Il dossier dell’Istituto Gino Germani, pubblicato nel settembre 2021 da Massimiliano Di Pasquale e Luigi Sergio Germani, non va letto come un semplice elenco di simpatie filorusse in Italia. È qualcosa di più serio: una mappa della vulnerabilità culturale, politica, accademica e strategica del nostro Paese davanti a una potenza che, molto prima della guerra aperta in Ucraina, aveva capito una cosa essenziale: per influenzare una democrazia non è sempre necessario conquistarla, basta lavorare sulle sue fratture interne.
Il punto di partenza: Mosca non inventa il filorussismo italiano, lo organizza
Il primo dato che emerge è storico. L’influenza russa in Italia non nasce con Vladimir Putin, né con la crisi ucraina del 2014, né con l’invasione del 2022. Viene da lontano. Ha radici nel secondo dopoguerra, nella forza del Partito comunista italiano, nell’antiamericanismo diffuso in una parte della società italiana, nella tradizione cattolica diffidente verso il liberalismo anglosassone, nella destra radicale attratta dall’idea di impero continentale, nella cultura politica nazionale spesso incline a cercare una “terza via” tra Washington e Mosca.
Il rapporto mostra bene questo passaggio: Mosca non ha creato dal nulla un sentimento favorevole alla Russia. Ha trovato in Italia un terreno già predisposto. La Russia sovietica, prima, e la Russia putiniana, poi, hanno saputo parlare a pubblici molto diversi tra loro. Alla sinistra radicale hanno offerto l’immagine della potenza antiamericana. Alla destra nazionalista hanno offerto l’immagine della potenza tradizionale, cristiana, identitaria, ostile al liberalismo occidentale. A una parte del mondo economico hanno offerto energia, contratti, mercato. A una parte dell’università hanno offerto relazioni, convegni, scambi, riconoscimento internazionale. A una parte della politica hanno offerto il ruolo seducente di mediatori tra Est e Ovest.
Qui sta il cuore del problema. L’influenza non agisce solo attraverso agenti segreti, valigette di denaro o operazioni clandestine. Agisce anche attraverso parole, abitudini mentali, letture geopolitiche, inviti, riviste, cattedre, conferenze, centri di ricerca, reti personali. È una penetrazione lenta, non sempre illegale, non sempre visibile, non sempre consapevole. Ma proprio per questo più insidiosa.
La vecchia amicizia tra Roma e Mosca
Il dossier dedica una parte importante alla relazione storica tra Italia e Russia. Dopo il 1945, l’Italia entra formalmente nel campo occidentale: Piano Marshall, Alleanza Atlantica, Comunità europea. Ma dentro la società italiana resta fortissima una corrente culturale e politica che guarda a Mosca come a un’alternativa. Il Partito comunista italiano diventa il più grande partito comunista dell’Occidente. Attorno a esso si forma un universo di case editrici, giornali, associazioni, sindacati, intellettuali, università, circoli culturali.
Non si tratta solo di militanza politica. Si tratta di egemonia culturale. L’Unione Sovietica non viene percepita soltanto come uno Stato straniero, ma come simbolo storico: l’antifascismo, la vittoria contro Hitler, la giustizia sociale, il riscatto delle classi popolari, l’alternativa al capitalismo americano. Anche quando l’Urss mostra il suo volto imperiale e repressivo, una parte della cultura italiana tende a giustificarla, a minimizzarla, oppure a separare l’ideale sovietico dalla pratica sovietica.
Questo è decisivo perché crea una memoria lunga. Quando l’Unione Sovietica cade, non scompare automaticamente la predisposizione favorevole verso Mosca. Cambia forma. Una parte della sinistra continua a vedere nella Russia il contrappeso all’egemonia statunitense. Una parte della destra radicale, invece, comincia a vedere nella Russia post-sovietica il nuovo centro di una rivolta contro l’ordine occidentale.
È in questo passaggio che nasce una delle saldature più significative: il vecchio antiamericanismo di sinistra incontra il nuovo antiamericanismo di destra. Due mondi ideologicamente lontani trovano un punto comune: la critica dell’Occidente liberale, dell’Alleanza Atlantica, dell’Unione europea, della globalizzazione, dei diritti civili intesi come dissoluzione delle identità tradizionali.
Mosca comprende questa convergenza e la coltiva.
Il Partito comunista e l’egemonia culturale
Il rapporto ricostruisce il peso del Partito comunista italiano nel periodo 1944-1989. Non si trattava soltanto di un grande partito elettorale. Il Pci occupava uno spazio culturale immenso. Aveva rapporti con il mondo editoriale, universitario, cinematografico, sindacale e giornalistico. Possedeva una capacità di orientamento dell’opinione pubblica che andava molto oltre la sua forza parlamentare.
Questo produsse un effetto profondo: per decenni una parte rilevante dell’intellettualità italiana considerò la Russia sovietica non come una potenza straniera portatrice di interessi propri, ma come una sorta di interlocutore storico privilegiato. In altre parole, Mosca non era soltanto Mosca. Era l’altra metà del Novecento. Era la rivoluzione. Era Stalingrado. Era l’antifascismo. Era la promessa, tradita o incompiuta, di un mondo diverso.
Questa tradizione ha lasciato tracce anche dopo il crollo dell’Urss. Molti intellettuali che non erano più comunisti conservarono però una forte diffidenza verso gli Stati Uniti e verso la Nato. E questa diffidenza, nel tempo, diventò uno dei canali attraverso cui la Russia post-sovietica poté ricostruire una propria immagine in Italia.
Il passaggio dagli anni Novanta al nuovo eurasismo
Dopo il 1991 la Russia è debole. È attraversata da crisi economica, caos istituzionale, perdita di prestigio internazionale. In quella fase la sua capacità di influenza è minore. Ma proprio allora prende forma un nuovo immaginario: la Russia non più comunista ma imperiale, continentale, eurasiatica, spirituale, tradizionale.
Questo immaginario affascina una parte della destra radicale europea e italiana. Autori, militanti, riviste e circoli cominciano a guardare a Mosca come al centro possibile di un nuovo blocco antioccidentale. L’idea è semplice: l’America rappresenta il mare, il liberalismo, il mercato globale, l’individualismo; la Russia rappresenta la terra, la tradizione, l’autorità, la comunità, la profondità storica. È una contrapposizione rozza, ma efficace.
In Italia questo discorso trova spazio in ambienti nazional-rivoluzionari, postfascisti, comunitaristi, antimondialisti. Alcuni intellettuali e gruppi politici vedono nella Russia un modello di resistenza all’impero americano. La figura di Aleksandr Dugin e l’idea eurasiatica diventano riferimenti importanti per una parte di questo ambiente.
Qui si compie un salto: la Russia non è più amata perché socialista, ma perché antioccidentale. Non è più il Paese della rivoluzione proletaria, ma quello della rivincita imperiale. Questo consente a Mosca di allargare il proprio bacino di simpatia. Non parla più solo ai nostalgici dell’Urss. Parla anche ai sovranisti, ai tradizionalisti, agli identitari, ai cattolici conservatori, ai nemici della globalizzazione.
Putin e la costruzione di un nuovo mito politico
Con l’arrivo di Putin al potere, questo processo acquista una nuova forza. La Russia smette di presentarsi come Paese sconfitto e umiliato dagli anni Novanta e comincia a proporsi come potenza risorta. Putin diventa il simbolo dell’ordine contro il caos, dello Stato contro l’anarchia oligarchica, della sovranità contro l’ingerenza occidentale.
In Italia questa immagine funziona. Funziona perché intercetta paure e frustrazioni reali: il declino industriale, la perdita di peso internazionale, la crisi della politica, la sfiducia nell’Unione europea, il timore dell’immigrazione, il discredito delle élite. Putin appare ad alcuni come il capo che decide, protegge, difende i confini, non si piega a Washington, non accetta lezioni morali dall’Occidente.
È una rappresentazione parziale, naturalmente. Ma la propaganda efficace non è mai completamente falsa. Prende frammenti di verità e li inserisce in una narrazione orientata. L’Occidente ha davvero vissuto crisi, guerre sbagliate, doppie morali, arroganze geopolitiche. La Russia usa tutto questo per presentarsi non come potenza autoritaria con propri interessi imperiali, ma come difensore dell’equilibrio mondiale.
In Italia, dove l’antiamericanismo ha sempre avuto radici profonde e trasversali, questa narrazione trova terreno fertile.
La crisi ucraina del 2014: il grande spartiacque
La parte dedicata all’Ucraina è centrale. Il 2014 rappresenta il punto di rottura. Fino ad allora il filorussismo poteva essere presentato come una posizione geopolitica legittima: voler mantenere buoni rapporti con Mosca, difendere gli interessi energetici italiani, criticare l’allargamento della Nato, contestare alcune scelte americane. Dopo la Crimea e il Donbass, però, la questione cambia.
La Russia annette la Crimea e sostiene la destabilizzazione dell’Ucraina orientale. Per la prima volta in Europa dopo la Guerra fredda, una potenza modifica con la forza l’assetto territoriale di uno Stato vicino. Da quel momento il rapporto con Mosca non può più essere letto solo in termini di affari, energia o simpatia culturale. Diventa una questione di sicurezza europea.
Il dossier mostra come una parte del dibattito italiano abbia recepito la crisi ucraina attraverso categorie molto vicine alla narrazione russa: Maidan come colpo di Stato orchestrato dall’Occidente, governo di Kiev dominato da estremisti, Russia costretta a difendersi, Crimea presentata come ritorno naturale alla madrepatria, Nato accusata di aver provocato la crisi.
Bisogna distinguere. Alcune critiche all’Occidente erano e restano legittime. L’allargamento della Nato, la politica europea verso l’Ucraina, il ruolo degli Stati Uniti, la fragilità dello Stato ucraino: sono tutti temi reali. Ma il problema nasce quando l’analisi critica diventa ripetizione automatica della versione russa. Quando sparisce l’aggressione. Quando la responsabilità di Mosca viene dissolta dentro una colpa generale dell’Occidente. Quando l’Ucraina non viene più vista come soggetto storico e politico, ma solo come pedina.
È qui che l’influenza culturale diventa influenza strategica.
La guerra delle narrazioni
La Russia ha investito molto nella guerra dell’informazione. Non nel senso banale della propaganda gridata, ma nella produzione di cornici interpretative. La cornice più efficace è questa: l’Occidente provoca, la Russia reagisce; la Nato accerchia, Mosca si difende; l’Unione europea destabilizza, la Russia ristabilisce l’equilibrio; i governi filo-occidentali sono fantocci, quelli filorussi sono espressione della volontà popolare.
Questa struttura narrativa è potente perché semplifica tutto. Trasforma ogni crisi in una conferma. Se Mosca interviene, è costretta. Se l’Occidente protesta, è ipocrita. Se l’Ucraina resiste, è manovrata. Se l’Europa sanziona, si danneggia da sola. Se la Nato si rafforza, dimostra che la Russia aveva ragione a sentirsi minacciata.
In Italia questa narrazione ha avuto eco perché incontra tre predisposizioni nazionali: la sfiducia nelle istituzioni occidentali, la fascinazione per il realismo geopolitico inteso come cinismo, e la tendenza a considerare i piccoli Paesi dell’Est europeo come spazi intermedi, quasi privi di piena sovranità.
È una vecchia deformazione mentale delle grandi potenze: gli Stati piccoli non hanno storia propria, ma solo padroni. La Russia la usa. Una parte dell’opinione pubblica italiana la accetta.
Università, centri studi e diplomazia culturale
Il rapporto dedica molte pagine ai rapporti tra istituzioni russe e università o centri studi italiani. È la sezione più delicata, perché bisogna evitare due errori. Il primo è criminalizzare ogni rapporto accademico con la Russia. Sarebbe sbagliato e culturalmente povero. Le università devono dialogare, studiare, tradurre, confrontarsi. Il secondo errore, però, è pensare che ogni collaborazione culturale sia innocente per definizione. Anche questo sarebbe ingenuo.
La Russia ha sempre considerato la cultura un campo di politica estera. Lingua, storia, letteratura, memoria, università, fondazioni, borse di studio, centri di ricerca: tutto può contribuire a costruire prestigio, consenso, familiarità, accesso alle élite. Non è una peculiarità russa: tutte le grandi potenze lo fanno. Ma Mosca lo fa con una forte integrazione tra diplomazia, intelligence, politica dell’informazione e obiettivi strategici.
Nel dossier compaiono riferimenti a collaborazioni, programmi, conferenze e rapporti con diverse realtà italiane: università private e pubbliche, centri di studio geopolitico, associazioni culturali, istituzioni dedicate al dialogo internazionale. Il quadro che ne esce non è quello di una cospirazione unica e centralizzata. È piuttosto una rete di relazioni, alcune trasparenti, altre più ambigue, che nel tempo ha contribuito a rendere più accettabile la visione russa presso settori dell’élite italiana.
Il meccanismo è sottile. Non si tratta necessariamente di dire: “Mosca ha sempre ragione”. Si tratta piuttosto di creare un ambiente favorevole: invitare relatori, pubblicare analisi, promuovere convegni, accreditare esperti, costruire rapporti personali, ripetere certe parole chiave, dare dignità scientifica a determinate interpretazioni. Così una narrazione politica diventa discorso accademico. E un discorso accademico, a sua volta, diventa materiale per i mezzi di comunicazione e per la politica.
Il caso delle relazioni accademiche
Il rapporto cita diverse università italiane coinvolte, a vario titolo, in rapporti con istituzioni russe: dalla Luiss alla Sapienza, da Ca’ Foscari a Urbino, fino ad altre realtà accademiche e formative. Il punto non è sostenere che queste università siano “filorusse” in quanto tali. Sarebbe una semplificazione ingiusta. Il punto è capire come la Russia abbia cercato di inserirsi nei luoghi dove si formano le élite.
L’università è strategica perché produce classe dirigente. Chi forma diplomatici, giornalisti, studiosi di relazioni internazionali, funzionari, analisti, dirigenti pubblici e privati, influenza indirettamente il modo in cui un Paese interpreta il mondo. Se in questi ambienti si diffonde una lettura della Russia come potenza naturalmente difensiva, come vittima dell’accerchiamento occidentale, come partner indispensabile e quasi sempre frainteso, allora la politica estera del futuro viene già orientata.
Ancora una volta: non serve il controllo diretto. Basta il condizionamento dell’immaginario. Basta che certe domande non vengano poste. Chi finanzia? Chi promuove? Chi seleziona gli interlocutori? Quali temi vengono privilegiati? Quali crisi vengono raccontate da un solo punto di vista? Quali rapporti personali si consolidano nel tempo?
Questa è la zona grigia. Non necessariamente illegale. Ma politicamente rilevante.
I centri studi come moltiplicatori di influenza
Ancora più delicato è il ruolo dei centri studi. Le università hanno procedure, organi, controlli, reputazione istituzionale. I centri studi sono spesso più flessibili, più rapidi, più vicini alla politica e ai mezzi di comunicazione. Possono organizzare eventi, pubblicare analisi, creare reti, dare spazio a diplomatici stranieri, formare opinione pubblica specializzata.
Nel rapporto vengono citate diverse realtà italiane impegnate, in modi differenti, nel dialogo con la Russia o nella promozione di letture geopolitiche favorevoli a Mosca. Anche qui il punto non è mettere tutto sullo stesso piano. Ci sono realtà con profili diversi, storie diverse, finalità diverse. Ma il dato comune è che questi ambienti possono diventare luoghi di legittimazione.
La legittimazione è una moneta preziosa. Un ambasciatore, un funzionario, un accademico vicino a Mosca o un analista favorevole alla linea russa, se invitato in un contesto autorevole, non appare più come portatore di una posizione di parte. Appare come voce del dibattito scientifico. La propaganda diventa opinione. L’interesse nazionale russo diventa “realismo”. La critica dell’Occidente diventa prova di indipendenza intellettuale.
Questo meccanismo è particolarmente efficace in Italia perché il nostro sistema informativo spesso cerca esperti disponibili, rapidi, capaci di parlare in modo netto. I centri studi forniscono nomi, reti, argomenti. E così la produzione di influenza entra nel circuito mediatico.
Cattolicesimo conservatore e fascinazione per Mosca
Un altro aspetto importante riguarda una parte del mondo cattolico conservatore. La Russia putiniana ha costruito una propria immagine di difensore dei valori tradizionali: famiglia, religione, identità, opposizione al relativismo, critica dei diritti civili occidentali, rifiuto del liberalismo morale.
Questa immagine ha trovato ascolto in alcuni settori cattolici italiani, soprattutto tra coloro che vedono nell’Occidente contemporaneo una civiltà decadente, secolarizzata, ostile alla tradizione cristiana. In questo schema, Mosca appare come una sorta di Terza Roma, l’ultimo baluardo contro il nichilismo liberale.
È una rappresentazione molto problematica. La Russia di Putin usa la religione come elemento di identità nazionale e di legittimazione politica. Non difende il cristianesimo come valore universale, ma come strumento di potenza. Il richiamo alla tradizione serve a consolidare lo Stato, a mobilitare consenso, a distinguere la Russia dall’Occidente, a giustificare una politica estera aggressiva presentandola come difesa spirituale.
Ma per una parte del mondo cattolico italiano, deluso dall’Europa e ostile al progressismo culturale, questo messaggio è stato seducente. Anche qui Mosca non crea il malessere. Lo intercetta.
La destra radicale e il mito della Russia imperiale
Il rapporto mostra poi il rapporto tra ambienti della destra radicale italiana e il neo-eurasismo. Qui il filo conduttore è l’idea di una Russia come potenza antiamericana, antiliberale, continentale, identitaria. Non più l’Urss, ma l’impero. Non più il comunismo, ma la civiltà eurasiatica. Non più la lotta di classe, ma la lotta tra civiltà.
Questo passaggio è essenziale per capire il filorussismo contemporaneo. La Russia putiniana è riuscita a presentarsi come contenitore di nostalgie opposte: sovietiche, imperiali, cristiane, nazionaliste, sociali, autoritarie. Ognuno vi trova ciò che cerca. Il nostalgico dell’Urss vede l’erede della potenza sovietica. Il nazionalista vede la potenza bianca e cristiana. Il sovranista vede il rifiuto dell’ordine globale. L’antiamericano vede il nemico di Washington. Il tradizionalista vede il difensore della famiglia. L’imprenditore vede il mercato. L’accademico vede il partenariato.
Questa elasticità è la vera forza della narrazione russa. Non è coerente. È funzionale.
La sinistra radicale e l’antimperialismo selettivo
Dall’altra parte, una parte della sinistra radicale continua a leggere la Russia attraverso la categoria dell’antimperialismo. Se gli Stati Uniti sono l’impero principale, chi si oppone agli Stati Uniti viene percepito automaticamente come forza di resistenza. È un ragionamento antico e pericoloso, perché sostituisce l’analisi concreta con il riflesso ideologico.
La Russia contemporanea non è una forza antimperialista. È una potenza imperiale che contesta l’impero americano perché vuole difendere o ricostruire una propria sfera d’influenza. Ma una parte della sinistra europea fatica a riconoscerlo. Vede la Nato, vede Washington, vede le guerre occidentali, vede l’ipocrisia dell’Europa, e conclude che Mosca sia comunque il male minore o la reazione inevitabile.
Questo schema ha avuto effetti evidenti sull’Ucraina. Molti hanno parlato dell’Ucraina come territorio conteso tra grandi potenze, ma pochissimi hanno riconosciuto fino in fondo la soggettività ucraina. È il vecchio errore coloniale compiuto da chi si crede anticoloniale: negare ai popoli minori il diritto di avere una volontà propria.
Valutazione strategico-militare: l’influenza come arma preventiva
Sul piano strategico-militare, il rapporto va letto dentro la logica della guerra ibrida. La guerra contemporanea non comincia quando partono i missili. Comincia prima: nella percezione, nell’informazione, nella fiducia collettiva, nella coesione delle alleanze, nella capacità decisionale dei governi.
Se un Paese membro della Nato è attraversato da forti correnti filorusse, da sfiducia verso l’Alleanza Atlantica, da ostilità verso le sanzioni, da dubbi sulla legittimità dell’assistenza militare all’Ucraina, allora quel Paese diventa meno affidabile. Non serve che cambi campo. Basta che rallenti. Basta che chieda eccezioni. Basta che apra discussioni infinite. Basta che renda ogni decisione comune più faticosa.
Da questo punto di vista, l’Italia è un obiettivo di valore. È membro fondatore dell’Unione europea, Paese centrale del Mediterraneo, sede di infrastrutture militari importanti, snodo energetico, porta verso Nord Africa e Balcani, economia industriale rilevante. Un’Italia incerta indebolisce l’intero dispositivo occidentale nel fianco sud.
La Russia non ha bisogno di trasformare l’Italia in alleato. Le basta renderla un alleato esitante. Questa è la vera efficacia dell’influenza: non produrre adesione totale, ma ambiguità permanente.
Energia, economia e dipendenza
La dimensione economica è fondamentale. Per decenni l’Italia ha avuto con la Russia un rapporto fondato su energia, commercio, esportazioni, industria, grandi imprese, interessi territoriali. Il gas russo ha alimentato l’economia italiana. Il mercato russo ha attratto imprese italiane. Molti settori produttivi hanno visto in Mosca un partner necessario.
Questa relazione non era illegittima. Gli Stati commerciano anche con potenze politicamente diverse. Ma il problema nasce quando l’interdipendenza diventa dipendenza e la dipendenza diventa prudenza politica obbligata.
La Russia ha sempre usato l’energia come leva geoeconomica. Il gas non è soltanto una merce. È rapporto strutturale. È infrastruttura. È contratto di lungo periodo. È influenza sui gruppi industriali. È pressione indiretta sui governi. È argomento mediatico: “senza la Russia pagheremo di più”, “le sanzioni danneggiano noi”, “non possiamo rompere con Mosca”.
L’Italia ha vissuto esattamente questa contraddizione. Da un lato appartenenza all’Occidente. Dall’altro interessi economici con la Russia. Da un lato condanna delle violazioni del diritto internazionale. Dall’altro timore di perdere energia, commesse, mercati. Questa tensione ha reso la posizione italiana spesso prudente, talvolta ambigua, quasi sempre tormentata.
Scenari economici possibili
Il primo scenario è quello della dipendenza ridotta ma non cancellata. Dopo la guerra in Ucraina, l’Italia ha diversificato le fonti energetiche, ma resta esposta a nuove dipendenze: gas naturale liquefatto, Nord Africa, Medio Oriente, forniture americane, infrastrutture mediterranee. Il problema non è più solo la Russia. È la mancanza di autonomia strutturale.
Il secondo scenario è quello del ritorno del partito degli affari. Se un domani la guerra si congelasse o si aprisse una tregua, molti settori economici europei e italiani chiederebbero di riaprire rapidamente i rapporti con Mosca. La memoria delle violazioni russe potrebbe essere sacrificata sull’altare delle esportazioni e dell’energia. Sarebbe un errore strategico se avvenisse senza condizioni politiche chiare.
Il terzo scenario è quello della sostituzione dell’influenza russa con altre influenze. Se l’Italia non costruisce una propria sovranità energetica, industriale e tecnologica, uscirà da una dipendenza per entrare in un’altra. Oggi Russia, domani Cina, dopodomani qualche monarchia energetica o grande fondo internazionale. Il problema non è soltanto Mosca. È la fragilità italiana.
Il quarto scenario è quello più virtuoso: usare la crisi russa per costruire finalmente una dottrina nazionale della sicurezza economica. Energia, università, infrastrutture, centri studi, informazione, industria strategica, filiere tecnologiche: tutto deve essere pensato come parte di un unico sistema di sicurezza nazionale.
Geopolitica: l’Italia come varco, non come preda
Geopoliticamente, Mosca guarda all’Italia come a un varco. Non come a un Paese da conquistare, ma come a un Paese da rendere meno compatto nel fronte occidentale. L’Italia è utile se frena le sanzioni, se chiede dialogo senza condizioni, se alimenta dubbi sulla Nato, se promuove l’idea che la Russia sia indispensabile alla sicurezza europea, se indebolisce la posizione dei Paesi dell’Est.
Questa strategia non richiede controllo diretto. Richiede una rete di interlocutori. Politici, giornalisti, docenti, imprenditori, diplomatici, religiosi, analisti. Alcuni convinti, altri opportunisti, altri semplicemente ingenui. Alcuni mossi da ideologia, altri da interessi, altri da vanità, altri da desiderio di contare qualcosa nei grandi giochi internazionali.
L’Italia, del resto, ama pensarsi come ponte. Ponte tra Est e Ovest, tra Europa e Mediterraneo, tra Russia e Occidente, tra Stati Uniti e mondo arabo. Il problema è che un ponte può essere utile solo se ha fondamenta solide. Se invece è fragile, diventa passaggio per l’influenza altrui.
Geoeconomia: la sovranità non è una parola, è una struttura
Il dossier, letto in chiave geoeconomica, pone una questione più ampia: che cosa significa sovranità? Molti in Italia usano questa parola in modo retorico. Sovranità monetaria, sovranità nazionale, sovranità popolare, sovranità energetica. Ma la sovranità reale non è uno slogan. È capacità di decidere senza essere ricattabili.
Un Paese è sovrano se controlla le proprie infrastrutture critiche, se forma autonomamente le proprie élite, se dispone di energia sicura, se protegge i propri dati, se conosce le operazioni di influenza straniere, se finanzia centri di ricerca indipendenti, se ha servizi di intelligence capaci di leggere la guerra economica, se possiede una classe politica culturalmente preparata.
L’Italia, invece, spesso confonde la sovranità con la protesta. Si dichiara sovrana quando rifiuta Bruxelles o Washington, ma poi accetta narrazioni, capitali, dipendenze energetiche e condizionamenti provenienti da altre potenze. È il paradosso del sovranismo subalterno: ribellarsi a un’influenza per cadere in un’altra.
La Russia ha sfruttato proprio questo paradosso. Ha detto a una parte dell’Italia: siete servi degli americani, siete schiavi dell’Europa, siete vittime della globalizzazione. Ma il fine non era liberarci. Era spostare la dipendenza.
La debolezza italiana: assenza di dottrina nazionale
Il problema vero non è la forza russa. È la debolezza italiana. Un Paese con una forte cultura strategica può dialogare con tutti senza farsi usare. Un Paese privo di dottrina, invece, oscilla. Un giorno atlantista, il giorno dopo neutralista. Un giorno europeista, il giorno dopo sovranista. Un giorno favorevole alle sanzioni, il giorno dopo nostalgico del gas russo. Un giorno difensore del diritto internazionale, il giorno dopo realista selettivo.
L’Italia raramente definisce il proprio interesse nazionale in modo stabile. Spesso lo confonde con l’interesse immediato di alcuni settori economici o con la posizione del governo del momento. Questa mancanza di continuità rende il Paese esposto. Chiunque abbia pazienza può inserirsi: Russia, Cina, Stati Uniti, Francia, Germania, monarchie del Golfo, grandi fondi finanziari.
In questo senso il rapporto sull’influenza russa dovrebbe essere letto non solo come studio su Mosca, ma come diagnosi sull’Italia. La domanda non è soltanto: che cosa ha fatto la Russia? La domanda più importante è: perché l’Italia si è lasciata attraversare così facilmente?

Il rischio della caccia alle streghe
Naturalmente esiste anche un rischio opposto: trasformare ogni rapporto con la Russia in sospetto, ogni studioso di cultura russa in agente, ogni critica alla Nato in tradimento. Sarebbe un errore grave. Una democrazia deve permettere il dissenso, la ricerca, la critica delle alleanze, il confronto con Paesi ostili. Senza questo, diventerebbe essa stessa illiberale.
Il punto non è censurare. Il punto è rendere trasparente. Chi finanzia una conferenza? Chi paga i viaggi? Quali istituzioni straniere sono coinvolte? Quali rapporti esistono tra centri culturali, ambasciate, università, fondazioni e mezzi di comunicazione? Quali esperti compaiono sempre negli stessi circuiti? Quali narrazioni vengono ripetute con insistenza?
La trasparenza non limita la libertà. La protegge. Perché consente al pubblico di sapere se sta ascoltando un’analisi indipendente, una posizione ideologica, un interesse economico o una narrazione promossa da una potenza straniera.
Cultura e sicurezza nazionale
La conclusione più importante è che la cultura è sicurezza nazionale. Non nel senso autoritario del controllo politico sulla cultura, ma nel senso opposto: una società culturalmente fragile è più manipolabile. Una classe dirigente che non conosce la storia, la lingua, le tecniche di influenza, le operazioni psicologiche e la guerra economica diventa preda di chi queste cose le studia da decenni.
Le università sono sicurezza nazionale. I centri studi sono sicurezza nazionale. I giornali sono sicurezza nazionale. Le case editrici sono sicurezza nazionale. I programmi di scambio sono sicurezza nazionale. Non perché debbano obbedire allo Stato, ma perché contribuiscono a formare il modo in cui lo Stato e la società interpretano il mondo.
Mosca lo sa. Washington lo sa. Pechino lo sa. Parigi lo sa. Londra lo sa. Roma spesso no.
La vera questione: dialogare senza inginocchiarsi
L’Italia deve parlare con la Russia. Deve studiarla, conoscerla, capirne la storia profonda, la cultura, le paure, le ambizioni, le ossessioni strategiche. Sarebbe assurdo pensare a una politica estera seria fondata sull’ignoranza o sulla demonizzazione. Ma dialogare non significa adottare la visione dell’altro. Capire Mosca non significa giustificarla. Criticare l’Occidente non significa assolvere il Cremlino. Difendere l’interesse italiano non significa diventare terminale di narrazioni russe.
Il vero realismo non è dire sempre che la Russia ha ragione perché è una grande potenza. Il vero realismo è riconoscere che la Russia persegue i propri interessi, spesso contro i nostri. È capire che l’amicizia tra Stati è sempre subordinata alla potenza. È sapere che dietro la parola “dialogo” può esserci cooperazione, ma può esserci anche penetrazione.
Conclusione: l’Italia deve guardare Mosca, ma soprattutto deve guardare se stessa
Il rapporto dell’Istituto Gino Germani racconta la lunga influenza russa sulla cultura, sull’università e sui centri studi italiani. Ma, in profondità, racconta la fragilità italiana. Racconta un Paese colto ma poco strategico, aperto ma poco protetto, dialogante ma spesso ingenuo, sovranista nelle parole e dipendente nei fatti.
La Russia ha sfruttato simpatie antiche, reti politiche, nostalgie ideologiche, opportunità economiche, ambizioni accademiche, vanità personali, frustrazioni nazionali. Ha parlato a sinistra e a destra. Ai comunisti e ai postfascisti. Ai cattolici conservatori e agli antimperialisti. Agli imprenditori e agli studiosi. Ai sovranisti e ai nostalgici della mediazione italiana.
Non sempre ha dovuto comprare. Spesso è bastato sedurre. Non sempre ha dovuto ordinare. Spesso è bastato suggerire. Non sempre ha dovuto infiltrare. Spesso ha trovato porte già aperte.
La lezione è severa: un Paese senza cultura strategica diventa terreno di cultura per le strategie altrui. L’Italia può e deve dialogare con la Russia, ma deve farlo da nazione adulta, non da Paese in cerca di protezione simbolica. Deve difendere il pluralismo, ma pretendere trasparenza. Deve studiare Mosca, ma anche studiare se stessa. Deve distinguere l’autonomia strategica dal riflesso antiamericano, la critica dell’Occidente dalla subordinazione a un altro impero, il realismo dalla propaganda travestita da profondità geopolitica.
Perché la vera sovranità non consiste nel cambiare padrone. Consiste nel non averne bisogno.
