La vicenda è istruttiva perché mostra, ancora una volta, quanto la politica italiana sappia essere severissima con la memoria degli altri e indulgente con la propria. Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, attacca oggi l’Egitto con toni durissimi, soprattutto sul dossier Gaza. È una posizione legittima, se fondata su una critica coerente. Ma proprio la coerenza è il punto debole dell’intera costruzione.
Le due fregate FREMM vendute all’Egitto non sono cadute dal cielo. Furono autorizzate nel 2020, durante il governo Conte II, sostenuto dal Movimento 5 Stelle insieme a Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali. Non da un governo di destra, non da un esecutivo estraneo alla storia politica della deputata, ma da una maggioranza nella quale il Movimento 5 Stelle aveva un ruolo centrale.
È qui che la polemica diventa fragile: si può criticare l’Egitto, si può discutere dei diritti umani, si può mettere in discussione la politica del Cairo verso Gaza, ma non si può fingere che i rapporti strategici, militari ed economici tra Roma e l’Egitto siano cominciati ieri.
Le fregate, il gas, il Mediterraneo
La vendita delle FREMM non fu un episodio isolato. Fu parte di una relazione molto più ampia, nella quale si intrecciavano industria militare, sicurezza energetica, presenza italiana nel Mediterraneo orientale, ruolo dell’Egitto come potenza regionale e interessi economici nazionali.
Dietro due navi da guerra non c’è solo una commessa militare. C’è lavoro industriale, ci sono cantieri, subforniture, tecnologia, diplomazia, rapporti tra apparati, accesso politico a un Paese centrale per il controllo del Mediterraneo, del canale di Suez, dei flussi migratori e delle rotte energetiche.
L’Egitto non è un interlocutore secondario. È uno Stato chiave tra Nord Africa, Medio Oriente, Mar Rosso e Mediterraneo. Per l’Italia significa sicurezza marittima, energia, controllo delle crisi regionali, proiezione economica e contenimento dell’instabilità. Per questo i governi italiani, di colori diversi, hanno continuato a trattare con il Cairo anche quando le relazioni erano attraversate da tensioni politiche e giudiziarie.
La domanda vera, allora, non è se l’Egitto sia un partner problematico. Lo è. La domanda è se l’Italia possa permettersi il lusso di trasformare ogni rapporto strategico in un esercizio di indignazione a corrente alternata.
Il precedente delle mascherine
C’è poi un dettaglio che vale più di molti discorsi. Il 4 aprile 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria, l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio accolse a Fiumicino la ministra della Sanità egiziana Hala Zayed, arrivata in Italia con materiale sanitario donato dall’Egitto.
In quel momento il Cairo non era rappresentato come un nemico morale, ma come un interlocutore utile, persino generoso, in una fase drammatica per l’Italia. Anche questo fa parte della storia recente. Non si può cancellare perché oggi il clima politico chiede un altro copione.
La politica estera non è un album di fotografie da sfogliare scegliendo solo quelle che convengono. È una continuità di rapporti, compromessi, interessi e necessità. Chi ha governato lo sa benissimo. O dovrebbe saperlo.
Rafah e il ruolo egiziano
La stessa deputata Ascari si è recata al valico di Rafah nell’ambito di una missione parlamentare italiana. Per arrivare lì, sul lato egiziano del confine, era inevitabile passare attraverso le procedure e le autorizzazioni delle autorità egiziane. Anche questo è un fatto politico.
Non significa assolvere il Cairo da ogni responsabilità. Non significa negare le ombre del sistema egiziano. Significa però riconoscere che, nella crisi di Gaza, l’Egitto non è un elemento esterno. È uno dei perni geografici, diplomatici e umanitari della vicenda.
Il valico di Rafah è molto più di una frontiera. È un punto di pressione geopolitica. Da lì passano aiuti, negoziati, feriti, mediazioni, ricatti, paure egiziane e aspettative palestinesi. Il Cairo teme l’esodo forzato da Gaza verso il Sinai, teme la destabilizzazione del proprio territorio, teme di essere trascinato dentro una crisi che Israele, Stati Uniti, Hamas e mondo arabo osservano ciascuno con interessi divergenti.
Per questo giudicare l’Egitto solo con la grammatica della denuncia morale è insufficiente. Serve guardare alla geografia, alla sicurezza, alla demografia, all’economia e alla sopravvivenza politica degli Stati.
La dimensione militare e strategica
Dal punto di vista militare, l’Egitto è una potenza regionale con una delle forze armate più importanti del mondo arabo. Controlla il canale di Suez, presidia il Sinai, guarda al Mar Rosso, dialoga con gli Stati Uniti, acquista armi dall’Europa, dalla Russia e da altri fornitori, mantiene rapporti con Israele e, nello stesso tempo, deve contenere la pressione dell’opinione pubblica araba sulla questione palestinese.
In questo quadro, Gaza è una mina strategica. Se il conflitto si allarga, l’Egitto rischia di trovarsi stretto fra la necessità di impedire l’ingresso di masse di profughi nel Sinai e l’obbligo politico di non apparire complice dell’assedio israeliano. È una posizione difficilissima, che non si risolve con una frase sui mezzi sociali.
L’Italia, se vuole contare nel Mediterraneo, deve saper parlare con il Cairo proprio perché l’Egitto è complicato. Parlare solo con gli interlocutori perfetti è un lusso che le medie potenze non possono permettersi.
Aiuti umanitari e narrazione selettiva
C’è infine il capitolo umanitario. Secondo fonti egiziane e secondo la Mezzaluna Rossa Egiziana, dall’inizio della crisi sono stati mobilitati decine di migliaia di volontari e organizzati centinaia di convogli verso Gaza, con alimenti, farina, medicinali, attrezzature sanitarie, carburante per ospedali, tende, coperte, prodotti igienici, vestiti e beni di prima necessità.
Si può discutere dell’efficacia, della quantità, dei ritardi, dei controlli, delle responsabilità israeliane e delle rigidità egiziane. Ma non si può cancellare il lavoro di migliaia di persone che, nella crisi, hanno operato lungo una delle linee umanitarie più delicate del mondo.
Per questo sarebbe utile che, oltre a dare spazio alla Flottiglia Sumud e alle polemiche contro il Cairo, la Camera ascoltasse anche rappresentanti della Mezzaluna Rossa Egiziana: medici, volontari, autisti, operatori della distribuzione, personale impegnato ogni giorno nelle carovane verso Gaza.
Non per sostituire una propaganda con un’altra, ma per restituire complessità a una vicenda che la politica italiana tende troppo spesso a trasformare in teatro.
Il Mediterraneo non perdona l’ipocrisia
Il punto non è difendere l’Egitto in modo acritico. Il punto è smascherare l’uso intermittente della verità. Quando il Cairo compra navi italiane, è un partner. Quando invia aiuti sanitari durante l’emergenza, è un amico. Quando permette missioni parlamentari a Rafah, diventa una porta necessaria. Quando invece serve una polemica interna, torna a essere soltanto il bersaglio perfetto.
Questa non è politica estera. È gestione emotiva del consenso.
Il Mediterraneo, però, non funziona così. È fatto di Stati duri, interessi permanenti, equilibri instabili, guerre per procura, energia, porti, canali, basi militari, migrazioni e commercio. Chi vuole occuparsene seriamente deve avere memoria, misura e senso della realtà.
Per citare Paolo Sorrentino: «Voi politici intrattenete con la verità un rapporto isterico». Mai frase fu più adatta.
