La difesa come mercato obbligatorio
A pochi giorni dal vertice Nato di Ankara, il quadro è ormai abbastanza chiaro: agli europei viene chiesto di spendere di più, spendere in fretta e spendere soprattutto comprando armi statunitensi. La retorica ufficiale parla di sicurezza, minaccia russa, solidarietà atlantica, sostegno all’Ucraina. Ma dietro le parole solenni si intravede un meccanismo molto più concreto: l’Europa deve finanziare la propria subordinazione strategica.
L’ambasciatore americano presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, ha fatto la pagella agli alleati. Promossi Polonia, Paesi baltici, scandinavi e Germania, non solo perché aumentano la spesa militare, ma perché acquistano in grande quantità sistemi d’arma dagli Stati Uniti. Rimandati o ammoniti gli altri, accusati di non correre abbastanza nella grande gara al riarmo.
Il messaggio è brutale nella sua semplicità: Washington riduce progressivamente il proprio impegno diretto in Europa, ma pretende che gli europei continuino a finanziare l’architettura militare americana. Meno soldati americani, più commesse per l’industria americana. Meno protezione diretta, più dipendenza industriale.
Basi, sorvoli e ricatto strategico
Whitaker ha anche ricordato le tensioni legate alla guerra contro l’Iran e alle restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi statunitensi in Europa. Il riferimento è chiarissimo: gli Stati Uniti terranno conto della disponibilità degli alleati quando decideranno dove dislocare le proprie truppe.
Tradotto: chi concede basi, sorvoli e accessi sarà considerato affidabile; chi pone limiti sarà punito. È la logica del protettorato, non dell’alleanza tra pari.
Il punto è decisivo soprattutto per l’Italia. Le basi americane sul territorio nazionale non servono soltanto alla difesa dell’Europa. Servono alla proiezione di forza verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa. Senza quelle infrastrutture, molte operazioni statunitensi sarebbero molto più difficili. Ma Roma continua a discutere come se si trattasse di questioni tecniche, quando invece siamo davanti al cuore della sovranità nazionale.
Riarmo europeo o salvataggio dell’industria americana?
Il nodo economico è il più evidente. Gli europei hanno già aumentato enormemente le spese militari. Secondo i dati citati, i Paesi dell’Unione Europea hanno speso 418 miliardi di euro nel 2025 e 454 miliardi nel 2026, pari al 2,4% del prodotto interno lordo europeo. Una cifra enorme, molto superiore alla spesa militare russa.
Eppure non basta mai. Perché il problema, da Washington, non è soltanto quanto l’Europa spende, ma dove spende. I programmi europei per finanziare l’industria continentale della difesa vengono guardati con sospetto dagli Stati Uniti, che respingono ogni formula giudicata protezionistica. In sostanza, l’Europa può riarmarsi, ma non deve farlo troppo con le proprie aziende.
Mark Rutte ha fornito involontariamente il dato più rivelatore: gli ordini europei e canadesi di armi statunitensi ammonterebbero a circa 300 miliardi di dollari e sosterrebbero quasi 195 mila posti di lavoro negli Stati Uniti. Difficile trovare una sintesi migliore del rapporto attuale: i contribuenti europei pagano, l’industria americana incassa, i lavoratori americani ringraziano.
Da qui nasce il paradosso geoeconomico. L’Europa parla di autonomia strategica, ma alimenta la base industriale altrui. Parla di sicurezza, ma trasferisce ricchezza produttiva oltreoceano. Parla di sovranità, ma accetta che perfino i fondi europei siano contestati se non abbastanza aperti alle imprese statunitensi.

La minaccia russa e la contraddizione americana
La giustificazione ufficiale resta la Russia. Rutte e molti governi europei ripetono che Mosca continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo per la sicurezza euro-atlantica. Ma questa narrazione entra in contrasto con ciò che viene dagli stessi vertici militari statunitensi della Nato.
Il generale Alexus Grinkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, ha affermato che la Russia non cerca un conflitto con la Nato. Se il massimo comandante militare dell’Alleanza in Europa dice che non ci sono segnali di un imminente attacco russo, mentre i politici europei annunciano l’arrivo delle “orde” di Mosca entro il 2028, il 2029 o il 2030, qualcuno sta giocando con la paura.
La contraddizione è enorme. Gli Stati Uniti dicono agli europei che devono spendere di più per difendersi dalla Russia, ma intanto spostano capacità militari verso Asia e Pacifico. Vogliono ridurre costi e presenza, ma mantenere controllo politico e mercato industriale. È un disimpegno selettivo: Washington arretra come garante diretto, ma resta come venditore obbligato.
Valutazione militare: armi costose, consegne lente, guerra lunga
Dal punto di vista militare, il quadro è tutt’altro che rassicurante. Agli europei viene chiesto di comprare armi americane per prepararsi rapidamente a una minaccia imminente. Ma le stesse aziende e autorità statunitensi avvertono di ritardi pesanti nelle consegne, aggravati dalla guerra contro l’Iran e dal consumo delle scorte.
Quindi l’Europa dovrebbe riarmarsi subito, comprare sistemi statunitensi costosissimi e poi aspettare anni per riceverli. Nel frattempo dovrebbe continuare a finanziare Kiev, rifornire l’Ucraina, svuotare i propri arsenali e aumentare la propria esposizione strategica.
È un circuito perfetto per l’industria militare, molto meno per la sicurezza europea.
La guerra in Ucraina ha mostrato che le guerre moderne divorano munizioni, droni, missili, difesa aerea, mezzi corazzati, carburante e logistica. Se l’Europa non ricostruisce una propria base produttiva, resterà dipendente da fornitori esterni proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di autonomia.
Kiev vende armi mentre chiede armi
A rendere il quadro ancora più paradossale arriva l’iniziativa ucraina: Kiev annuncia un meccanismo che consente ai Paesi partner di acquistare armamenti prodotti in Ucraina. Il ministro Mykhailo Fedorov sostiene che gli alleati potranno comprare tecnologie e armi ucraine collaborando direttamente con i produttori.
Il problema politico è evidente. Da oltre quattro anni l’Ucraina chiede soldi, armi, munizioni, difesa aerea, sostegno finanziario e aiuti di ogni tipo. Secondo i dati citati, dal 2022 ha ricevuto oltre 214 miliardi di euro dai Paesi europei e più di 115 miliardi dagli Stati Uniti. Ora, però, propone agli stessi europei di comprare le sue armi.
Se l’Ucraina ha eccedenze esportabili, perché continua a chiedere forniture gratuite? Se non ha eccedenze, perché apre un canale commerciale? La risposta più probabile è che Kiev cerca valuta, investimenti e sostegno alla propria industria militare. Ma dal punto di vista europeo resta un altro tassello dello stesso schema: pagare sempre, ricevere poco, decidere ancora meno.
Scenari economici: l’Europa come bancomat strategico
Lo scenario più probabile è un aumento continuo della spesa militare europea accompagnato da un trasferimento crescente di risorse verso Stati Uniti e Ucraina. L’industria europea ne beneficerà solo in parte, salvo che alcuni governi riescano a vincolare gli aiuti al rafforzamento delle filiere continentali.
Il secondo scenario è una frattura interna alla Nato e all’Unione Europea. Italia, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Repubblica Ceca mostrano segnali diversi di resistenza. Roma, secondo fonti diplomatiche citate dalla stampa tedesca, avrebbe chiesto più controlli sugli esborsi verso Kiev e un legame più forte tra aiuti all’Ucraina e industria europea della difesa. Sarebbe un primo segnale di buon senso.
Il terzo scenario è il più grave: l’Europa continua a indebitarsi, tagliare risorse sociali, sostenere l’Ucraina e comprare armi esterne senza costruire vera autonomia. In quel caso il riarmo non rafforzerebbe l’Europa. La impoverirebbe.
Ankara come vertice della subordinazione
Il vertice di Ankara non sarà soltanto un appuntamento militare. Sarà una verifica politica. Gli Stati Uniti vogliono sapere chi paga, chi compra e chi obbedisce. Rutte vuole blindare nuovi impegni per Kiev. I Paesi più bellicosi vogliono trasformare la paura della Russia in spesa permanente. L’Ucraina vuole garanzie lunghe, soldi e mercato per la propria industria.
La domanda è se l’Europa saprà finalmente distinguere tra difesa e dipendenza. Difendersi è necessario. Farsi spennare non lo è.
Una politica seria dovrebbe partire da tre principi: controllare ogni euro destinato a Kiev, investire prima nell’industria europea, rinegoziare il rapporto con Washington sulle basi e sugli acquisti militari. Senza questi tre passaggi, il riarmo europeo sarà soltanto una grande operazione di trasferimento economico mascherata da strategia.
Il problema non è spendere per la difesa. Il problema è spendere per restare subordinati. Ankara dirà se l’Europa vuole diventare potenza o continuare a comportarsi come un pollo che applaude mentre gli preparano il conto.
