Articolo del Dottor Seyed Mohammad Reza Emami,
Direttore dell’Istituto di Cultura dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma
La questione dell’etica politica è, nel suo nucleo più profondo, una questione sul rapporto tra potere e dignità umana. Ogni volta che il potere si separa dall’etica, la politica decade dal servizio al dominio, e la persona umana, invece di essere soggetto di rispetto, diventa oggetto di umiliazione e coercizione. Non si tratta soltanto di una preoccupazione moderna. È uno dei temi permanenti sia del pensiero classico persiano sia di alcuni grandi percorsi della letteratura russa.
Nella tradizione intellettuale iraniana, Khwaja Nizam al-Mulk, nel Siyasatnama, mostra chiaramente che la stabilità dell’ordine politico non si fonda soltanto sulla paura, ma sulla giustizia, sulla prudenza e sul contenimento dell’arbitrio. Nella sua visione, il potere irresponsabile non costituisce solo un pericolo morale; esso rappresenta una minaccia per lo Stato stesso. Un’autorità svuotata di equità e responsabilità può forse ottenere obbedienza per un certo tempo, ma finisce col distruggere la fiducia, e nessun ordine durevole può reggersi dove la fiducia è stata infranta.
Saadi, nel Golestan e nel Bustan, approfondisce questa intuizione collocando la dignità umana al centro stesso della riflessione morale e politica. La sua sapienza ci ricorda che gli esseri umani sono uniti da una medesima condizione morale e che l’umiliazione di una persona non è soltanto un’offesa individuale, ma una ferita arrecata all’umanità nel suo insieme. Nel mondo di Saadi, la vera virtù di chi detiene il potere non consiste nella capacità di piegare gli altri, ma nella capacità di governare se stesso dal punto di vista etico e di custodire la dignità altrui anche al culmine dell’autorità.
Una preoccupazione sorprendentemente affine emerge anche nella letteratura russa, sebbene in un linguaggio e in un contesto storico differenti. Tolstoj sottopone il potere al giudizio della coscienza morale e insiste sul fatto che nessuna autorità è veramente legittima se è separata dalla responsabilità interiore. Dostoevskij, con straordinaria profondità psicologica e spirituale, mostra come il potere senza limiti possa sacrificare libertà e dignità in nome dell’ordine, della sicurezza o della necessità. In entrambe le tradizioni, il pericolo più profondo non risiede nel potere in sé, ma nel potere che smette di riconoscere i limiti morali.
Questa prospettiva comparativa è altamente istruttiva. Tanto nel pensiero persiano quanto in quello russo, il problema non è semplicemente il possesso del potere, ma la qualità etica del suo esercizio. Il potere diventa moralmente brutto quando perde il senso della responsabilità. Diventa distruttivo quando si crede esente dal giudizio etico. L’umiliazione, il disprezzo, la soppressione della dignità e la giustificazione della crudeltà sono tutti segni del fatto che il potere si è allontanato dalla sua via legittima.
Per questa ragione, l’etica politica non deve essere considerata un ornamento dell’autorità, ma una condizione della sua legittimità. La vera autorità non ha bisogno di degradare il debole per affermare se stessa. Il potere maturo non confonde la forza con l’insulto, né l’ordine con il silenzio imposto alla coscienza. Esso sa che la dignità dell’avversario non è una concessione, ma un principio; che la critica non è una ferita inferta allo Stato, ma spesso una protezione contro il suo declino morale.
L’insegnamento condiviso di Nizam al-Mulk, Tolstoj e Dostoevskij è semplice e profondo insieme: il potere privo di impegno etico può suscitare timore, ma non può generare onore. Può imporre il silenzio, ma non può ottenere vero rispetto. Può sembrare forte per un tempo, ma nel giudizio della storia si rivelerà fragile, perché ciò che viene costruito contro la dignità umana viene costruito contro i fondamenti stessi di un ordine durevole.
Se dunque la politica vuole essere degna del suo nome, il potere deve restare vincolato alla giustizia, alla responsabilità e al rispetto della persona umana. L’autorità deve essere esercitata non come possesso delle vite e dell’onore altrui, ma come custodia al servizio del bene comune. La misura della grandezza politica non è la capacità di umiliare, ma la disciplina di astenersi dall’umiliazione; non il potere di reprimere, ma la sapienza di governare con giustizia.
Questo è l’insegnamento duraturo di entrambe le tradizioni, e non è meno urgente nel nostro tempo.
