La frammentazione dell’Islam e la genesi geopolitica del patriarcato contemporaneo: oltre la proiezione orientalista dell’Occidente
Il peccato teoretico dell’essenzialismo orientalista
Nella narrazione geopolitica e sociologica egemone in Occidente, l’Islam viene sistematicamente ridotto a un blocco monolitico, a-storico e intrinsecamente reazionario.
Questa operazione intellettuale, ampiamente decostruita da Edward Said nel suo fondamentale Orientalism (1978), risponde a una precisa necessità ideologica: la costruzione di un “Altro” barbarico e immutabile, specchio complementare attraverso cui l’Occidente autolegittima la propria pretesa superiorità morale e i propri progetti imperialisti.
Come osserva la filosofa decoloniale Gayatri Chakravorty Spivak, la retorica dei diritti umani e dell’emancipazione femminile viene spesso strumentalizzata in quello che definisce il salvataggio coloniale: “uomini bianchi che salvano donne marroni da uomini marroni” (Spivak, 1988). Questo saggio si propone di dimostrare, attraverso un’analisi storico-materialista, due tesi fondamentali: in primo luogo, che l’Islam non esiste al singolare, bensì come un arcipelago plurale di correnti, scuole giuridiche e sette dotate di specificità storiche uniche; in secondo luogo, che l’ascesa delle correnti più rigidamente oscurantiste e misogine non è il prodotto di un’evoluzione autoctona del dogma, ma l’esito diretto dell’interventismo geopolitico occidentale e della proiezione della stessa misoginia militante nata e strutturata nelle moderne società capitalistiche.
L’universo plurale dell’Islam: sette, correnti e l’eterogeneità dei modelli regionali
Sotto il profilo storico-giuridico, l’Islam si caratterizza per un policentrismo esegetico che rende scientificamente scorretta qualsiasi generalizzazione. Oltre alla macro-scissione originaria tra Sunnismo e Sciismo, il panorama islamico è costellato di scuole giuridiche (madhahib), movimenti mistici (sufismo) e sette eterodosse, ognuna con una propria traiettoria storica ed emancipatoria.
Un’analisi geografica delle prassi religiose evidenzia modelli di straordinaria apertura e sincretismo culturale, sistematicamente ignorati dalla propaganda eurocentrica:
La Palestina e la tradizione del pluralismo autoctono:
Storicamente, il contesto palestinese ha rappresentato uno degli esempi più fulgidi di Islam sincretico, tollerante e intimamente legato alla coesistenza interreligiosa. L’identità palestinese si è strutturata nei secoli attraverso una convivenza organica tra musulmani sunniti, cristiani di varie confessioni ed ebrei autoctoni. La secolarizzazione e il pluralismo hanno caratterizzato i movimenti di liberazione nazionale (come l’OLP), dove la componente confessionale era subordinata all’istanza patriottica e anticoloniale. Il progressivo deterioramento di questo tessuto pluralista non è un dato culturale, ma la conseguenza immediata di decenni di occupazione coloniale, frammentazione territoriale e dinamiche di aggressione bellica che hanno scientificamente alimentato la radicalizzazione come reazione identitaria estrema alla sindrome di accerchiamento.
L’Islam Balcanico e Caucasico:
L’Albania e il Caucaso offrono modelli di Islam europeo e transcontinentale caratterizzati da un profondo laicismo istituzionale e dalla forte influenza di confraternite mistiche come i Bektashi (in Albania), noti per una lettura allegorica del Corano, il rifiuto del dogmatismo e una parità di genere sostanziale nelle funzioni rituali.
La Tunisia e il Riformismo Maghrebino: La Tunisia ha storicamente rappresentato l’avanguardia del riformismo giuridico islamico (Majallat al-Ahwal al-Shakhsiyya del 1956), dimostrando come l’esegesi coranica potesse integrarsi perfettamente con l’abolizione della poligamia, l’istituzione del divorzio giudiziale e il pieno accesso delle donne alla sfera pubblica.
L’Iran e lo Sciismo “Razionalista”: Nonostante la complessa transizione della Rivoluzione Islamica del 1979 – essa stessa reazione al golpe della CIA del 1953 contro il governo laico di Mossadegh – lo sciismo duodecimano conserva una struttura teologica basata sull’ijtihad (lo sforzo interpretativo razionale). Ciò ha permesso alle donne iraniane, pur dentro una serrata dialettica con il potere religioso, di penetrare in massa nelle università (dove superano il 60% della popolazione studentesca), nella ricerca scientifica e nelle istituzioni scientifico-tecnologiche, sviluppando un sofisticato “femminismo” (termine inteso letteralmente, come riportato in ogni dizionario di lingua italiana, come movimento culturale che lotta per i diritti delle donne e le “pari opportunità”) islamico che contesta il “patriarcato” (inteso come tradizioni e interpretazioni culturali maschiliste e sessiste) partendo dall’analisi testuale del Corano (Barlas, 2002).
La responsabilità occidentale nella costruzione e nel finanziamento del fanatismo
Le correnti islamiche più rigidamente reazionarie e letteraliste – in primis il Wahhabismo saudita e il Salafismo militante – non avrebbero la centralità geopolitica odierna senza il supporto finanziario, militare e logistico delle potenze imperialiste occidentali.
Da un punto di vista materiale, l’Occidente ha sistematicamente finanziato l’oscurantismo religioso per distruggere le opzioni progressiste, socialiste e laiche nel mondo arabo-musulmano:
L’ Occidente / CIA / MI6 hanno offerto finanziamenti e armamenti ai Mujaheddin / Talebani in chiave anti-sovietica e anti-laica.
Come documentato dallo storico Mahmood Mamdani in Good Muslim, Bad Muslim (2004), il fondamentalismo islamico moderno è un prodotto surrogato della Guerra Fredda:
“Il fondamentalismo islamico contemporaneo non è un residuo pre-moderno, ma un prodotto della modernità politica globale. I movimenti terroristici e oscurantisti sono stati coltivati, finanziati e legittimati da Washington come strumenti geopolitici contro i nazionalismi laici e il comunismo.”
L’esempio dell’Afghanistan è emblematico:
l’operazione Cyclone, avviata dalla CIA alla fine degli anni ’70, ha convogliato miliardi di dollari verso le fazioni più misogine e retrive dei mujaheddin. Per radicalizzare la popolazione, le istituzioni statunitensi giunsero a finanziare la stampa di libri di testo scolastici infarciti di violenza e intolleranza dogmatica, distribuiti poi nelle scuole coraniche di frontiera. La distruzione dei diritti delle donne in contesti oggi dominati dal terrore non è dunque il risultato della teologia islamica originaria, ma l’esito catastrofico dell’ingegneria geopolitica occidentale.
A ciò si aggiunge l’asse strategico permanente tra l’imperialismo statunitense e la monarchia saudita (sigillato nel 1945 con il Patto del Quincy), che ha permesso ai petrodollari di finanziare l’esportazione globale della variante wahhabita – storicamente minoritaria e marginale – a scapito delle tradizioni islamiche pluraliste e tolleranti dell’Africa, dei Balcani e del Medio Oriente.
La genealogia della misoginia militante: un prodotto occidentale proiettato sull’Islam
L’assunto secondo cui il maschilismo politico militante sia una prerogativa del mondo islamico rappresenta un macroscopico falso storico. Una corretta analisi sociologica rivela che la misoginia strutturata in forma di movimento politico organizzato è una reazione tipica della modernità capitalistica occidentale.
Nelle società “tradizionali” e pre-moderne, l’esclusione delle donne dalle sfere di potere rispondeva più a dinamiche circoscritte, familistiche, claniche o feudali non affatto teorizzate come militanza politica (ovvero si trattava di fenomeni clanici ristretti e non ideologici).
La “misoginia militante” nasce propriamente in Occidente tra il XIX e il XX secolo come reazione controrivoluzionaria e borghese all’emergere del suffragismo e all’ingresso delle donne nella politica istituzionale e nel mercato del lavoro salariato.
La sociologa Susan Faludi, nel suo saggio Backlash (1991), ha ampiamente dimostrato come ogni avanzamento politico delle donne in Occidente abbia generato una risposta patriarcale estremamente violenta, ideologica, istituzionalizzata e organizzata: dai movimenti anti-suffragisti del primo Novecento fino alle moderne reti della “manosfera”, dell’alt-right e dei movimenti fondamentalisti cristiani euro-americani. Questa misoginia occidentale contemporanea si caratterizza per una militanza ideologica aggressiva, volta a ripristinare il controllo biologico e sociale sul corpo femminile.
Attraverso il meccanismo psicologico e politico della proiezione, l’Occidente espelle da sé la propria strutturale violenza patriarcale e la proietta interamente sul mondo islamico. Questo fenomeno, ridefinito da Sara R. Farris (2017) come femonazionalismo, descrive l’uso strumentale dei temi femministi da parte delle potenze occidentali per scopi nazionalisti e islamofobi:
La misoginia militante occidentale effettua una proiezione ideologica sul monolito islamico per giustificare le guerre imperialiste.
Si costruisce così il mito dell’Occidente come spazio intrinsecamente liberato e dell’Islam come spazio intrinsecamente oppressivo, occultando il fatto che, mentre nei paesi occidentali si strutturano movimenti di rigetto reazionario contro i diritti riproduttivi e civili, in ampie porzioni del mondo musulmano le donne stanno progressivamente e faticosamente occupando spazi di potere politico e accademico (Ahmed, 1992).
Verso un’esegesi decoloniale
In conclusione, l’analisi storico-materialista impone il rifiuto della categoria orientalista di “Islam” come totalità indistinta. Le derive misogine e integraliste che oggi feriscono molte società musulmane non sono l’essenza della fede islamica, ma le cicatrici lasciate dall’imperialismo occidentale, che ha sistematicamente armato la reazione contro il progresso.
Per un femminismo che sia autenticamente scientifico e internazionalista, la priorità analitica non può risiedere nella demonizzazione dell’Altro culturalizzato, bensì nella critica radicale alle strutture di dominazione globali. La liberazione delle donne nel contesto globale si realizza non attraverso l’esportazione coloniale di modelli occidentali – storicamente impregnati di misoginia militante – ma attraverso il sostegno alle resistenze plurali e autoctone che, dall’interno del mondo islamico, lottano simultaneamente contro l’oppressione patriarcale (intesa come usi e costumi discriminatori e violenti contro le donne) e contro l’oppressione imperialista.
PP
Bibliografia di Riferimento
Ahmed, L. (1992). Women and Gender in Islam: Historical Roots of a Modern Debate. New Haven: Yale University Press.
Barlas, A. (2002). “Believing Women” in Islam: Unreading Patriarchal Interpretations of the Qur’an*. Austin: University of Texas Press.
Faludi, S. (1991). Backlash: The Undeclared War Against American Women. New York: Crown Publishing.
Farris, S. R. (2017). In the Name of Women’s Rights: The Rise of Femonationalism. Durham: Duke University Press.
Mamdani, M. (2004). Good Muslim, Bad Muslim: America, the Cold War, and the Roots of Terror. New York: Pantheon Books.
Said, E. W. (1978). Orientalism. New York: Pantheon Books.
Spivak, G. C. (1988). Can the Subaltern Speak?. In C. Nelson & L. Grossberg (Eds.), Marxism and the Interpretation of Culture. Urbana: University of Illinois Press.
