Moni Ovadia
Oggi il Medio Oriente brucia sotto una luce sinistra. Si può parlare di crisi geopolitica; ma non si tratta solo di questo, è in atto un abisso umanitario che sembra aver inghiottito ogni residuo di diplomazia. Mentre il Libano trema sotto i bombardamenti e Gaza si trasforma in un monito spaventoso per la coscienza collettiva, l’opinione pubblica globale si trova spesso prigioniera di una narrazione istantanea, priva di radici e di prospettiva. In questo scenario, il rumore delle esplosioni rischia di soffocare non solo le voci delle vittime, ma anche la comprensione delle cause profonde che hanno generato questo presente.
In un mondo dominato dalla post-verità e dalla velocità del consumo informativo, decidere di fermarsi a studiare il passato non si presenta più come un esercizio accademico, ma diventa un gesto politico e morale. Riemergere con la verità storica diventa allora un atto di resistenza intellettuale: significa rifiutare la semplificazione, opporsi alla rimozione dei fatti scomodi e rivendicare la complessità come unica via per la libertà. Non si può comprendere l’oggi senza avere il coraggio di guardare al 1948, non attraverso il filtro del mito, ma attraverso la crudezza dei documenti d’archivio. È questo il senso del dialogo con Moni Ovadia, intellettuale che ha fatto della coerenza e del “teatro della memoria” la sua missione civile.
Parlare di Moni Ovadia significa evocare una delle figure più poliedriche e coraggiose della cultura europea contemporanea. Ebreo sefardita nato in Bulgaria e cresciuto a Milano, Ovadia è un attore e musicista; ma anche un “agitatore di coscienze”. La sua arte affonda le radici nella cultura Yiddish, che egli ha salvato dall’oblio facendone uno strumento di critica sociale universale. Come intellettuale, Ovadia incarna la figura dell’ebreo diasporico che rifiuta l’appiattimento nazionalista per farsi portavoce di un’etica dell’accoglienza e della giustizia.
La sua posizione critica verso le politiche israeliane non nasce da un distacco dalle proprie radici, ma, al contrario, da un profondo rigore morale che non accetta deroghe ai diritti umani, rendendolo una voce autorevole e spesso scomoda nel panorama internazionale.
L’autore: Leonid Mlechin, il cronista delle verità sepolte

La base di questa riflessione è l’opera di Leonid Mlechin, uno dei più autorevoli storici e giornalisti russi contemporanei. Mlechin è noto per la sua capacità quasi archeologica di scavare negli archivi post-sovietici, un tempo inaccessibili, per riportare alla luce i meccanismi invisibili del potere. Con uno stile che unisce il rigore dello storico alla narrazione incalzante del grande reporter, Mlechin ha ricostruito i passaggi cruciali del XX secolo.

Nel suo libro «Perché Stalin creò lo Stato d’Israele» (edito da Sandro Teti Editore), egli effettua una cronaca dei fatti, ma lo fa operando una vera e propria decostruzione dei miti fondativi del Medio Oriente moderno. Il volume è arricchito dai contributi di due giganti della cultura italiana: il filologo e storico Luciano Canfora e lo stesso Moni Ovadia, che con i loro saggi offrono una chiave di lettura filosofica e politica indispensabile.
Il lavoro di Mlechin scardina le narrazioni convenzionali, rivelando come la nascita dello Stato d’Israele sia stata, in primo luogo, un capolavoro di cinica Realpolitik staliniana. Lungi dall’essere mosso da afflato umanitario, l’appoggio del Cremlino fu dettato dalla fredda necessità strategica di scardinare l’egemonia britannica in Medio Oriente, inserendo un cuneo geopolitico in una regione vitale.
Questa strategia si concretizzò in quello che Mlechin definisce un vero e proprio “ponte delle armi“: attraverso la triangolazione con la Cecoslovacchia, Stalin fece affluire un arsenale imponente, dai semplici fucili fino ai caccia Messerschmitt. Senza questo supporto bellico vitale, le forze ebraiche sarebbero state quasi certamente travolte nel 1948. Ma l’offensiva di Mosca non fu solo militare, bensì anche diplomatica. Il libro mette in luce il ruolo pionieristico di Andrei Gromyko alle Nazioni Unite: fu proprio il delegato sovietico, anticipando le esitazioni delle potenze occidentali, a perorare con forza il diritto degli ebrei a uno Stato sovrano. Dietro questa spinta risiedeva l’illusione del “socialismo nel deserto“: il calcolo errato di Mosca che vedeva nell’organizzazione collettivista dei Kibbutz la cellula embrionale di una futura democrazia popolare filo-sovietica.
Il paradosso di Stalin nelle riflessioni di Ovadia

Moni Ovadia, analizzando questo legame storico, mette a nudo l’ambiguità di quella scelta: «Guarda, Stalin pensava di avere un elemento nello scacchiere del Medio Oriente che fosse una spina nel fianco dell’impero britannico».
In quel momento, il movimento sionista si presentava con un’immagine legata al mondo del lavoro: «Il sionismo aveva un vestito laborista. E allora Stalin pensava che avrebbe potuto essere un paese di orientamento socialista. E in questo lui si era sbagliato». Il supporto fu concreto e massiccio: «Senza Stalin lo Stato d’Israele non sarebbe mai nato, perché le armi ai combattenti ebrei della Palestina mandataria le ha date Stalin. Armi pesanti, leggere, pesanti, aeree, eccetera, eccetera». Per questo, Ovadia lancia una provocazione storica: «Per cui ogni buon sionista dovrebbe tenere sulla propria testiera del letto il ritratto di Yossi Vissarionovic, detto Stalin». Il cuore della critica di Ovadia risiede nel tradimento di quegli ideali socialisti in favore di una deriva che egli definisce coloniale: «Il sionismo si sarebbe rivelato perfettamente saldato con un’idea fascista», spiega, aggiungendo che «il sionismo è un’emanazione del colonialismo europeo. Non è una cosa ebraica, è una cosa del colonialismo europeo. Nasce da quel crimine spaventoso, e per me il colonialismo è stato il più grande crimine della storia dell’umanità».

Guardando alla ferocia del conflitto attuale, Ovadia non usa mezzi termini: «Il sionismo è una forma psicopatologica di colonialismo. Il sionismo ha incamerato la logica dei carnefici. È veramente un fenomeno psicopatico, se no non lo si capisce in tutta la sua ferocia». Questa regressione dell’umanità si riflette, secondo l’artista, anche nella qualità dei leader mondiali contemporanei, come nel caso di Trump, definito «un farabutto squilibrato mentale» in un’umanità che appare drammaticamente regredita.
In questo scenario, la cultura diventa l’unico argine alla manipolazione. Ovadia rende omaggio al lavoro editoriale di Sandro Teti, sottolineando l’importanza di pubblicare opere che sfidano il pensiero unico: «La Sandro Teti è una casa editrice che ci permette di accedere a informazioni e saperi che altrimenti sarebbero nascosti, e questo gli rende grandissimo merito».
Riscoprire oggi la genesi dello Stato d’Israele attraverso gli occhi di Mlechin, la profondità di Canfora e la passione civile di Ovadia ci appare uno strumento che supera il mero esercizio di storiografia per farsi monito su come le alleanze del passato e le ambizioni di potenza abbiano generato i paradossi del presente. Unire la precisione documentale alla resistenza intellettuale resta, oggi più che mai, l’unica via per un’architettura della pace che sia reale e duratura.
