Ho analizzato in numerose sedi, tra cui BRICS and Friends, il valore profetico del romanzo distopico di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella. Cito nuovamente quest’opera perché non rappresenta più soltanto una metafora letteraria, bensì una lente d’ingrandimento sulla deriva iper reazionaria che stiamo attraversando. La realtà politica italiana, segnata dalle esternazioni e dalle proposte del generale Roberto Vannacci, sta pericolosamente convergendo verso l’oscurantismo di Gilead, un sistema in cui la donna viene privata della propria autonomia economica e ricondotta, coercitivamente, a funzioni meramente ancillari.
L’IPER-QUALIFICAZIONE FEMMINILE E LA MORTIFICAZIONE DEL MERITO
Le posizioni espresse dal generale Vannacci — che, in un’ottica di redistribuzione delle opportunità, suggerisce una marginalizzazione del ruolo pubblico femminile in favore di quello maschile — si infrangono contro una realtà statistica incontrovertibile che palesa le contraddizioni del sistema Paese.
Secondo i dati ISTAT e le rilevazioni di AlmaLaurea, le donne italiane superano sistematicamente gli uomini per numero di lauree conseguite, con una performance accademica che vede una quota di laureate nella fascia 25-34 anni significativamente superiore a quella maschile.
Nonostante questo elevato bagaglio culturale, il tasso di occupazione femminile in Italia stagna intorno al 52-53%, un dato che ci relega al fanalino di coda dell’Unione Europea, a fronte di una media comunitaria che supera il 65%.
Lo Stato italiano investe ingenti risorse pubbliche per l’istruzione di queste donne, ma il sistema le sottoutilizza strutturalmente: oltre il 60% delle donne con laurea svolge mansioni per le quali risulta sovraqualificata.
Questa disparità non è una casualità, bensì un meccanismo di protezione di posizioni consolidate: si preferisce sacrificare il merito femminile per tutelare una classe maschile che, in molti settori, non appare in grado di reggere il confronto competitivo. Tale strategia si traduce in uno spreco sistemico di capitale umano, necessario per celare le inefficienze di una gerarchia che teme l’ascesa di competenze autentiche.
LA COSTRUZIONE MEDIATICA DI UN “PRODOTTO” POLITICO
La figura di Roberto Vannacci non appare come l’esito di un percorso politico organico, bensì come un costrutto mediatico sapientemente orchestrato. È lecito interrogarsi sulla genesi di tale popolarità, che solleva il sospetto di un’operazione di marketing politico finalizzata alla destabilizzazione controllata.
Vannacci si fa portatore di un’agenda che spazia dalla cosiddetta “riemigrazione” alla difesa di un ordine naturale che esclude le diversità. Le sue parole risuonano come un monito: nelle sue riflessioni, egli arriva a teorizzare una società in cui le donne dovrebbero tornare a occupare una dimensione domestica, quasi una sorta di “ritorno alle origini” che richiama il modello reazionario più estremo. In una delle sue riflessioni, Vannacci ha sollevato dubbi sulle basi della parità, insinuando una gerarchia di ruoli che annulla decenni di battaglie per l’emancipazione. Queste dichiarazioni non sono semplici opinioni personali; esse fungono da cuneo per spostare il dibattito pubblico verso la normalizzazione di dogmi misogini e razzisti.

IL MODELLO GILEAD CONTRO L’AUTONOMIA
Ciò che Vannacci propone è, a tutti gli effetti, l’ideologia di Gilead applicata all’Italia: il disconoscimento dell’autonomia economica femminile e la sistematica svalutazione delle aspirazioni di carriera. In un contesto in cui le donne studiano più degli uomini, si aggiornano costantemente e dimostrano performance intellettuali di gran lunga superiori, l’invito a fare “un passo indietro” è una violenza simbolica che mira a ridurre la figura femminile a puro apparato riproduttivo e domestico al servizio della virilità.
La mobilitazione di massa non è solo un atto di difesa, ma un imperativo etico. Non si tratta di proteggere un singolo diritto, ma di impedire che il nostro presente venga riassorbito da un patriarcato che utilizza la presunta “natura” come paravento per la sottomissione. La figura di Vannacci rappresenta la spia di un allarme sociale che non possiamo ignorare: stiamo assistendo alla costruzione di un’identità collettiva in cui la competenza è punita per favorire il dominio di casta. Vigilare su questa architettura di potere è il primo passo per impedire che la distopia di Atwood diventi, definitivamente, la nostra realtà quotidiana.

