“Il futuro appartiene ai territori capaci di trasformare la propria diversità culturale in innovazione, la propria gioventù in conoscenza e la propria identità in cooperazione
Ci sono territori che la narrazione eurocentrica e occidentale ha per troppo tempo confinato ai margini della storia, descrivendoli esclusivamente attraverso la lente del conflitto, della povertà o della periferia. Il Dipartimento del Cauca, nel sud-ovest della Colombia, e la sua splendida capitale Popayán, sono stati per decenni raccontati attraverso queste categorie. Eppure la storia, quando incontra la visione, il capitale umano e la cooperazione internazionale, sa cambiare direzione.
A dimostrarlo è Juan Manuel Rincón, Consigliere Speciale per le Industrie Creative, Digitali e la Cooperazione Internazionale della Città di Popayán e del Dipartimento del Cauca, che durante l’Open Dialogue «Il futuro del mondo: una nuova piattaforma per la crescita globale», svoltosi a Mosca, ha presentato una proposta destinata a far discutere: L’equazione strategica del Cauca.

Nella sua visione, il Cauca non è più una periferia geografica, ma una frontiera strategica globale capace di dialogare con i BRICS, con l’Asia-Pacifico, con l’Africa e con le nuove geografie della conoscenza. Una regione che può trasformare la propria straordinaria biodiversità, il patrimonio delle culture ancestrali e una popolazione giovanissima — oltre il quaranta per cento degli abitanti ha meno di venticinque anni — in un motore di innovazione, intelligenza artificiale, cybersicurezza, energie rinnovabili e diplomazia culturale.
Nel corso dell’Open Dialogue, Rincón ha condiviso questa prospettiva con studiosi, ricercatori e innovatori provenienti da ogni continente, confrontandosi con progetti dedicati alla robotica umanoide, alla longevità, all’intelligenza artificiale e allo sviluppo sostenibile. Da questo dialogo è emersa una convinzione comune: il futuro non appartiene alle nazioni che accumulano risorse, ma a quelle che investono nel capitale umano, nella conoscenza e nella cooperazione tra civiltà.
In questa intervista esclusiva, Juan Manuel Rincón ci accompagna in un viaggio che parte dal Cauca ma guarda all’intero pianeta. Un percorso che attraversa la diplomazia culturale, le tecnologie emergenti, la sostenibilità ambientale e il ruolo crescente del Sud Globale nel nuovo ordine multipolare, dimostrando come i territori considerati marginali possano diventare protagonisti delle grandi trasformazioni del XXI secolo.

Juan Manuel, nel tuo straordinario saggio rompi con la vecchia narrativa coloniale che vede il Cauca come una periferia isolata, elevandolo a “frontiera strategica globale” per i partner dei BRICS. In che modo questa nuova centralità geoeconomica può trasformarsi in un modello di rivendicazione identitaria e di sovranità reale per tutta l’America Latina?
Per decenni l’America Latina è stata osservata attraverso mappe costruite da altri centri di potere. In quelle mappe, regioni come il Cauca continuano ad apparire come territori periferici e isolati: spazi definiti più dai loro conflitti o dalle loro difficoltà che dalle loro capacità. Tuttavia, il XXI secolo ci invita a ripensare questa prospettiva.
Quando parlo del Cauca come di una frontiera strategica globale, non mi riferisco soltanto a una posizione geografica. Mi riferisco a una regione che possiede alcune delle risorse più preziose per il futuro: una straordinaria biodiversità, una ricchezza culturale multiforme, una popolazione giovane e una posizione privilegiata verso l’Oceano Pacifico e lungo i corridoi logistici colombiani che collegano il centro e il sud del Paese. Tutti questi elementi stanno acquisendo un valore geopolitico crescente.
La vera sovranità non consiste soltanto nell’esercitare autorità su un territorio. Consiste nella capacità di definire un destino prospero, generare conoscenza, creare tecnologia propria, partecipare ai mercati globali e dialogare da pari a pari con altre nazioni, anche al di fuori dell’America Latina, come quelle dell’Asia-Pacifico. Oggi abbiamo l’opportunità storica di invertire questa equazione.
Per questo considero il Cauca un possibile esempio per tutta l’America Latina. Non perché aspiri a competere con le grandi potenze, ma perché può dimostrare che è possibile trasformare territori storicamente marginalizzati in centri di creatività, innovazione e cooperazione internazionale. La ricchezza di una regione non si misura più soltanto da ciò che estrae dalla terra, ma anche dalle idee che produce, dalle alleanze che costruisce e dal talento umano che riesce a sviluppare.
Questo cambiamento implica anche il recupero dell’autostima collettiva e il superamento di conflitti razziali che affondano le proprie radici nel periodo coloniale. Per generazioni molti territori hanno imparato a guardarsi attraverso il prisma dei propri limiti. La sfida attuale è riconoscersi attraverso le proprie possibilità. Quando una comunità comprende che la propria cultura, la propria biodiversità, i propri saperi ancestrali e la propria gioventù hanno un valore strategico per il mondo, inizia un profondo processo di trasformazione.

Il dato demografico che citi è impressionante: oltre il 40% della popolazione del Cauca ha meno di 25 anni. Spesso la gioventù nei territori complessi viene lasciata nell’indifferenza o nell’anestesia sociale. Tu, invece, proponi di investire in infrastrutture avanzate della conoscenza (IA, Blockchain, Cybersecurity). Come si trasforma l’energia di questi giovani in una risorsa geopolitica capace di dialogare alla pari con i colossi del mondo?
Quando si osservano le statistiche demografiche del Cauca, molti vedono semplicemente dei numeri. Io, grazie alla mia esperienza di lavoro con comunità periferiche e vulnerabili, vedo qualcosa di diverso: una delle maggiori opportunità strategiche dell’America Latina per i prossimi decenni e una speranza che merita di essere risvegliata.
Più del 40% della nostra popolazione ha meno di 25 anni. In un’epoca segnata dall’invecchiamento demografico di molte economie sviluppate, disporre di una generazione giovane, dinamica e creativa rappresenta una risorsa straordinaria. Tuttavia, la sola giovinezza non garantisce lo sviluppo. La storia dimostra che una popolazione giovane può diventare sia un motore di trasformazione sia una fonte di frustrazione sociale o di fuga di cervelli, se non esistono opportunità per valorizzarne il talento.
Per questo ritengo che il grande investimento del XXI secolo non debba concentrarsi esclusivamente su strade, porti o edifici. Deve essere rivolto anche alla costruzione di infrastrutture della conoscenza. Mi riferisco a centri di intelligenza artificiale, laboratori di cybersicurezza, ecosistemi di innovazione, programmi di formazione nelle tecnologie emergenti, piattaforme di imprenditorialità digitale e spazi di cooperazione scientifica internazionale.
Per decenni molte regioni latinoamericane hanno esportato risorse naturali fino a esaurirle. La sfida attuale consiste nell’esportare conoscenza, innovazione e soluzioni. Un giovane del Cauca che padroneggi strumenti di intelligenza artificiale, analisi dei dati, blockchain o sviluppo software può collaborare con aziende, università e istituzioni in qualsiasi parte del mondo senza dover necessariamente abbandonare il proprio territorio.
Ma esiste una dimensione ancora più importante. La tecnologia non deve essere intesa soltanto come macchina o strumento economico. Può diventare anche uno strumento di dignità. Quando un giovane scopre che le sue capacità intellettuali hanno un valore globale e che, combinate con il potenziale del suo territorio, possono generare cambiamento, si modifica il modo in cui guarda sé stesso, la propria comunità e il mondo. L’innovazione cessa di essere un privilegio di pochi Paesi e diventa un linguaggio universale.
In uno scenario internazionale sempre più competitivo, i Paesi non competono soltanto attraverso le risorse naturali o le capacità militari. Competono anche attraverso il capitale umano. La vera ricchezza strategica di una nazione è rappresentata dalla qualità dei suoi scienziati, imprenditori, ricercatori, ingegneri, artisti e creatori.
Per questo immagino il Cauca del 2050 — e forse anche prima — come un territorio capace di formare giovani in grado di dialogare alla pari con specialisti di Mosca, Shanghai, Nuova Delhi, Johannesburg, San Paolo o qualsiasi altro centro globale dell’innovazione. Non perché imitino modelli esterni, ma perché offrano prospettive originali nate dalla nostra diversità culturale, dalla nostra esperienza storica e dal nostro rapporto unico con la natura.

Nel tuo testo evochi una visione di lungo periodo che contempla il coinvolgimento di grandi conglomerati russi, come Yandex e Rosatom, nello sviluppo di laboratori tecnologici, medicina nucleare ed energie rinnovabili. Come immagini concretamente questo “dialogo tra civiltà” e in che modo il trasferimento scientifico può generare stabilità e rispetto profondo per le comunità locali?
L’idea di un “dialogo tra civiltà” viene spesso interpretata come un concetto astratto e distante, ma per me possiede una dimensione profondamente pratica. Significa che comunità con percorsi storici differenti possono cooperare per affrontare sfide comuni senza che una imponga la propria visione all’altra.
In questo senso mi considero un promotore convinto delle relazioni tra Colombia e Russia, nonostante alcune forme contemporanee di russofobia. Vedo questa cooperazione come un’associazione fondata sullo scambio di conoscenze, sulla complementarità delle capacità e sul rispetto reciproco, come avviene da oltre novant’anni di relazioni diplomatiche. Riconosco inoltre il grande contributo della Russia e, prima ancora, dell’Unione Sovietica, che hanno offerto borse di studio a numerosi colombiani permettendo loro di formarsi in prestigiose università e istituti artistici e sportivi.
Quando cito organizzazioni come Yandex o Rosatom, non le considero soltanto grandi conglomerati tecnologici, ma alleati nella costruzione di capacità locali. L’obiettivo non dovrebbe essere importare tecnologia in modo passivo, bensì creare ecosistemi in cui università, centri di ricerca, imprese e comunità collaborino per sviluppare soluzioni adattate alle realtà del territorio.
Ad esempio, immagino laboratori di innovazione nel Cauca dove giovani ricercatori colombiani possano lavorare insieme a scienziati russi nei campi dell’intelligenza artificiale, dell’analisi dei dati, dell’agricoltura di precisione, della cybersicurezza e della gestione ambientale. Allo stesso modo, l’esperienza russa nella medicina nucleare potrebbe contribuire a rafforzare il sistema sanitario colombiano, ampliando l’accesso a diagnosi e trattamenti avanzati per popolazioni storicamente escluse da questi servizi.
Nel settore energetico immagino progetti comuni legati alle energie rinnovabili, alla biomassa, all’idrogeno verde e ai sistemi intelligenti di gestione energetica. Tuttavia, il successo di tali iniziative dipende da un principio fondamentale: nessuna tecnologia può essere considerata efficace se non migliora concretamente la qualità della vita delle persone e se non rispetta le specificità culturali e ambientali dei territori in cui viene applicata.
Ritengo che il trasferimento scientifico non debba essere inteso come un flusso unidirezionale di conoscenze da un Paese all’altro. Deve essere un processo di apprendimento reciproco. La Russia può offrire un’enorme esperienza scientifica e industriale; territori come il Cauca possono condividere conoscenze sulla biodiversità, sulla sostenibilità, sulla gestione comunitaria e sui saperi ancestrali sviluppati nel corso dei secoli.
Quando parlo di dialogo tra civiltà, dunque, non mi riferisco soltanto alla cooperazione tra Stati o imprese, ma alla costruzione di ponti tra differenti forme di conoscenza, culture e visioni del futuro. Se riusciremo a realizzarlo correttamente, il trasferimento scientifico produrrà non solo innovazione e crescita economica, ma anche fiducia, coesione sociale e un profondo rispetto per le comunità locali. E questa, a mio avviso, è una delle basi più solide per la stabilità e lo sviluppo sostenibile del XXI secolo.

La tua equazione parla di grandi progetti che uniscono tecnologia avanzata, benessere sociale e sostenibilità ambientale. Questa prospettiva richiama da vicino l’idea di una bioarchitettura a misura d’uomo, capace di curare il territorio invece di violentarlo. Quale ruolo svolgono la pianificazione urbana e l’impiego di energie pulite, come l’idrogeno verde o la biomassa, nella costruzione della Popayán del futuro?
Le città del XXI secolo non possono continuare a crescere secondo i paradigmi del Novecento. Per decenni lo sviluppo urbano è stato concepito come una continua espansione fisica; oggi deve essere interpretato come una costruzione intelligente del benessere. Nel caso di Popayán, immagino una città in cui la pianificazione urbana sia orientata al miglioramento della qualità della vita, alla tutela del patrimonio culturale e al rafforzamento del rapporto tra le persone e il loro vasto ambiente naturale. Una città che cresca senza perdere la propria anima e la propria biodiversità.
La bioarchitettura e l’urbanistica sostenibile offrono un’opportunità straordinaria per riconciliare sviluppo e natura. Corridoi ecologici, lungofiumi verdi, infrastrutture vegetali, mobilità pulita, edifici energeticamente efficienti e spazi pubblici pensati per favorire la convivenza possono trasformare la città in un modello di sostenibilità per l’America Latina. Più che costruire e accumulare nuove strutture, si tratta di creare nuovi modi di abitare il territorio.
Le energie pulite svolgono un ruolo decisivo in questo processo. L’idrogeno verde, la biomassa, l’energia solare e le altre fonti rinnovabili non rappresentano soltanto una soluzione tecnica, ma una vera e propria visione del futuro. Se Popayán, che oggi sta pianificando il proprio sviluppo territoriale con uno sguardo proiettato al futuro, riuscirà a integrare innovazione energetica, tutela ambientale e sviluppo sociale, potrà diventare un laboratorio urbano in cui prosperità economica e sostenibilità non saranno più obiettivi separati, ma aspetti della stessa realtà.

Citi tecnologie dirompenti come Big Data e criptovalute all’interno dei nuovi flussi finanziari. In un momento storico in cui il mondo avanza verso la dedollarizzazione e la diversificazione dei mercati, come può il Cauca posizionarsi come nodo pilota di queste nuove forme di economia digitale e multipolare?
Stiamo vivendo una trasformazione persino più rapida della Rivoluzione Industriale, guidata dai dati, dagli algoritmi e dalla connettività globale. In questo nuovo scenario la ricchezza non dipende più esclusivamente dal possesso di risorse naturali, ma dalla capacità di generare conoscenza, elaborare informazioni, creare innovazione e adattarsi rapidamente alle sfide emergenti. Ciò apre opportunità senza precedenti per regioni che storicamente sono rimaste lontane dai grandi centri finanziari.
Il Cauca possiede un vantaggio spesso sottovalutato: il suo capitale umano. Una popolazione giovane, connessa e sempre più interessata alla tecnologia può diventare la base di un’economia digitale orientata all’innovazione, ai servizi tecnologici e all’imprenditorialità globale. La sfida consiste nel creare fin da ora ecosistemi che integrino università, imprese, centri di ricerca e cooperazione internazionale per sviluppare competenze in intelligenza artificiale, blockchain, analisi dei dati e cybersicurezza.
Non si tratta soltanto di partecipare a nuove dinamiche finanziarie, ma di costruire sovranità tecnologica. In un mondo sempre più multipolare, i territori capaci di sviluppare competenze proprie nella produzione di conoscenza avranno una posizione più solida nell’economia globale. La mia visione è che il Cauca possa diventare un punto di riferimento latinoamericano in cui innovazione tecnologica, inclusione sociale e sviluppo sostenibile procedano insieme.

Abbiamo condiviso la straordinaria esperienza dell’Open Dialogue di Mosca, un contesto nel quale è stato rilanciato il valore dell’essere umano e della cultura. Quale accoglienza ha ricevuto la tua “Equazione Strategica” e quali ponti concreti ritieni di aver costruito tra Russia e Colombia attraverso la cultura e la cooperazione scientifica?
Desidero innanzitutto esprimere la mia profonda gratitudine alla Federazione Russa e al team di Open Dialogue per avermi aperto le porte di questo spazio e avermi dato l’opportunità di dare voce alla mia regione.
Ciò che mi ha sorpreso maggiormente è stato constatare come una proposta nata nel Cauca potesse suscitare interesse tra partecipanti provenienti da contesti così diversi. L’accoglienza è stata positiva perché l’Equazione Strategica non si limita a descrivere problemi, ma propone una visione del futuro fondata su educazione, innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale. Molti interlocutori vi hanno riconosciuto un invito a ripensare lo sviluppo da una prospettiva più umana e territoriale.
Open Dialogue ha dimostrato che la diplomazia culturale e scientifica continua a essere uno degli strumenti più potenti per costruire comprensione reciproca tra le società. Attraverso il dialogo con accademici, ricercatori, imprenditori e rappresentanti istituzionali è stato possibile offrire un’immagine diversa della Colombia e del Cauca: un’immagine associata al talento, alla creatività, alla biodiversità e alla capacità di trasformazione.
I ponti più importanti costruiti durante l’incontro sono stati innanzitutto ponti di fiducia. La cooperazione internazionale nasce quando le persone scoprono obiettivi condivisi. Mosca ha permesso di aprire conversazioni sulla diplomazia culturale, sulla formazione dei talenti, sull’innovazione tecnologica e sullo sviluppo territoriale che potrebbero tradursi in alleanze concrete nei prossimi anni.
Ritengo che il risultato più significativo sia stato dimostrare che Colombia e Russia hanno molto più da condividere di quanto si sia tradizionalmente immaginato.

Mosca non era una novità assoluta per te. Quale impatto continua ad avere questa metropoli così densa di storia, arte e proiezioni verso il futuro? C’è un’immagine, un monumento o un momento particolare che ti ha fatto pensare: “Ecco il punto di contatto culturale tra la Russia e la mia Colombia”?
Questa è stata la mia seconda visita a Mosca e ogni volta che vi ritorno resto colpito dalla sua capacità di rappresentare simultaneamente il dialogo tra passato e futuro. È una città straordinaria, dove la storia non è confinata nei musei, ma fa parte della vita quotidiana. Allo stesso tempo si percepisce una forte vocazione verso la scienza, l’innovazione e la pianificazione di lungo periodo.
Osservare la convivenza tra monumenti storici, istituzioni culturali, università e centri tecnologici mi ha insegnato che il vero sviluppo non consiste nello scegliere tra tradizione e modernità, ma nel far sì che entrambe si rafforzino reciprocamente. Questa è una lezione preziosa anche per la Colombia.
Forse il punto di contatto più profondo tra Russia e Colombia è proprio il valore che entrambi i popoli attribuiscono alla cultura come elemento di coesione sociale. Camminando per Mosca, ho spesso pensato a come la ricchezza storica, artistica e umana di Popayán possa diventare anch’essa una piattaforma per l’innovazione, il dialogo internazionale e lo sviluppo sostenibile.

All’Open Dialogue non eri solo: hai condiviso giornate intense con colleghi provenienti da ogni parte del mondo. Come hai vissuto questa esperienza di scambio umano? C’è stato qualche progetto che ti ha particolarmente colpito e che ritieni possa dialogare con la tua visione del Cauca?
Uno dei maggiori insegnamenti ricevuti è stato scoprire che, nonostante proveniamo da contesti culturali, economici e geografici molto differenti, condividiamo molte delle stesse preoccupazioni riguardo all’educazione, alla sostenibilità, all’innovazione e al benessere sociale. Al di là delle frontiere esiste una generazione globale che desidera costruire soluzioni per sfide comuni.
Le conversazioni più arricchenti sono state quelle che hanno dimostrato come territori spesso considerati periferici possano trasformarsi in autentici laboratori di innovazione. Ascoltare esperienze provenienti da Asia, Africa, Europa e America Latina mi ha confermato che lo sviluppo del futuro dipenderà sempre più dalla capacità di connettere la conoscenza locale con la cooperazione internazionale.
Ciò che mi ha ispirato maggiormente è stato comprendere che il Cauca non è affatto isolato dalle grandi conversazioni globali. Al contrario, molte delle sfide e delle opportunità che affrontiamo sono condivise da altre regioni del pianeta. Questo apre la strada a nuove alleanze accademiche, scientifiche e culturali capaci di generare benefici reciproci.
Tra i progetti che hanno attirato particolarmente la mia attenzione vi sono quelli presentati da Ruslan Gafarov, dedicato a una piattaforma di robotica umanoide, e da Xu Weilan, incentrato sull’assistenza agli anziani. Il primo è strettamente collegato alla mia proposta di promuovere le industrie tecnologiche; il secondo è importante perché ci invita a pianificare fin da oggi il benessere di una fase della vita che tutti, prima o poi, saremo chiamati a vivere.

A prima vista Colombia e Mosca sembrano mondi lontani, quasi opposti. Tuttavia la tua presenza lì dimostra il contrario. Qual è il filo invisibile — culturale, ideale o scientifico — che collega più intimamente la realtà colombiana con la capitale russa in questo nuovo secolo multipolare?
Credo che questo filo invisibile sia la capacità di entrambi i popoli di immaginare il futuro senza dimenticare le proprie radici. Sia la Colombia sia la Russia hanno attraversato processi storici complessi e hanno compreso che cultura, educazione e conoscenza sono strumenti fondamentali per costruire stabilità e progresso.
Esiste inoltre una connessione fondata sulla diversità. La Russia è una realtà composta da molte regioni, identità e tradizioni. Anche la Colombia, sebbene in una scala differente, condivide questa ricchezza di culture, territori e visioni del mondo. In un secolo in cui l’innovazione nasce sempre più dall’incontro tra prospettive differenti, tale diversità rappresenta una forza strategica.
Infine, ci unisce una convinzione che considero essenziale per il mondo multipolare: la cooperazione internazionale deve fondarsi sul rispetto reciproco. Nessuna nazione possiede tutte le risposte. Le grandi sfide del nostro tempo richiedono dialogo, scambio di conoscenze e relazioni in cui ogni società possa offrire i propri punti di forza e imparare dagli altri.
Guardando oltre l’esperienza di Mosca e con l’orizzonte rivolto al 2050, quali saranno i tuoi primi passi concreti al ritorno in Colombia? Esistono già progetti pilota o tavoli di lavoro che intendi avviare a Popayán per trasformare questa “Equazione Strategica” in realtà?
Il primo passo consiste nel trasformare le idee in reti di collaborazione. Nessuna visione di lungo periodo può concretizzarsi individualmente. Per questo la mia priorità è rafforzare gli spazi di dialogo tra università, organizzazioni culturali, settore imprenditoriale, giovani innovatori e istituzioni pubbliche interessate a costruire un’agenda comune per lo sviluppo del Cauca.
Ritengo inoltre fondamentale promuovere iniziative pilota in ambiti strategici quali la formazione nelle tecnologie emergenti, la diplomazia culturale, la cooperazione scientifica e la sostenibilità territoriale. I grandi cambiamenti nascono sempre da progetti concreti, capaci di dimostrare risultati e generare fiducia tra gli attori coinvolti.
Il mio orizzonte continua a essere il 2050, ma il lavoro comincia oggi. Più che un semplice documento o una proposta accademica, l’Equazione Strategica aspira a diventare una piattaforma di azione collettiva. Il vero successo non sarà vedere questa idea discussa nei forum internazionali, ma contribuire a creare opportunità reali per i giovani, rafforzare le capacità locali e posizionare il Cauca come un territorio capace di dialogare con il mondo a partire dalla propria identità.
dominato dagli algoritmi, l’uomo deve evolvere verso la “Cittadinanza 5.0”. Sánchez-Olguín ci dà gli strumenti tecnici (Blockchain, IA, Università Liquide) per garantire che l’intelligenza umana non venga sostituita, ma potenziata in modo simbiotico.

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