Roberto Roggero – Lo Stretto di Hormuz assume il ruolo di tassello decisivo nella situazione di crisi in Medio Oriente, cosa che per altro non stupisce, soprattutto sul piano economico e geopolitico. Londra, che prima aveva negato l’uso delle basi aeree, si allinea al padrone di Washington, non solo permettendo l’utilizzo delle basi di Fairford (in Gran Bretagna) e della fondamentale Diego Carcia (Oceano Indiano) ma ha anche deciso l’invio di droni sottomarini e cacciamine nello Stretto di Hormuz, mentre da Teheran pare prossima l’imposizione di un pedaggio per attraversare il tratto di mare.
Il governo britannico è pronto a schierare la Royal Navy nel cuore pulsante del commercio petrolifero mondiale, con lo scopo di controbilanciare la minaccia delle mine marine che l’Iran ha disseminato lungo le proprie coste.
Un’operazione in grande stile, parte di una missione di più ampio respiro, in cooperazione con Stati Uniti, Francia e qualche altro Paese non ancora reso noto. In sostanza, quelli “alleati che il “biondo” Donald ha prima messo alla berlina e ai quali ha poi chiesto aiuto, i quali hanno abbassato la testa, come i cagnolini finti che annuiscono dal lunotto posteriore della macchina.
La Gran Bretagna schiera un’unità navale per trasporto e rilascio di apparecchiature subacquee di ultima generazione, realizzate per scandagliare e bonificare tratti di mare. In risposta, l’Iran ha annunciato che verrà fissato un pedaggio di transito di 2 milioni di dollari per ciascuna nave commerciale, ma con un escamotage: le richieste di pagamento verrebbero effettuate in modo informale, appositamente per creare incertezza negli armatori e nelle compagnie assicurative, non è dato sapere in quale valuta verrebbero applicati questi pedaggi, ma sembra che diverse imbarcazioni abbiano già accettato, per evitare sequestri o ritorsioni.

La reazione diplomatica dell’Iran è stata immediata e decisa: “In risposta ad alcune affermazioni riguardanti il presunto ricevimento di una somma di 2 milioni di dollari da parte della Repubblica Islamica dell’Iran da navi in transito nello Stretto di Hormuz, si sottolinea che tali affermazioni sono completamente infondate”.
Lo Stretto di Hormuz è considerato uno degli scenari più complessi al mondo per la guerra di mine, una “Mine Warfare”. La strategia dell’Iran si basa storicamente su una combinazione di tecnologie efficaci e sofisticati sistemi moderni, progettati per saturare il “collo di bottiglia” dello stretto e rendere la bonifica un processo lento e pericoloso.
Le mine navali utilizzate in quest’area si dividono principalmente in tre categorie, ognuna con un obiettivo differente. Ci sono gli ordigni “a contatto”, le meno avanzate, tuttavia estremamente temibili. Hanno un irrisorio costo di fabbricazione se paragonate ai sistemi attuali sono prodotte in gran numero e sono di facile impiego. Sono quelle grosse sfere galleggianti in acciaio, ancorate al fondale, rimangono a pochi metri dalla superficie, ed esplodono quando lo scafo di una nave sfiora le “urtanti”, protuberanze cilindriche che sporgono dalla mina. Sono difficili da individuare con i radar di superficie perché restano sommerse, e la loro presenza può bloccare il transito delle petroliere a pieno carico, che hanno un pescaggio profondo.
Ci sono poi le mine “a influenza” o “da fondo”, più tecnologiche, che per detonare non hanno bisogno del contatto perché dotate di sensori che rilevano le navi sopra di esse. I sensori possono essere acustici (rilevamento del rumore dei propulsori), magnetici (rilevamento della variazione del campo magnetico causata dalla massa della nave), a pressione (rilevano lo spostamento d’acqua generato dal movimento dello scafo). Molte di queste mine sono programmate per ignorare le navi piccole e attivarsi solo al passaggio di grandi unità, come navi da guerra o petroliere, o dopo che un certo numero di navi è già passato incolume e si attivano al passaggio delle successive.
Infine ci sono le mine “Limpet” o “vaganti”, che non hanno posizione fissa e sono utilizzate per sabotaggi mirati o per creare timore diffuso a livello psicologico. Sono ordigni alla deriva, che si staccano dall’ancoraggio o vengono rilasciate intenzionalmente, e seguono le forti correnti dello Stretto. Sono a funzionamento magnetico, e a volte applicati manualmente. Spesso sono rivestiti con materiali plastici o compositi, come la vetroresina, per essere non rilevabili ai sonar tradizionali, simulando la forma di rocce o detriti sul fondale.

L’utilizzo di questo tipo di ordigno è inoltre favorito dalla conformazione geografica della zona in questione. Lo Stretto di Hormuz ha correnti sottomarine molto forti, che possono spostare le mine o coprirle di sabbia, rendendo necessaria una mappatura costante del fondale.
Secondo le informazioni disponibili, come per i missili pare che l’Iran abbia una grande varietà e un grande numero di mine, da usare con una oculata strategia: non si vuole creare un cimitero di navi, ma mirare con chirurgica precisione a unità ben identificate. E’ sufficiente l’affondamento o il blocco di una sola petroliera, per avviare una catena di conseguenze ben poco piacevoli per il commercio a livello globale, con successivo aumento spropositato della varietà di merci che passano attraverso Hormuz, soprattutto il petrolio.
Le operazioni programmate dalla Royal Navy con i sistemi “Iver” e “Remus” quindi si concentreranno su questi ordigni, con dotazioni in grado di operare autonomamente dalla nave-madre, su rotte preordinate e impostate, utilizzando sonar a scansione ad alta risoluzione per creare un’immagine tridimensionale dei fondali, e con sofisticati accorgimenti per identificare le caratteristiche delle mine, anche se sono parzialmente interrate o ricoperte di materiali che assorbono le onde sonore. Una volta individuato l’oggetto, i dati vengono trasmessi agli elaboratori per la classificazione e l’operazione di bonifica.
Agiranno anche i droni ROV, veicoli pilotati a distanza con cordone ombelicale che trasmette immagini in tempo reale, con il sistema “SeaFox”, che permette di ispezionare visivamente gli oggetti “one-shot”, cioè posizionando una carica esplosiva di precisione accanto all’ordigno o, in alcuni casi esplodendo insieme alla mina.
Vi sono poi droni che operano in mare, in collegamento con droni aerei da ricognizione, per monitorare movimenti sospetti anche di piccole imbarcazioni che operano nella posa di mine. Un sistema integrato che permette di agire in tempo reale: se un drone aereo avvista un’attività di sabotaggio, i droni subacquei possono essere inviati velocemente sul punto interessato.
