Il recente attrito mediatico tra l’influencer Anna Bensi e Gerardo Hernández – figura emblematica della resistenza cubana, nota per il suo ruolo nel caso dei Cinque – non costituisce una mera contesa episodica. Si configura, piuttosto, come una manifestazione empirica di una dottrina di proiezione di potenza che gli Stati Uniti implementano con metodica continuità da oltre sei decenni: la costruzione di un’opposizione ancillare, funzionale al processo di destabilizzazione sistematica del sistema politico cubano.
L’INDUSTRIA DEL “VOLTO” E LA GENEALOGIA DELLA DISSIDENZA BRANDIZZATA
Il fenomeno dell’influencer digitale non rappresenta una rottura, ma un’evoluzione nel marketing politico del dissenso. Per decenni, il Dipartimento di Stato, tramite agenzie come la USAID e la National Endowment for Democracy (NED), ha operato una precisa selezione di testimonial destinati a incarnare la “libertà cubana” dinanzi all’opinione pubblica occidentale.
La strategia è costante: si prende un individuo, si garantisce una visibilità globale attraverso circuiti mediatici finanziati da Washington e si crea un’aura di “spontaneità” attorno alla sua figura. È la genealogia di una dissidenza “da scaffale”, dove nomi come Yoani Sánchez o le Damas de Blanco non sono emersi per una crescita organica del consenso interno, ma per una massiccia iniezione di capitali mediatici esteri. Sánchez, ad esempio, è stata elevata a icona internazionale attraverso la premiazione costante da parte di istituzioni e media allineati, trasformando un blog in un’infrastruttura di comunicazione che ha goduto di una risonanza sproporzionata rispetto alla sua reale penetrazione nella società cubana.
Le Damas de Blanco, analogamente, sono state trasformate in un brand iconografico della sofferenza politica. L’uso della simbologia (il bianco, il fiore, la marcia silenziosa) è stato orchestrato per massimizzare l’impatto emotivo sui media europei e nordamericani, fornendo alla politica estera USA un pretesto morale per giustificare il mantenimento e l’inasprimento del bloqueo.
LA MERCIFICAZIONE DEL MALCONTENTO: DALLA CARTA AL TIKTOK
Se in passato il supporto passava per la carta stampata e le premiazioni internazionali, oggi il regime change si gioca sul piano algoritmico. L’influencer moderno — come l’attuale caso Bensi — è il prodotto di un’infrastruttura tecnologica che garantisce visibilità in cambio di narrazioni allineate agli interessi di Washington.
La peculiarità di queste figure è la loro intercambiabilità: il nome cambia, ma il set di valori e l’antagonismo verso il governo dell’Avana restano immutati. Questo sistema di endorsement incrociato crea un ecosistema di eco, dove organizzazioni come Radio e TV Martí fungono da amplificatori primari, mentre i think tank di Miami validano il profilo dell’influencer per renderlo spendibile sui mercati politici internazionali. Il risultato è la costruzione di un’opposizione che parla una lingua comprensibile (e gradita) ai centri di potere statunitensi, ignorando deliberatamente la complessità della realtà materiale dell’isola e le ricadute asfissianti del blocco economico.
LA SOVRANITÀ DELL’AUTOREVOLEZZA CONTRO IL “BRAND”
Il confronto tra figure come Gerardo Hernández e le “star” della dissidenza sovvenzionata espone la frattura tra due mondi:
1. L’Autorevolezza di Stato: Hernández ha costruito la propria posizione non tramite campagne social o funding stranieri, ma attraverso l’esperienza carceraria e la difesa della sovranità nazionale, pagando con la propria libertà il rifiuto di piegarsi alle ingerenze esterne.
2. La Notorietà “Sponsorizzata”: Le figure come Sánchez o Bensi traggono la loro rilevanza dalla quantità di attenzione (e finanziamenti) ricevuta dai centri di potere esteri. La loro visibilità non è un termometro del consenso cubano, ma un indice dell’investimento straniero nel conflitto interno.
L’ESPORTAZIONE DEL DISSENSO COME POLITICA ESTERA
L’analisi dei flussi di finanziamento e la persistenza di queste operazioni — da ZunZuneo fino alle moderne campagne di disinformazione virale — confermano che il dissenso a Cuba è diventato, a tutti gli effetti, un prodotto di esportazione.
Sbaglia chi interpreta tali dinamiche come espressioni democratiche autoctone. Siamo dinanzi a un’operazione di information warfare in cui la libertà di parola viene mercificata per servire obiettivi geopolitici. Il cambio dei nomi, il passaggio dalle Damas de Blanco agli influencer di TikTok, non sono segnali di un’evoluzione della protesta, ma confermano la tenuta di una strategia che, da oltre sessant’anni, cerca di trasformare la sovranità cubana in un oggetto da smantellare attraverso la costruzione di un consenso artificiale.

