizione di governo e di aprire una fase di profonde riforme.

La firma dello storico accordo di pace con l’Eritrea gli valse nel 2019 il Premio Nobel per la Pace. In quegli anni molti osservatori internazionali videro nell’Etiopia un possibile modello di democratizzazione per l’intero continente africano.
Tuttavia, le speranze iniziali si sono progressivamente scontrate con una realtà molto più complessa. Le tensioni etniche mai completamente risolte, le rivalità regionali e le lotte per il potere hanno presto minato il progetto di riforma.
Il momento più drammatico è arrivato nel novembre 2020 con lo scoppio della guerra del Tigray, uno dei conflitti più devastanti del XXI secolo nel continente africano. Gli scontri tra il governo federale e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) hanno provocato centinaia di migliaia di morti dirette e indirette, oltre a una gravissima crisi umanitaria che ha attirato l’attenzione delle Nazioni Unite e delle principali organizzazioni internazionali.
Sebbene l’Accordo di Pretoria del 2022 abbia formalmente posto fine alla guerra, le ferite del conflitto sono ancora aperte e continuano a influenzare profondamente la politica etiope.
UN’ELEZIONE SENZA IL TIGRAY
Uno degli aspetti più controversi delle elezioni del 2026 è rappresentato dall’impossibilità di votare nell’intera regione del Tigray.
Le autorità elettorali hanno infatti dichiarato che le condizioni di sicurezza e le difficoltà amministrative non consentivano l’organizzazione delle consultazioni. La mancata partecipazione di una delle regioni più importanti del Paese ha inevitabilmente sollevato dubbi sulla piena rappresentatività del processo elettorale.
A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la decisione del TPLF di ricostituire le strutture amministrative precedenti alla guerra e di riaffermare la propria autorità politica nella regione. Questa scelta è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di crescente tensione nei confronti del governo federale e come una possibile minaccia alla fragile pace raggiunta nel 2022.
La situazione rimane quindi estremamente delicata e rappresenta una delle principali incognite per il futuro del Paese.
OROMIA E AMHARA: I CONFLITTI CHE CONTINUANO
Le difficoltà dell’Etiopia non riguardano soltanto il Tigray.
Nella regione di Oromia continua infatti l’attività dell’Oromo Liberation Army (OLA), organizzazione armata che accusa il governo federale di non aver mantenuto le promesse fatte alla popolazione Oromo.
Gli scontri tra le forze governative e i combattenti dell’OLA hanno provocato negli ultimi anni centinaia di vittime e contribuito a mantenere elevato il livello di instabilità.
Anche la regione Amhara continua a rappresentare una delle principali aree di crisi del Paese. Qui opera il movimento armato Fano, che contesta apertamente il governo centrale e mantiene il controllo di diverse aree rurali.
La gravità della situazione è tale che in numerosi collegi elettorali della regione Amhara il voto non ha potuto svolgersi regolarmente.
Questi conflitti dimostrano come l’Etiopia continui a essere attraversata da profonde divisioni interne che mettono costantemente alla prova la capacità dello Stato federale di mantenere la propria coesione.
Le elezioni si sono svolte anche in un clima di forte contestazione politica.
I partiti di opposizione hanno denunciato restrizioni alle proprie attività, arresti di dirigenti politici, difficoltà nell’organizzazione delle campagne elettorali e un accesso non equilibrato agli strumenti di comunicazione.
Secondo i critici del governo, il sistema politico etiope sarebbe oggi meno aperto rispetto alle aspettative suscitate dalle riforme del 2018.
Le autorità respingono tali accuse e sostengono che tutte le misure adottate siano state motivate da esigenze di sicurezza e dal rispetto della legge.
Il dibattito resta aperto e costituisce uno degli aspetti più controversi dell’attuale fase politica etiope.

ECONOMIA E CONSENSO POPOLARE
Uno dei principali argomenti utilizzati dal governo durante la campagna elettorale riguarda i risultati economici.
Le autorità etiopi prevedono infatti una crescita superiore al 10%, tra le più elevate dell’intero continente africano. Addis Abeba punta sullo sviluppo infrastrutturale, sull’espansione della produzione energetica e sull’attrazione di investimenti internazionali.
Con una popolazione che supera i 136 milioni di abitanti e un’età media tra le più basse del continente, l’Etiopia possiede un enorme potenziale di crescita economica.
Tuttavia, i dati macroeconomici positivi convivono con una realtà sociale più complessa. La povertà rimane diffusa, molte zone rurali soffrono ancora le conseguenze dei conflitti e milioni di cittadini continuano a vivere in condizioni estremamente precarie.
IL SIGNIFICATO GEOPOLITICO DEL VOTO
Le elezioni etiopi assumono un’importanza che va ben oltre i confini nazionali.
L’Etiopia rappresenta infatti una delle principali potenze africane e svolge un ruolo fondamentale nella sicurezza del Corno d’Africa.
Le sue relazioni con il Sudan, con l’Eritrea, con la Somalia e con gli altri Stati della regione influenzano direttamente gli equilibri geopolitici dell’intera Africa orientale.
Negli ultimi anni si sono inoltre intensificate le discussioni sull’accesso etiope al Mar Rosso, considerato strategico da Addis Abeba per sostenere la crescita economica e rafforzare il proprio ruolo regionale.
Questa questione continua a rappresentare un importante fattore di tensione con alcuni Paesi vicini e costituisce uno dei temi più sensibili della politica estera etiope.
LA DIGA DEL RINASCIMENTO: IL SIMBOLO DELLA NUOVA ETIOPIA
Per comprendere pienamente le elezioni del 2026 è impossibile ignorare il ruolo della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la Grande Diga del Rinascimento Etiope costruita sul Nilo Azzurro.

La GERD è diventata negli ultimi anni molto più di un’opera infrastrutturale. Per milioni di etiopi rappresenta il simbolo dell’orgoglio nazionale, dell’indipendenza economica e della rinascita del Paese.
Con una capacità produttiva superiore ai 5.000 megawatt, la diga è il più grande impianto idroelettrico del continente africano e costituisce il pilastro della strategia energetica dell’Etiopia.
Il governo di Abiy Ahmed considera la GERD il progetto che dovrà trasformare il Paese in una potenza energetica regionale, garantendo elettricità a milioni di cittadini e consentendo l’esportazione di energia verso gli Stati confinanti.
Durante la campagna elettorale, la diga è stata spesso presentata come una delle più importanti realizzazioni della leadership di Abiy Ahmed e come la dimostrazione concreta della capacità dell’Etiopia di perseguire il proprio sviluppo senza dipendere dagli aiuti esterni.
Tuttavia, la GERD continua a essere anche il centro di una delle dispute geopolitiche più importanti dell’Africa contemporanea.
L’Egitto, che dipende dal Nilo per oltre il 90% delle proprie risorse idriche, considera la gestione unilaterale della diga una questione di sicurezza nazionale.

Anche il Sudan ha espresso nel corso degli anni preoccupazioni riguardo alle modalità di gestione dell’impianto e agli effetti sul flusso delle acque.
Da parte sua, l’Etiopia rivendica il diritto sovrano di utilizzare le risorse naturali presenti sul proprio territorio per garantire sviluppo e crescita economica alla propria popolazione.
Dopo anni di negoziati senza risultati definitivi, il contenzioso rimane aperto.
Nel 2026 la questione è tornata nuovamente al centro dell’attenzione internazionale grazie all’interesse manifestato dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump nel favorire una nuova mediazione tra Addis Abeba, Il Cairo e Khartoum.
La GERD rappresenta quindi contemporaneamente una straordinaria opportunità di sviluppo e una potenziale fonte di tensione regionale.
Sul piano interno essa ha svolto inoltre un ruolo politico di enorme importanza. In un Paese spesso diviso da rivalità etniche e conflitti regionali, la diga è riuscita a diventare uno dei pochi simboli condivisi dalla maggioranza della popolazione etiope.
Molti analisti ritengono che proprio il successo del progetto abbia contribuito a rafforzare il consenso attorno al governo e alla figura di Abiy Ahmed, trasformando la GERD in uno strumento di legittimazione politica oltre che di sviluppo economico.
Le elezioni del 2026 sembrano destinate a confermare ancora una volta la centralità politica di Abiy Ahmed e del suo Prosperity Party.
Tuttavia, il voto non elimina le profonde sfide che continuano a caratterizzare l’Etiopia.
Le ferite lasciate dalla guerra del Tigray, i conflitti in Oromia e Amhara, le accuse di restrizioni politiche, le tensioni regionali e la complessa questione della Diga del Rinascimento rappresentano dossier che continueranno a influenzare il futuro del Paese per molti anni.
L’Etiopia resta una delle nazioni più importanti e strategiche dell’Africa. Il successo della sua transizione politica, la gestione delle sue divisioni interne e la capacità di trovare un equilibrio tra sviluppo economico e inclusione politica avranno conseguenze non soltanto per i suoi cittadini, ma per l’intero Corno d’Africa e per la stabilità della regione del Nilo.
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