Nel dibattito contemporaneo sul destino dell’isola caraibica, le parole graffianti di Michele Serra, pubblicate nella sua storica rubrica L’Amaca su La Repubblica (e riprese nel suo blog di riferimento), risuonano come un poderoso schiaffo al conformismo occidentale. Serra fotografa una prognosi spietata:
«Spacceranno per “progresso” un ritorno al passato coloniale, quando Cuba era un’inoffensiva dependance dell’America bianca, un grande bordello e un grande casinò. Condotta da un regime così fradicio e corrotto che bastò uno sbarco di mezzi matti per rovesciarlo».
Questa riflessione non è solo un’analisi storiografica; è un urgente appello alla responsabilizzazione collettiva. Da un lato, chiama i cubani a una presa di coscienza sul proprio futuro; dall’altro, impone all’opinione pubblica internazionale di smettere di guardare a Cuba come a un parco giochi ideologico o a una futura terra di conquista commerciale.
La responsabilità del popolo cubano: non barattare la dignità con il miraggio
Il testo di Serra mette in guardia i cubani da un inganno storico epocale: scambiare il ritorno al neocolonialismo per “progresso”. La memoria storica è il primo baluardo di difesa. Ricordare che la Cuba pre-rivoluzionaria di Fulgencio Batista era un sistema *”così fradicio e corrotto”* da crollare sotto la spinta di un pugno di guerriglieri del *Granma* significa comprendere che quel passato non ha nulla di edificante da offrire.
Oggi, schiacciati da una quotidianità logorante, molti cubani si domandano legittimamente se la causa della loro sofferenza risieda nelle rigidità del modello socialista o nel criminale *bloqueo* (l’embargo statunitense). Ma la vera sfida per il popolo cubano è la responsabilizzazione verso il domani: nel momento in cui i tempi e le modalità della transizione si compiranno, la cittadinanza non dovrà farsi ipnotizzare dalle sirene del consumo facile. Cedere alla restaurazione significa riportare l’orologio della storia all’indietro, riducendo l’isola a una periferia subordinata e priva di sovranità. La libertà non si misura con la quantità di merci sugli scaffali se il prezzo da pagare è la svendita della propria terra e della propria dignità nazionale.
La responsabilità del mondo verso Cuba: il cinismo del mercato globale
La seconda parte dell’appello è rivolta a tutti noi, alla comunità internazionale e a chi osserva Cuba con l’occhio cinico del predatore economico. La chiusa di Serra è una scure che si abbatte sulle nostre ipocrisie: *«Molti vivranno peggio ma nessuno se ne stupirà, perché il capitalismo è selettivo, non ha tempo da perdere con i poveri»*.
La responsabilità della “gente verso Cuba” sta nel rifiutare questa cinica rassegnazione. Non possiamo tollerare che la transizione dell’isola si traduca nello smantellamento selvaggio dei suoi storici traguardi sociali: la sanità universale, l’istruzione pubblica e gratuita, la sicurezza sociale. Se il capitalismo globale si prepara a banchettare sulle macerie di Cuba, trasformandola nuovamente nel “casinò e bordello” dell’America bianca, l’opinione pubblica internazionale ha il dovere morale di denunciare questa deriva. Sostenere Cuba non significa feticizzare le sue privazioni materiali, ma difendere il diritto di un popolo a non essere fagocitato da un mercato selettivo che esclude gli ultimi e premia solo le élite.
Oltre la propaganda: una chiamata all’azione
Il destino di Cuba non può essere una profezia autoavverante (*”è già tutto scritto”*). Deve essere un terreno di riscatto e di autodeterminazione.
L’articolo di Michele Serra sul suo blog diventa così una mappa dei rischi da evitare. I cubani sono chiamati a preservare l’essenza della loro indipendenza e della loro giustizia sociale, pur riformando ciò che non funziona; il resto del mondo è chiamato a smettere di soffocare l’isola con sanzioni anacronistiche e a pretendere che il futuro di Cuba appartenga esclusivamente ai cubani, liberi dalle catene del passato coloniale e dalle feroci asimmetrie del capitalismo selvaggio.
Il destino di Cuba non può essere una profezia autoavverante (*”è già tutto scritto”*). Deve essere un terreno di riscatto e di autodeterminazione.
L’articolo di Michele Serra sul suo blog diventa così una mappa dei rischi da evitare. I cubani sono chiamati a preservare l’essenza della loro indipendenza e della loro giustizia sociale, pur riformando ciò che non funziona; il resto del mondo è chiamato a smettere di soffocare l’isola con sanzioni anacronistiche e a pretendere che il futuro di Cuba appartenga esclusivamente ai cubani, liberi dalle catene del passato coloniale e dalle feroci asimmetrie del capitalismo selvaggio.
