Oltre le sanzioni, tra sovranità e dialogo: Cronaca di un incontro plurale all’Ambasciata dell’Iran
A Roma, questo 15 Aprile 2026, l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran ha aperto le sue porte per un evento che rompe gli schemi della diplomazia tradizionale. Sua Eccellenza l’Ambasciatore Mohammad Taghi Sabouri ha accolto un folto gruppo di giornalisti, docenti universitari, saggisti, scrittori ed esperti di geopolitica per un pranzo di lavoro che si è trasformato in un laboratorio di analisi critica e proposte operative sulla crisi mediorientale e sul ruolo dell’informazione.

La distinzione morale tra umiltà e umiliazione
Il discorso inaugurale dell’Ambasciatore Sabouri ha toccato corde profonde, non solo politiche ma anche filosofiche. Il diplomatico ha voluto chiarire la postura dell’Iran nel teatro mondiale: il Paese rivendica una radicata cultura dell’ ascolto e dell’umiltà, intesa come rispetto per l’ordine internazionale e per l’alterità, ma ha ribadito con forza che tale umiltà non deve mai essere confusa con l’umiliazione.
Secondo Sabouri, l’Iran è da anni bersaglio di una strategia di soffocamento che viola i più elementari diritti umani. Ha parlato apertamente di terrorismo economico, riferendosi a un regime sanzionatorio spesso unilaterale e privo di legittimità internazionale. Il punto più dolente toccato dal regime sanzionatorio riguarda le “vittime invisibili” di queste misure: non i vertici politici, ma i bambini affetti da malattie rare privati dei farmaci necessari, gli anziani, i disabili e le persone fragili. È in questo contesto che l’Iran ha sentito il dovere di reagire, per superare quel confine oltre il quale la dignità nazionale rischiava di essere calpestata.
La sovranità energetica e la critica all’Occidente
Un altro passaggio chiave ha riguardato la questione nucleare, spesso ridotta dai media a una questione di sicurezza militare. L’Ambasciatore ha denunciato come la “scusa dell’uranio” sia stata utilizzata per inibire la legittima sovranità energetica della nazione. Ha evidenziato la contraddizione di una politica occidentale che, mentre parla di diritto internazionale, occupa militarmente le sponde del Golfo Persico e impone embarghi che colpiscono la popolazione civile. L’incontro ha chiarito che l’Iran non cerca il conflitto, ma la fine di un isolamento forzato e illegittimo che dura da decenni.
Le voci della diaspora e l’istanza per i prigionieri politici
Il dibattito è entrato nel vivo con gli interventi di intellettuali del calibro di Farian Sabahi e Minoo Mirshahavalad. Le studiose hanno sollevato una questione cruciale e spesso taciuta: la condizione delle giornaliste, delle opinioniste e delle ricercatrici della diaspora iraniana.
Queste donne, che scelgono di mantenere una posizione indipendente — distanziandosi sia dai “dogmi” governativi sia dal mainstream “palavita” (i sostenitori della restaurazione monarchica) e atlantista — si trovano spesso tra due fuochi. Sono state denunciate minacce di morte, persecuzioni e campagne d’odio online che mirano a silenziare chiunque cerchi di fare un’analisi sfumata, contraria alla guerra e alle sanzioni. È stata chiesta con forza l’attivazione di meccanismi di protezione per garantire la libertà di ricerca e di opinione, permettendo alla diaspora di essere un ponte critico ma costruttivo.
In questo solco, è giunta una proposta politica di straordinario peso: la richiesta di liberazione per figure emblematiche come l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh e altri attivisti che, pur mantenendo una visione fortemente critica verso il governo attuale, hanno dimostrato una inattaccabile tenuta patriottica, opponendosi alla guerra degli USA. Le relatrici hanno sottolineato come queste persone si siano opposte fermamente alla guerra e alle sanzioni, rifiutando ogni forma di collaborazionismo con l’ingerenza statunitense. Liberare chi difende la propria nazione dalle pressioni esterne, pur invocando riforme interne, sarebbe un segnale di forza e maturità democratica da parte di Teheran, distinguendo il dissenso legittimo dal tradimento.
L’ idea del Prof. Pacini: La diplomazia “people to people”
Particolarmente dettagliato è stato il contributo del Professor Lorenzo Maria Pacini, che ha proposto un superamento della diplomazia di carriera a favore di una missione di diplomazia popolare. L’idea è quella di costituire una delegazione di 12-15 persone, formata non solo da professionisti dell’informazione, ma anche da imprenditori, cittadini comuni e, strategicamente, dai cosiddetti content creator o influencer.
Pacini ha spiegato che nell’era dell’ InfoWarfare (la guerra dell’informazione), la narrazione ufficiale è un terreno di scontro fondamentale. Una delegazione formata da persone con un ampio seguito digitale potrebbe costruire un “framing” alternativo, portando testimonianze dirette e umane che sfidino i pregiudizi dei media mainstream. La missione dovrebbe essere preceduta da una formazione rigorosa (diritto internazionale, sicurezza, cultura e codici comunicativi dell’Iran contemporaneo) per agire come uno strumento di Soft Power.
Un punto tecnico interessante toccato da Pacini riguarda l’utilizzo dei Consoli Onorari. Sebbene non siano diplomatici di carriera, queste figure godono di prerogative come il segreto di borsa, che facilita lo scambio sicuro di documenti e comunicazioni. Sfruttare queste “zone grigie” del diritto consolare permetterebbe di creare una connessione istituzionale-popolare capace di interrogare direttamente il Ministero degli Affari Esteri e il governo italiano, costringendoli a riconoscere una volontà di dialogo tra i popoli, dialogo che parte dal basso.
Un pluralismo inaspettato
Ciò che ha colpito profondamente la sottoscritta presente all’evento, è stata l’atmosfera di autentico pluralismo all’interno dell’Ambasciata. Per la prima volta si è visto un corpo diplomatico non arroccato su posizioni difensive, ma ansioso di raccogliere critiche, suggerimenti e pareri da ogni spettro politico. Erano presenti giornalisti di ogni orientamento, tutti liberi di intervenire e porre domande scomode.
Questa apertura smentisce nei fatti molte delle calunnie a cui l’Iran è sottoposto e suggerisce che, nonostante le tensioni internazionali, esiste uno spazio di dialogo possibile. Un dialogo che non accetta umiliazioni, ma che invita il mondo a guardare oltre la cortina delle sanzioni per riscoprire il valore della dignità e della sovranità dei popoli.
