«Quando la Patria è in pericolo, tutto è permesso, eccetto non difenderla». Questa massima risuona come un imperativo categorico nel cuore di un’Argentina che, sotto il governo di Javier Milei — figura che incarna un atlantismo estremo e una visione politica che umilia la nostra sovranità — sta subendo uno smantellamento sistematico dello Stato. Mentre la politica istituzionale, spesso ostaggio del protagonismo individuale e dell’ego maschile, si perde in bizantinismi elettorali, la vera resistenza si incarna in un movimento che affonda le radici nella storia profonda del Sud globale: il Ni Una Menos argentino.

GENEALOGIE DI LOTTA: DA BARTOLINA SISA ALLA PIAZZA ODIERNA
Il femminismo che oggi occupa le piazze argentine non è un prodotto d’importazione, né una moda sociologica priva di radici. È un’insurrezione che trae linfa dal coraggio di Bartolina Sisa, l’eroina aymara, condottiera della resistenza indigena contro il dominio coloniale nel XVIII secolo. Bartolina non combatteva per rivendicazioni individuali isolate, ma per la liberazione di un popolo e della terra. Questa componente indigenista, che recupera le tradizioni e il senso di comunità come scudo contro l’omologazione, è il cuore pulsante del movimento argentino. Nulla ha a che vedere con la superficialità di certo attivismo europeo, spesso troppo affine a logiche mercatiste e privo di una reale coscienza di classe, che ha svuotato il femminismo di ogni carica eversiva trasformandolo in un accessorio dell’agenda liberale.
IL MAGISTERO DI TATY ALMEIDA E LA VOCE DI MERCEDES SOSA
Il lascito di Taty Almeida, scomparsa di recente, è la bussola di questa lotta. Come esponente delle Madri di Plaza de Mayo Línea Fundadora, Taty non ha solo cercato la verità su suo figlio Alejandro: ha insegnato che «l’unità si costruisce nei fatti». In questo solco si inserisce Mercedes Sosa, la “Negra”, voce profonda di un’Argentina india e marginalizzata. Mercedes ha subito il bullismo estetico di un sistema patriarcale che non perdonava la sua fisicità, le sue origini e il suo rifiuto di piegarsi ai canoni europei. Donna, indios, attivista: era il bersaglio perfetto di un sistema che oggi, in Italia come in Argentina, vorrebbe ridurre la rivoluzionaria a caricatura o vittima. Eppure, la sua arte è rimasta un atto politico permanente: il canto di chi non ha voce, la fermezza di chi sa che la dignità non è un dato estetico, ma una postura etica.
L’ABISSO TRA IL NI UNA MENOS ARGENTINO E LE DERIVE EUROPEE
È necessario fare chiarezza: Ni Una Menos in Argentina è un movimento radicalmente antiliberista, anticoloniale e abolizionista. Mentre in Europa assistiamo a derive che spesso accarezzano la mercificazione del corpo (difendendo pratiche come l’utero in affitto o il sex work in nome di una distorta libertà individuale), il movimento argentino resta fermamente schierato contro ogni forma di mercificazione della vita.
In Argentina, la posizione prevalente è una critica frontale alla logica mercantile: la maggioranza delle correnti interne si definisce abolizionista, comprendendo che il neoliberismo non concede “libertà”, ma estrae valore dal corpo delle donne esattamente come estrae risorse naturali dal suolo. Il Ni Una Menos argentino è una massa critica a 360 gradi che vede nel capitale, nel patriarcato e nel colonialismo un unico sistema da contrastare. È un femminismo che protegge il sacro legame con la comunità, rifiutando categoricamente di farsi assorbire dalle logiche dell’individualismo atomizzato che spesso infesta il Vecchio Continente.
LA PIAZZA COME TRINCEA: I DATI DELLA RESISTENZA
Le mobilitazioni non sono “proteste simboliche”, ma occupazioni tattiche. Il 24 gennaio 2026, in occasione dello sciopero generale proclamato dalla CGT, il movimento femminista è sceso in piazza a Buenos Aires, Rosario, Córdoba e Mendoza con oltre 400.000 persone in tutto il Paese, sfidando il Protocollo Anti-Picchetti della Ministra Bullrich. Il 8 marzo 2026, nonostante la repressione sistematica del governo, oltre 250.000 persone hanno riempito Plaza de Mayo, denunciando il “decretazo” e i tagli alle mense comunitarie. Più recentemente, durante le giornate di dibattito alla Camera sulla “Ley Bases” (tra fine aprile e giugno 2026), le piazze hanno registrato presenze costanti superiori alle 50.000 unità a ogni convocazione, nonostante l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni. Questi non sono numeri da cronaca rosa: sono la prova di una forza politica che tiene in scacco il governo.
IL FALLIMENTO DELL’EGO MASCHILE
La storia politica latinoamericana è stata per secoli un monologo dominato dagli uomini: figure impegnate in una costante lotta di potere, che hanno sistematicamente occultato Bartolina Sisa e Manuela Sáenz, riducendo l’azione femminile a un ruolo secondario. Ma oggi, l’inazione della classe politica maschile di fronte al saccheggio di Milei è il sigillo finale del loro fallimento.
Mentre gli “uomini del palazzo” speculano, le donne — eredi delle guerriere aymara e delle Madri di Plaza de Mayo — costruiscono l’unità nei fatti. Il loro eroismo non è quello di chi cerca il comando o la visibilità personale, ma di chi esercita la cura come atto politico supremo. Non c’è nulla di settoriale nella loro lotta: quando le donne di Ni Una Menos scendono in piazza, difendono l’acqua, il pane, il lavoro e la dignità di un intero popolo.
La storia non ricorderà i tatticismi di chi oggi tace nell’opposizione politica, ma ricorderà la fermezza di chi ha scelto di non mercificare né la propria terra, né la propria vita. È giunto il tempo di riconoscere che la sovranità, oggi, vive solo dove batte il cuore di questa resistenza indigena, popolare e femminista. Non è tempo di eroi solitari, ma di un’insurrezione collettiva che, ben distante da certi modelli ideologici di comodo, punta dritto alla liberazione totale della Patria.

