Le Forze Armate sudanesi annunciano la distruzione di 224 veicoli militari delle Forze di Supporto Rapido e la riconquista di nuove aree.
di Chiara Cavalieri
Le Forze Armate sudanesi (SAF) hanno diffuso un nuovo comunicato nel quale rivendicano importanti risultati ottenuti nelle operazioni militari condotte contro le Forze di Supporto Rapido (RSF) nel periodo compreso tra il 15 e il 30 giugno. Secondo quanto dichiarato dal Comando Generale, le operazioni hanno interessato contemporaneamente diversi fronti del conflitto, dal Darfur al Kordofan fino alla regione del Nilo Azzurro, con l’obiettivo di consolidare il controllo delle aree riconquistate e ridurre la capacità operativa delle milizie guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come “Hemedti”.
Le informazioni diffuse dall’esercito rappresentano la versione ufficiale delle Forze Armate sudanesi e, come avviene frequentemente nel contesto della guerra in corso, non risultano al momento verificabili in modo indipendente.
Secondo il comunicato, le operazioni avrebbero portato alla distruzione di 224 veicoli da combattimento, alla cattura di 36 mezzi militari, all’abbattimento di un drone strategico, alla distruzione di due carri armati, cinque camion carichi di equipaggiamento militare, quattro autocisterne, oltre alla neutralizzazione di due depositi di carburante e due depositi di munizioni utilizzati dalle Forze di Supporto Rapido.
Particolare rilievo viene attribuito ai combattimenti nel Darfur Settentrionale, dove l’esercito afferma di aver condotto operazioni nell’area di Abu Qumra, provocando la distruzione di 39 veicoli militari appartenenti alle RSF e infliggendo pesanti perdite alle forze avversarie. Nella stessa area, la difesa aerea sudanese sostiene di aver abbattuto un drone strategico nei pressi della città di Tawisha, episodio che evidenzia come il conflitto stia assumendo una dimensione tecnologica sempre più rilevante attraverso l’impiego di velivoli senza pilota per attività di ricognizione e attacco.
Nel Darfur Occidentale, le operazioni si sono concentrate nella città di Kulbus e nelle aree circostanti. Secondo il comunicato militare, le Forze Armate sarebbero riuscite a costringere le RSF alla ritirata dopo intensi combattimenti, distruggendo dieci veicoli da combattimento e sequestrandone altri ventinove completi di armamenti, munizioni ed equipaggiamento logistico.
Il fronte del Kordofan continua a rappresentare uno dei principali teatri della guerra. Nel Kordofan Settentrionale, l’esercito dichiara di aver inflitto i danni più consistenti alle Forze di Supporto Rapido, con la distruzione di 119 veicoli militari, oltre a quattro autocisterne utilizzate per il rifornimento di carburante, cinque camion destinati al trasporto di equipaggiamenti e due depositi di carburante. Nel Kordofan Meridionale, invece, sarebbero stati distrutti altri ventisette veicoli militari, mentre proseguono le operazioni di bonifica e di messa in sicurezza delle aree conquistate.
Anche nella regione del Nilo Azzurro l’esercito sostiene di aver ottenuto significativi avanzamenti. Il comunicato riferisce infatti della riconquista delle località di Sarkam e Maqja, definite strategiche per il controllo dell’area. Nel corso delle operazioni sarebbero stati distrutti ventinove veicoli da combattimento, due carri armati e catturati sette mezzi militari appartenenti alle RSF. Le Forze Armate affermano inoltre di aver distrutto due depositi di munizioni nella città di Kurmuk, con l’obiettivo di limitare la capacità offensiva delle milizie.
Concludendo il comunicato, il Comando Generale ha ribadito che le operazioni militari continueranno fino a quando, secondo le parole dell’esercito, “tutte le parti del Paese saranno liberate dalle Forze di Supporto Rapido” e sarà possibile ristabilire la sicurezza e la stabilità sull’intero territorio nazionale.
La guerra civile sudanese è iniziata nell’aprile 2023, quando sono esplosi gli scontri tra le Forze Armate guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, e le Forze di Supporto Rapido del generale Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti). Quella che inizialmente appariva come una lotta per il controllo delle istituzioni dello Stato si è rapidamente trasformata in un conflitto esteso a gran parte del territorio nazionale, coinvolgendo la capitale Khartoum, le regioni del Darfur, del Kordofan e del Nilo Azzurro.
Le conseguenze umanitarie del conflitto sono drammatiche. Le Nazioni Unite continuano a descrivere quella sudanese come una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni, mentre altre hanno trovato rifugio nei Paesi confinanti, tra cui Egitto, Ciad, Sud Sudan ed Etiopia. La distruzione di ospedali, scuole, infrastrutture civili e reti di distribuzione di acqua ed energia ha aggravato ulteriormente le condizioni della popolazione, che in molte aree vive senza accesso regolare a cure mediche, alimenti e servizi essenziali.
Sul piano diplomatico, continuano gli sforzi della comunità internazionale, dell’Unione Africana, dell’IGAD, della Lega Araba e delle Nazioni Unite per favorire una tregua e rilanciare un processo politico condiviso. Tuttavia, fino ad oggi nessuna iniziativa è riuscita a fermare stabilmente le ostilità. Entrambe le parti continuano a diffondere comunicati nei quali rivendicano successi militari e avanzamenti territoriali, rendendo spesso difficile una verifica indipendente delle rispettive affermazioni.
A oltre tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan continua dunque a essere teatro di un conflitto che non mostra segnali concreti di de-escalation. Mentre le operazioni militari proseguono su più fronti, la popolazione civile resta la principale vittima di una guerra che continua a compromettere la stabilità dell’intero Corno d’Africa e del quadrante nord-orientale del continente.
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