Il recente attacco squadrista alla Casa del Popolo di Montepulciano e la sdoganata esibizione di nostalgismo fascista in noti contesti dell’intrattenimento radiotelevisivo italiano non possono essere liquidati come isolati fenomeni di folclore reazionario. Al contrario, essi rappresentano le spie di una profonda e preoccupante mutazione antropologica che sta investendo il corpo sociale occidentale. Questa deriva, che in Italia si manifesta nel rigurgito neofascista e negli Stati Uniti trova il suo corrispettivo nel trumpismo, non si fonda sull’ignoranza, bensì su una sistematica malafede intellettuale e su un distorto culto della forza, alimentato prevalentemente da una reazione rabbiosa di fronte ai mutamenti storici e sociali.
Il simulacro del mito: la falsificazione storica in malafede
Il discorso neo-nazionalista contemporaneo tenta costantemente di legittimarsi attraverso il richiamo a presunti “valori tradizionali”, quali la tutela della famiglia e l’amor di patria. Tuttavia, la storiografia offre una quantità monumentale di prove che smentiscono radicalmente questa narrazione, svelandone la totale ipocrisia.
Il fascismo storico non ha mai tutelato la famiglia, se non come cellula di produzione demografica per lo Stato totalitario. Le vicende personali di Benito Mussolini — che non esitò a far internare e morire in manicomio la prima moglie Ida Dalser e il figlio Benito Albino, per poi tentare la fuga oltreconfine con l’amante Claretta Petacci — dimostrano come il richiamo all’ordine morale fosse un mero espediente di propaganda. Inoltre è chiaramente dimostrato che Mussolini fosse un assiduo frequentatore di postriboli/bordelli e un fautore e promotore degli stessi.
Oggi, nell’era dell’accesso totale alle informazioni, l’adesione a tali miti non può più essere giustificata come un deficit cognitivo o culturale: si tratta di una scelta deliberata di mala fede. Il patriottismo sbandierato dai movimenti reazionari odierni e dai repubblicani americani è solo un pretesto identitario. Lungi dall’unificare la comunità, queste ideologie frammentano il corpo sociale, polarizzandolo e distruggendone i legami di solidarietà.
Tradizioni fittizie contro storia reale: l’odio per la complessità
L’affondo più profondo contro la retorica neofascista e trumpista risiede nel loro rapporto patologico con il passato. Entrambi i movimenti si dichiarano difensori della storia e dell’arcaico, ma nei fatti operano come forze moderniste e distruttive, nemiche della tradizione autentica.
L’italianizzazione forzata e la persecuzione delle minoranze
Il regime mussoliniano ha perseguitato sistematicamente le minoranze etniche e linguistiche storicamente stanziate sul territorio italiano, comunità custodi di usanze ancestrali, parlate antiche e culti specifici. Una dinamica perfettamente speculare si osserva nel trumpismo, il cui nazionalismo escludente si accanisce contro i diritti e la memoria delle comunità native americane, le quali rappresentano la storia reale e profonda del continente.
L’estetica del controllo: il rifiuto del barocco e dello stratificato
L’ostilità di Mussolini verso il Barocco italiano e lo sventramento dei quartieri medievali a Roma e in altre città testimoniano un profondo rifiuto per la storia autentica. Il fascismo esigeva un’estetica razionalista, geometrica, squadrata e monumentale, specchio della disciplina di Stato. Al contrario, il Barocco — con la sua complessità, le sue asimmetrie, la sua teatralità e la sua libertà espressiva — rappresentava l’anima stratificata, ingovernabile e pluralista della cultura italiana.
Non potendo controllare le tradizioni reali, il totalitarismo le ha rase al suolo, sostituendole con tradizioni fittizie create a tavolino (la mistica fascista, il sabato fascista). La patria dei reazionari è un simulacro di plastica, utile solo a legittimare l’autoritarismo.
Demografia della regressione: genere, classe e comportamento nel reazionarismo
Il nucleo sociologico di questa regressione culturale si configura come una deformazione antropologica che colpisce in modo asimmetrico il maschile. Come dimostrano chiaramente recenti indagini statistiche condotte negli Stati Uniti e nel Regno Unito, i giovani maschi sono la categoria demografica nettamente più attratta dalle destre radicali e dalle formazioni dell’estrema destra. In Italia la dinamica si ripete in modo speculare: l’egemonia maschile in queste organizzazioni si constata facilmente a occhio nudo, rivelando raduni e gruppi composti quasi esclusivamente da uomini. Questo culto della forza e della sottomissione si configura come una risposta difensiva e nevrotica alla perdita dei storici privilegi patriarcali. Di fronte all’emancipazione femminile e alla decostruzione dei ruoli di genere, una parte del mondo giovanile maschile sperimenta una crisi d’identità che non sa elaborare, rifugiandosi nella violenza contro i presidi sociali (come le Case del Popolo) o nell’esaltazione mediatica del machismo reazionario (incarnato da figure come Vannacci).
All’interno di questo quadro, la presenza femminile che orbita attorno a tali gruppi presenta caratteristiche psicologiche e culturali ben precise. Si tratta in larga parte di donne caratterizzate da un basso livello di scolarizzazione o di elaborazione culturale, prive di una reale educazione all’autonomia economica e intellettuale. Il loro modo di proporsi risponde interamente ai canoni dello sguardo maschile (male gaze): adottano un atteggiamento fortemente ammiccante, iper-seduttivo e performativo. Più che di militanza ideologica cosciente, in questo caso si può parlare di una forma di mentalità prostituente o transazionale. Queste figure non cercano l’emancipazione tramite il merito o l’autodeterminazione, ma si sottomettono deliberatamente alle dinamiche del patriarcato alla ricerca di un uomo ricco, forte o influente che offra loro supporto e status socio-economico. È una forma velata, e talvolta persino esplicita, di subalternità negoziata, dove il corpo e la seduzione vengono usati come merce di scambio in cambio di protezione, confermando come il neo-nazionalismo non sia un movimento di conservazione storica, ma una manifestazione di un nichilismo contemporaneo che strumentalizza la storia per distruggerla. La mutazione antropologica in atto ridefinisce il concetto di cittadinanza non più come partecipazione e solidarietà, ma come esercizio di potere e sottomissione. Contrastare questa deriva richiede un’operazione culturale radicale: svelare la malafede dei suoi miti, difendere la complessità della storia reale e, soprattutto, decostruire la radice patriarcale, capitalista e frustrata che alimenta il culto della forza e la regressione dei ruoli di genere nella società odierna.

