Premessa – Il Canto della Soglia e il Risveglio della Parola
Nel regno dove il tempo s’addormenta sotto una corteccia di betulla e le impronte sulla neve appartengono a creature senza nome, la fiaba non è mai stata una storia per bambini. È una mappa di luce tracciata nell’oscurità delle foreste eurasiche e tra i muri a secco dei poggi mediterranei. In principio era il soffio della voce nel buio, la parola pronunciata accanto al focolare delle capanne contadine quando la notte siberiana o appenninica spegneva il mondo visibile e spalancava i cancelli dell’Inoie Carstvo — l’Oltre-mondo.
Nel mondo slavo, questa parola parlata si chiama skazka, un termine che affonda le sue radici nell’antico verbo skazat’, che non significa soltanto “raccontare”, ma rivelare, indicare, dire la verità. La skazka non è un’invenzione fantastica, è una testimonianza: l’attestazione di una realtà sacra che l’occhio umano ha dimenticato come vedere. Nasce così, sulla soglia tra il calore dell’izba e il soffio del vento polare, una geografia del meraviglioso dove il mito si fa canto. È il mondo in cui un piccolo Uccello di Fuoco (Žar-ptica) lascia cadere una singola piuma d’oro nel buio della taiga, capace di illuminare un intero regno ma anche di condannare chi la raccoglie a un viaggio senza ritorno; è il luogo dove la fanciulla Vasilisa cammina nella notte guidata soltanto dagli occhi fiammeggianti di un teschio di cavallo posato su un paletto di legno; è la terra silente in cui il gelido Morozko sfiora i rami di pino e domanda alla ragazza smarrita: «Hai caldo, mia cara? Hai caldo, mia fanciulla?», pesando con il proprio respiro di ghiaccio la purezza dell’anima umana.
Dall’altra parte del continente, sotto i cieli azzurri del Mediterraneo, la fiaba italiana risponde con lo stesso fremito ancestrale. Non importa che il bosco russo sia sconfinato e bianco e la macchia mediterranea profumi di mirto, ginepro e salsedine: entrambe le tradizioni nascono dal medesimo bisogno dell’uomo di varcare il confine, di parlare con gli animali, di ingannare la morte con un trucco della mente o un’offerta del cuore. La skazka russa e la fiaba italiana sono due sorelle nate da due madri diverse — la Betulla e l’Olivo — che si guardano attraverso i secoli per raccontare la stessa storia: l’avventura dell’anima che si smarrisce nel bosco dell’esistenza per ritrovare la propria luce tra zanne d’osso, palazzi di cristallo, regni di gelo e sorgenti d’acqua viva.
Capitolo I – Le Radici Pagane e il Dvoleverie: La Soglia tra la Taiga e il Sacro

Prima di diventare testo trascritto sulla carta o racconto serale accanto alla stufa, la skazka russa è stata una liturgia della terra. La sua vera radice affonda in un terreno spirituale unico nella storia europea: il fenomeno del dvoleverie (la “doppia fede”). Quando nel 988 d.C. la Rus’ di Kiev abbracciò ufficialmente il cristianesimo ortodosso, l’antico pantheon slavo non venne spazzato via, ma scivolò nei boschi, negli specchi d’acqua e sotto le assi delle abitazioni contadine.
Il Vangelo illuminò le icone negli angoli nobili dell’izba (krasnyj ugol), mentre il mondo dei demoni e degli spiriti naturali mantenne il controllo del quotidiano, della foresta e della notte. La fiaba divenne il territorio di raccordo e di custodia di questa doppia anima: un linguaggio velato in cui la cosmogonia pagana poteva continuare a vivere protetta dalla finzione narrativa.
La Foresta come Spazio Sciamanico e l’Oltre-mondo (Inoie Carstvo)

Nella concezione slava arcaica, il mondo abitato dall’uomo — il villaggio, i campi coltivati, il focolare domestico — rappresenta un’isola di ordine temporaneo intagliata nell’ignoto. Appena si varca il limite della recinzione del villaggio e si entra nella taiga, il tempo profano tace e subentra lo spazio del sacro e del pericolo.
La foresta è l’Inoie Carstvo (l’Altro Regno o L’Oltre-mondo): non una metafora poetica, ma un luogo fisico e metafisico dove le leggi della fisica umana sono sospese. Per i popoli slavi dell’Eurasia, la foresta era la sede dei riti di iniziazione e di passaggio.
I riti pubertari prevedevano che gli adolescenti venissero condotti nella foresta profonda, isolati in capanne di legno sollevate dal suolo per proteggerle dagli animali, dove dovevano “morire” simbolicamente alla fanciullezza per “rinascere” come adulti e cacciatori.
Nella skazka, il viaggio nell’Oltre-mondo richiede sempre il ricorso a due elementi rigenerativi. L’acqua della morte (mërtvaja voda) ricompone il corpo ferito o smembrato dell’eroe, saldando le carni; l’acqua della vita (živaja voda) gli restituisce l’anima, il respiro e il movimento.
Il Pantheon degli Spiriti della Natura

Prima che facessero la loro comparsa i grandi antagonisti fiabeschi come Baba Jaga o Koščeij, il mondo cosmologico slavo era popolato da entità guardiane (demoni custodi), le cui tracce affiorano costantemente nelle fiabe di Afanas’ev:
Il Lesšij (Lo Spirito del Bosco): Signore degli alberi e degli animali selvatici, il Lesšij è un mutaforma capace di farsi alto come una quercia secolare o piccolo come uno stelo d’erba. Non è malvagio per natura, ma fa smarrire chi non rispetta il bosco, confondendo i sentieri e facendo risuonare risate sinistre tra i pini. L’eroe fiabesco lo placa offrendogli un pezzo di pane cosparso di sale e dimostrando riverenza per il Creato.
Il Vodjanoj (Lo Spirito delle Acque): Entità che dimora nelle profondità dei fiumi e dei laghi, spesso raffigurato come un vecchio dai capelli di alghe e la barba fluente. Controlla i pesci e i mulini ad acqua, ed è la creatura a cui l’eroe deve tributare rispetto prima di guadare un fiume verso il regno incantato.
Il Domovoj (Lo Spirito del Focolare): Il custode invisibile della casa, che vive sotto la stufa (peč’) o nella soglia. Se la famiglia lo rispetta, protegge il bestiame e avverte dei pericoli; se trascurato, rovescia le pentole e provoca incubi. La stufa dell’izba diventa così l’altare domestico per eccellenza: il luogo da cui Ivan lo Scemo trae forza e riflessione prima di compiere il suo viaggio.
La Soglia della Betulla e dell’Olivo

Se la fiaba italiana radica le sue memorie pagane nei miti greco-romani, nel folclore etrusco e nella ritualità mediterranea dell’ulivo e della vigna, la skazka sceglie come albero totemico la betulla (berëza).
La betulla è il simbolo del femminile, della rinascita primaverile e del collegamento tra i tre mondi (le radici nel mondo sotterraneo, il fusto bianco nella terra degli uomini, i rami verso il cielo). È sulla corteccia di betulla che si incidevano i messaggi sacri, ed è sotto i rami di betulla che gli eroi della fiaba russa invocano l’aiuto degli spiriti antenati per varcare il confine tra la vita e la morte.
Capitolo II – I Demoni e i Custodi: Baba Jaga, Koščeij l’Immortale e i Signori del Gelo

Se la foresta è lo spazio del rito e dell’ignoto, le entità che la popolano non sono semplici mostri da abbattere, ma custodi di leggi cosmiche immutabili. Nella skazka russa, il confronto con l’oscurità non si risolve mai con la forza bruta, ma con la conoscenza del sacro, la purezza del cuore e il rispetto della soglia.
Baba Jaga: La Sacerdotessa della Soglia e del Fuoco Iniziatore
La figura di Baba Jaga rappresenta una delle concezioni più complesse e affascinanti dell’archetipo della strega nella letteratura mondiale. Lontana dallo schema manicheo dell’Occidente cristiano, Baba Jaga non è né integralmente malvagia né protesa verso il bene: è la Natura stessa nella sua veste primordiale, selvaggia, indifferente alle morali umane e terribilmente imparziale.
La Capanna su Zampe di Gallina (Izba na kur’ich nožkach): La sua dimora ruota continuamente su se stessa ed è priva di porte e finestre verso il mondo esterno. La capanna guarda solo verso la foresta profonda e si arresta unicamente se l’eroe pronuncia la formula rituale: «Capanna, capanna, volgiti con le spalle al bosco e con la fronte a me». È la rappresentazione simbolica della bara sospesa o della capanna d’iniziazione sciamanica dei popoli siberiani: un luogo di morte apparente da cui si esce completamente trasformati.
Mortaio, Pestello e Betulla: Baba Jaga non vola a cavallo di una scopa. Viaggia seduta all’interno di un pesante mortaio di legno (stupa), che guida spingendosi con il pestello (pest), mentre cancella le proprie tracce alle spalle con una scopa fatta di saggina o betulla. Mortaio e pestello sono antichi strumenti alchemici e contadini: distruggono la forma originaria della materia per crearne una nuova, simboleggiando la morte alchemica e la rigenerazione.

Il Teschio Fiammeggiante: Nella celebre fiaba di Vasilisa la Bella, Baba Jaga sottopone la giovane protagonista a prove impossibili. Riconosciuta la grazia e la pazienza della fanciulla, la strega non le dona oro né pietre preziose, ma un teschio umano dalle orbite che ardono di fuoco vivo posato su un bastone. Quel fuoco brucerà la matrigna e le sorellastre malvagie, illuminando la nuova vita di Vasilisa. Baba Jaga è dunque la saggia distributrice di luce spirituale per chi sa attraversare la notte dell’anima.
Koščeij l’Immortale (Koščej Bessmertnyj): L’Arida Morte e l’Illusione del Potere
Mentre Baba Jaga rappresenta la vita selvaggia che distrugge per rigenerare, Koščeij è la personificazione della morte arida, della stasi invernale e del tiranno che brama un potere immutabile ed eterno. Egli rapisce le principesse — allegorie della primavera e della forza vitale — per rinchiuderle nei suoi castelli di pietra, dove l’esistenza si impietrisce.
Koščeij viene detto “l’Immortale” perché la sua morte non risiede nel suo petto né nel suo sangue, ma è stata nascosta lontano dal suo corpo, secondo una meravigliosa struttura a matrioska cosmica e iniziatica:
«Sul mare-oceano c’è un’isola chiamata Bujan; sull’isola cresce una grande quercia; sotto la quercia c’è una cassa di ferro; nella cassa c’è una lepre, nella lepre un’anatra, nell’anatra un uovo, e dentro l’uovo c’è un ago. Spezza la punta dell’ago e Koščeij morirà.»
L’ago rappresenta il principio della vita fragile, sottile e penetrante. Per distruggere il tiranno arido che rifiuta il ciclo della natura, l’eroe deve risalire tutti i regni del Creato (la terra della quercia, il metallo della cassa, la terra della lepre, l’aria dell’anatra, l’acqua dell’uovo). Soltanto toccando il centro spirituale dell’esistenza la grande illusione dell’immortalità egoica di Koščeij crolla all’istante.
I Signori del Freddo: Morozko e la Danza dei Dodici Mesi

Nelle distese innevate della Russia, il ghiaccio non è solo un ostacolo, ma un giudice morale. La neve mette a nudo l’anima, distinguendo l’umiltà dalla superbia.
Morozko (Padre Gelo / Mister Gelo): Spirito sovrano dell’inverno, Morozko vagheggia tra le cime dei pini ricoperti di brina. Nella fiaba tradizionale a lui dedicata, incontra la fanciulla buona abbandonata nel bosco dalla matrigna. Sfiorando i rami sopra di lei, fa scendere il gelo e le domanda: «Ti senti al caldo, mia fanciulla? Ti senti al caldo, mia cara?». La ragazza, pur tremando, risponde con profonda dolcezza e rispetto: «Sto al caldo, caro Morozko». La mancanza di lamentela e la purezza d’animo sciolgono il cuore del gelido spirito, che la ricopre di pellicce preziose e gioielli. Quando la sorellastra superba cerca la stessa sorte rispondendo con arroganza e pretesa, la brina di Morozko la congela.
La Fiaba dei Dodici Mesi: In questo classico del folclore, l’ordine cosmico e la successione delle stagioni si fanno carne. Invita la giovane protagonista, mandata a cercare bucaneve a gennaio, a scoprire nel cuore della foresta una radura dove dodici uomini di età diverse siedono attorno a un grande fuoco sacro. Sono i Dodici Mesi dell’Anno. Comprendendo la sofferenza e la bontà della fanciulla, Gennaio cede lo scettro d’inverno a Febbraio e poi a Marzo, permettendo per un’ora soltanto la fioritura della primavera sulla neve.
Capitolo III – La Metafisica dello Sciocco: Ivan lo Scemo e la Saggezza del Cuore

Se la foresta è il luogo della prova e gli spiriti ne sono i custodi impassibili, l’eroe che attraversa questo regno non vince quasi mai per mezzo della forza o dell’astuzia bellica. Nella skazka russa, il vero vertice spirituale della narrazione è incarnato da Ivan lo Scemo (Ivan-durak), una figura straordinaria che sovverte ogni logica del potere terreno per affermare la supremazia dell’empatia, della purezza d’animo e dell’abbandono al sacro.
L’Antieroe della Stufa e la Follia Sacra (Jurodstvo)
Nelle strutture fiabesche tradizionali, la famiglia è quasi sempre composta da tre fratelli. I primi due sono presentati come uomini “intelligenti”, pratici, calcolatori e ben inseriti nelle dinamiche dell’interesse materiale. Ivan è il terzo: lo “scemo” deriso da tutti, colui che passa le sue giornate pigramente seduto sopra la grande stufa dell’izba (peč’), contemplando le mosche o parlando da solo.
Questa apparente stoltezza attinge direttamente a una delle radici più profonde della cultura spirituale russa: il fenomeno dello jurodivyj (il “folle in Cristo”). Lo jurodivyj è il santo laico che rifiuta le convenzioni del mondo, il prestigio sociale e l’accumulo di ricchezze, scegliendo la follia agli occhi degli uomini per custodire una verità più alta.
Ivan non pianifica, non calcola il profitto e non agisce per ambizione. La sua “incapacità” di vivere secondo le regole del villaggio non è un limite, ma una forma di immacolata innocenza: è vuoto di egoismo e, proprio per questo, diventa il solo canale ricettivo attraverso cui le forze invisibili dell’universo possono manifestarsi.
La Rinuncia al Calcolo e il Patto con la Natura

Mentre i fratelli “intelligenti” partono per il viaggio carichi di armi, vettovaglie e brama di conquista, Ivan si incammina verso la foresta a mani vuote, portando con sé al massimo un crostino di pane secco. È lungo il sentiero che si compie il miracolo della sua etica:
La condivisione incondizionata: Invece di conservare il cibo per sé, Ivan dona il suo unico pezzo di pane a una formica affamata, salva un pesce rimasto all’asciutto sulla riva o risparmia un lupo nella taiga. La sua non è una decisione strategica, ma un moto istintivo di compassione verso la sofferenza del Creato.
L’Aiutante Magico: La natura riconosce immediatamente la totale assenza di malizia in Ivan. L’animale salvato non diventa un servitore sottomesso, ma un alleato devoto che spalanca all’eroe le porte del meraviglioso. Dove l’uomo “intelligente” trova soltanto la morte o la punizione per la propria avidità, lo “scemo” trova la grazia.
Il Cavallino Gobbo (Koniok-Gorbunok) e la Trasfigurazione
Il compagno iconico di Ivan è spesso un animale imperfetto o deforme, come il celebre Cavallino Gobbo della tradizione. Piccolissimo, con lunghe orecchie e due gobbe sulla schiena, il cavallino è l’equivalente animale di Ivan: apparentemente privo di valore, ma dotato di facoltà celesti e capace di volare oltre i sette mari e le montagne di cristallo.
È il Cavallino Gobbo a guidare Ivan attraverso la prova finale della trasfigurazione rituale: immersi nei tre calderoni (uno di acqua bollente, uno di latte caldo e uno di acqua gelata), gli uomini superbi e avidi finiscono inceneriti o distrutti, mentre Ivan ne riemerge trasformato in un principe d’infinita bellezza e splendore.
Questa rigenerazione nel latte e nell’acqua è la metafora perfetta della resurrezione fiabesca: chi sa farsi piccolo, umile e puro come un bambino attraversa il fuoco della prova senza bruciare, ereditando la corona del regno e la mano della principessa.
Capitolo IV – Il Custode della Memoria Slava: Aleksandr Afanas’ev e la Sacralità del Verbo Popolare

Prima che la skazka potesse misurarsi con le altre tradizioni narrative del continente europeo, è stato necessario che un uomo percorresse le sterminate distese dell’Impero russo per raccoglierne la voce viva prima che il soffio della modernità la spegnesse per sempre. Quell’uomo fu Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev (1826-1871), una figura titanica della cultura slava la cui opera trascende la semplice etnografia per assurgere a vero e proprio atto di salvaguardia spirituale e linguistica.
Tra il 1855 e il 1863, Afanas’ev pubblicò gli otto fascicoli dei Narodnye russkie skazki (Fiabe popolari russe), un corpus imponente che comprende oltre seicento testi. Non si trattò di un’operazione d’intrattenimento, ma di una monumentale impresa archeologica volta alla ricostruzione dell’antica visione del mondo del popolo russo.
La Visione Mitologica e il Metodo di Raccolta

Afanas’ev operò nel solco tracciato dai Fratelli Grimm in Germania, inserendosi pienamente nella corrente della scuola mitologica. Per lo studioso russo, la fiaba popolare non era una storiella inventata da narratori estrosi per intrattenere i bambini attorno al fuoco, bensì la memoria infranta e rifratta degli antichi miti cosmogonici pagani.
Ogni elemento della skazka conservava, secondo la sua visione, il frammento di una concezione sacra della Natura:
- Il duello dell’eroe contro il drago a tre teste (Zmej Gorynyč) era la rappresentazione del sole che lotta contro le nubi temporalesche.
- Il sonno magico della principessa simboleggiava la morte invernale della terra in attesa del risveglio primaverile.
- La ricerca dell’Uccello di Fuoco (Žar-ptica) incarnava l’aspirazione dell’anima umana verso la luce solare e la rigenerazione spirituale.
A differenza di molti colleghi occidentali del suo tempo, che rielaboravano e ripulivano le Fiabe per renderle eleganti alla lettura della borghesia cittadina, Afanas’ev cercò di rimanere scrupolosamente fedele alla voce del popolo. Egli attinse direttamente dagli archivi della Società Geografica Russa, raccogliendo i manoscritti di contadini, maestri di campagna e studiosi locali. Conservò la durezza della sintassi originale, le formule rituali di apertura e di chiusura, le ripetizioni incantatorie e i calembour dialettali, restituendo la fiaba nella sua cruda e solenne purezza originale.
Le Architetture del Corpus di Afanas’ev

Il lavoro di Afanas’ev organizza il vastissimo patrimonio orale slavo in categorie ben definite, che riflettono la progressione della psiche e della cultura russa:
- Le Fiabe degli Animali (Skazki o životnych): Le più arcaiche, dove il lupo, la volpe (Lisa Patrikeevna), l’orso (Miška) e la lepre non sono semplici allegorie morali di stampo esopico, ma riflettono il rapporto totemico di parentela e rispetto tra la comunità contadina e la fauna della taiga.
- Le Fiabe Magiche (Volšebnye skazki): Il cuore pulsante della raccolta. Qui si concentrano le grandi strutture del viaggio iniziatico nell’Inoie Carstvo (l’Oltre-mondo), con la presenza costante di oggetti sacri (il pettine che si fa foresta impenetrabile, l’asciugamano che diventa un fiume d’acqua profonda) e di aiutanti animali straordinari.
- Le Fiabe Sociali e Satiriche (Bytovye skazki): Narrazioni successive, in cui la protesta del mondo contadino si scaglia con sferzante ironia contro la cupidigia dei mercanti, la pigrizia dei ricchi e l’ipocrisia del clero corrotto, celebrando ancora una volta la disarmante semplicità di Ivan.
Il Valore Ereditario dell’Opera di Afanas’ev
Senza l’immane catalogo codificato da Afanas’ev, la cultura russa avrebbe perso la sua linfa ancestrale. È proprio su questo immenso materiale che si baseranno, nei decenni successivi, le trasfigurazioni poetiche di Aleksandr Puškin, le composizioni musicali di Nikolaj Rimskij-Korsakov e Igor’ Stravinskij, le illustrazioni incantate di Ivan Bilibin e, infine, la celebre analisi strutturale di Vladimir Propp.
Afanas’ev ha consegnato alla storia un monumento al Verbo russo: una cattedrale di carte e inchiostro dove la parola parlata (skazat’) continua a risuonare viva, a guardia dei segreti della foresta.
Capitolo V – Il Confronto Sistematico: La Betulla di Afanas’ev e l’Olivo di Calvino

Soltanto dopo aver compreso la monumentalità dell’opera di Afanas’ev – intesa come salvaguardia di un patrimonio mitico e cosmogonico – è possibile stabilire un parallelo rigoroso con l’impresa compiuta in Italia da Italo Calvino nel 1956.
Se Afanas’ev raccoglie la voce della terra slava per ricomporre i frammenti di una religione della Natura, Calvino riceve dall’editore Giulio Einaudi l’incarico di creare un corpus nazionale che l’Italia non aveva mai posseduto in forma unitaria, selezionando e traducendo dai vari dialetti regionali circa duecento fiabe già registrate dai folkloristi dell’Ottocento (tra cui Giuseppe Pitrè e Gherardo Nerucci).
Il confronto tra i due monumenti fiabeschi rivela divergenze profonde nella genesi, nella struttura e nella temperatura spirituale, ma anche un’inaspettata convergenza sulla funzione profonda del racconto popolare.
- Metodo e Lingua: Il Documento contro la Distillazione
Afanas’ev (La Voce Arcaica): Il suo atteggiamento è quello del custode e dell’antropologo. Afanas’ev rispetta le asperità della lingua contadina, la lentezza delle formule incantatorie, la solennità delle iterazioni rituali (la prova ripetuta tre volte, le formule di saluto alla capanna di Baba Jaga). La parola della skazka deve conservare la vibrazione del sacro e l’impronta della ritualità oratoria.
Calvino (L’Orafo del Ritmo): Calvino compie un’opera d’alta sartoria stilistica. Lavorando sui materiali dialettali, sfoltisce le ridondanze, accelera il ritmo dell’azione e unifica la prosa in una lingua italiana limpida, dotata di una grazia leggera e moderna. Laddove Afanas’ev accumula varianti per documentare, Calvino “pota” e fonde insieme le versioni migliori per far risaltare il meccanismo narrativo.
- La Geografia dello Spazio e del Sacro
Il paesaggio condiziona la percezione dell’ignoto e definisce i confini dell’Oltre-mondo:
Nella skazka di Afanas’ev, il bosco è infinito e impenetrabile. La neve cancella i punti di riferimento e la foresta coincide con l’Inoie Carstvo (l’Altro Regno), uno spazio metafisico governato da forze numinose dove l’essere umano entra a proprio rischio e pericolo. Il contatto con il divino o il diabolico incute terrore sacro.
Nelle Fiabe Italiane di Calvino, la natura è antropizzata e misurata a passo d’uomo. La macchia mediterranea, le scogliere, gli uliveti e le piazze dei paesi sono lo sfondo di una magia che si manifesta sulla soglia di casa. Il soprannaturale italiano è spesso domestico e familiare: maghi, fate, orchi e diavoli vivono a ridosso del villaggio e non incutono un terrore cosmico, ma evocano la sfida della sopravvivenza quotidiana.
- L’Antropologia dell’Eroe: Grazia contro Astuzia

Le due raccolte mettono in scena due differenti visioni del riscatto umano di fronte alla sorte:
L’Eroe Russo (Ivan lo Scemo / Vasilisa): Incarna la virtù della ricettività e della purezza del cuore. Come visto nei capitoli precedenti, Ivan prevale perché è privo di avidità, condivide il pane con gli animali e sa affidarsi alle forze invisibili della natura. La sua vittoria è una metamorfosi spirituale, un atto di Grazia che lo trasfigura.
L’Eroe Italiano (Giovannin senza paura / Giufà / Pietro Fittaiolo): Incarna l’etica della fame e del pragmatismo contadino. L’eroe delle fiabe raccolte da Calvino vince il gigante, il re o il diavolo non per virtù mistiche, ma per morfia, prontezza di riflessi, furbizia e capacità di cogliere l’occasione (kairos). La sua vittoria è il rovesciamento delle gerarchie sociali: il contadino scaltro che inganna il potente e conquista il banchetto finale.
Il Delinearsi di un Unico Catalogo dell’Umano
Nonostante la distanza che separa il gelo della taiga siberiana dal sole dei poggi mediterranei, Afanas’ev e Calvino giungono alla medesima conclusione sulla natura ultima del racconto popolare.
Nelle loro raccolte, la fiaba si rivela per ciò che è sempre stata: una grande mappa di orientamento per la psiche, la dimostrazione che l’uomo, di fronte alle tenebre della storia e dell’esistenza, possiede sempre i mezzi – che sia la fede pura di Ivan o l’astuzia di un contadino toscano – per varcare il confine dell’oscurità e ritornare alla luce.
Capitolo VI – La Trasfigurazione Poetica: Aleksandr Puškin e la Fiaba d’Autore

Se il patrimonio di Afanas’ev ha custodito la linfa grezza della voce popolare, è con Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837) che la skazka compie il suo passaggio fondamentale dal folklore orale all’alta letteratura, trasformandosi in pura Poesia. Puškin non si limita a trascrivere i racconti della tradizione: li sublima, restituendo al Verbo russo una musicalità e un’eleganza sconosciute prima di lui.
All’origine della sensibilità fiabesca di Puškin non c’è una biblioteca accademica, ma il focolare della tenuta di Michajlovskoe e la voce della sua celebre balia, Arina Rodionovna Jakovleva. Durante i periodi di esilio, il giovane poeta passava le lunghe sere invernali ad ascoltare i racconti arcaici della nutrice contadina.
In una celebre lettera al fratello Lev, Puškin scriveva: «Che meraviglia queste fiabe! Ognuna è un poema!». Da quel patrimonio di memoria orale, trasfuso nei suoi versi fluidi e incantatori, nacquero i capolavori in versi che avrebbero rifondato la lingua letteraria russa.
I Grandi Poemi Fiabeschi e i Loro Archetipi

Nelle sue skazki in versi, Puškin intreccia i motivi tradizionali raccolti dalla voce popolare con la struttura metrica del tetrametro trocaico, creando un ritmo incalzante che ipnotizza il lettore.
Questa scelta metrica — un verso cadenzato di otto sillabe in cui l’accento cade regolarmente sulla prima di ogni coppia (con un ritmo martellante e musicale, simile a un DÀM-da DÀM-da) — non fu casuale. Puškin lo scelse proprio perché riproduceva la cadenza naturale, quasi ipnotica, dei canti popolari e delle nenie raccontate dagli anziani e dalla sua amata balia Arina Rodionovna. Il tetrametro trocaico dona così alla narrazione una musicalità immediata e incalzante, capace di trasformare la parola scritta nel soffio di un racconto orale.
È con questo ritmo travolgente che prendono vita i suoi capolavori:
La Fiaba dello Zarevič Saltan (Skazka o care Saltane): Un’opera straordinaria sul tema del viaggio, del tradimento e della trasformazione. Il giovane principe Gvidon, chiuso in una botte e gettato in mare con la madre, approda sull’isola incantata di Bujan. Qui incontra la principessa Cigno (Lebed’), figura di pura grazia cosmica che gli concede trasformazioni prodigiose (in zanzara, mosca e calabrone) per far ritorno al regno paterno e svelare la verità.
La Fiaba del Pescatore e del Pesciolino d’Oro (Skazka o rybake i rybke): Un’aspra e limpida parabola sulla cupidigia umana e la violazione del limite cosmico. Il pesciolino d’oro rappresenta la forza divina della Natura: esaudisce le brame materiali sempre più smisurate della vecchia moglie del pescatore finché l’arroganza della donna non supera la soglia del sacro (pretendere di dominare il mare stesso), riportandola inevitabilmente alla povertà della sua vecchia calotta rotta.
La Fiaba del Galletto d’Oro (Skazka o zolotom petuške): Un amaro apologo politico ed esistenziale sull’inganno del potere e la cecità della passione, dove l’autocrate (lo zar Dadon) viene punito per aver infranto la promessa fatta allo astrologo-mago.
Il Prologo di Ruslan e Ljudmila: Il Santuario del Meraviglioso

Il vertice simbolico del contributo puškiniano alla fiaba è rappresentato dai celeberrimi versi d’apertura del poema Ruslan e Ljudmila («U lukomor’ja dub zelënyj...»), che costituiscono una vera e propria mappa concettuale di tutto l’immaginario slavo:
C’è una quercia verde sulla baia incantata,
E una catena d’oro avvolta intorno al tronco;
Giorno e notte un gatto sapiente
Cammina in cerchio lungo quella catena:
Se va a destra, intona un canto,
Se va a sinistra, racconta una fiaba.
Lì ci sono prodigi: lo spirito del bosco vaga,
Una sirena siede tra i rami…
Con questi pochi versi, Puškin fonda il mito della Baia Incantata (Lukomor’je), il luogo geografico e interiore dove la Natura (la quercia), il Tempo (la catena d’oro) e la Parola (il gatto sapiente) convivono in eterna armonia. Puškin dimostra che la fiaba russa, divenuta letteratura, non ha perso la sua forza sacra, ma si è fatta specchio dell’anima di un intero popolo.
Capitolo VII – L’Anatomia del Mito: Vladimir Propp e la Codifica Scientifico-Strutturale

Se Aleksandr Afanas’ev è stato il custode archivistico della skazka e Aleksandr Puškin il suo cantore poetico, a Vladimir Jakovlevič Propp (1895-1970) spetta il merito di averne svelato l’architettura invisibile, trasformando lo studio del folklore in una disciplina scientifica di portata universale.
Con la pubblicazione nel 1928 del suo saggio fondamentale, Morfologia della fiaba (Morfologija skazki), Propp dimostrò che, sotto la variabilità infinita di nomi, personaggi e ambientazioni, le fiabe magiche russe condividono un’unica, rigida e immutabile struttura scheletrica.
La Scoperta della Costante: Le 31 Funzioni Narrative
Propp analizzò oltre cento fiabe di magia del corpus di Afanas’ev, giungendo a una conclusione rivoluzionaria: ciò che cambia nella fiaba sono gli attributi dei personaggi, ma ciò che resta invariato sono le loro azioni (definite funzioni), intese come gli atti fondamentali per lo svolgimento dell’intreccio.
Egli isolò 31 funzioni narrative costanti, che si succedono sempre in un ordine cronologico e logico identico, pur non dovendo necessariamente comparire tutte in un unico racconto.
Queste 31 azioni elementari si articolano nei dieci snodi fondamentali che reggono l’architettura di ogni fiaba di magia:
- Allontanamento: Un membro della famiglia lascia la casa.
- Divieto e Infrazione: All’eroe viene imposto un divieto che viene puntualmente violato, spalancando la porta all’antagonista.
- Investigazione e Spionaggio: L’antagonista cerca informazioni sulla sua vittima.
- Danneggiamento o Mancanza: L’antagonista reca danno a un familiare oppure si avverte la mancanza di qualcosa di essenziale (l’Uccello di Fuoco, la sposa, l’acqua della vita). È il vero motore della fiaba.
- Partenza dell’Eroe: L’eroe lascia la casa e varca la soglia verso l’ignoto.
- La Prova del Donatore: L’eroe incontra un personaggio enigmatico (spesso Baba Jaga) che lo mette alla prova; superata la prova, riceve un mezzo o un aiutante magico.
- Trasferimento: L’eroe viene guidato nel luogo dell’Oltre-mondo (Inoie Carstvo).
- Lotta e Vittoria: Il duello con l’antagonista (Koščeij, il Drago) e la sua sconfitta.
- Rimedio e Ritorno: Il danno viene riparato e l’eroe intraprende il viaggio di ritorno, spesso minacciato da falsi eroi.
- Nozze e Trasfigurazione: L’eroe viene riconosciuto, smaschera gli ingannatori, viene incoronato e sale al trono.
I Sette Ruoli o Sfere d’Azione dei Personaggi

Accanto alle 31 funzioni, Propp raggruppò le figure fiabesche in sette ruoli o sfere d’azione fondamentali, dimostrando che qualsiasi entità o creatura assume un ruolo funzionale preciso all’interno della drammaturgia mitica:
- L’Antagonista (Vreditel’): Chi crea il danno o il pericolo (Koščeij, il Drago).
- Il Donatore (Datel’): Chi testa l’eroe e gli consegna il dono magico (Baba Jaga).
- L’Aiutante Magico (Pomoščnik): Chi risolve le prove impossibili per l’eroe (il Cavallino Gobbo, il Lupo Grigio).
- La Principessa e il Padre: Oggetto delle ricerche, fonte del premio e custode della regalità.
- Il Mandante: Chi invia l’eroe nel suo viaggio.
- L’Eroe (Geroj): Colui che subisce la mancanza o accetta la missione (Ivan lo Scemo, Vasilisa).
- Il Falso Eroe: Colui che tenta di usurpere i meriti dell’eroe per vanagloria.
La Radice Storica e il Rito di Iniziazione
Nel suo lavoro successivo, Le radici storiche dei racconti di fate (1946), Propp compì un ulteriore passo avanti, rispondendo alla domanda decisiva: perché le fiabe hanno questa struttura precisa?
La risposta di Propp fu illuminante: la fiaba magica altro non è che la trasposizione narrativa deformata dei più antichi riti di iniziazione e di passaggio delle società tribali arcaiche e cacciatrici. La perdita nel bosco, l’ingresso nella capanna di Baba Jaga (simbolo della morte rituale), le prove atroci, l’inghiottimento da parte del mostro e la rinascita finale con un nuovo nome e uno status sociale superiore corrispondono esattamente alle fasi attraverso cui l’adolescente veniva trasformato in adulto all’interno delle foreste eurasiche.
Con Propp, la skazka russa cessa di essere un semplice racconto meraviglioso e rivela la sua identità profonda: la mappa fossile dell’evoluzione spirituale e sociale dell’umanità.
Capitolo VIII – La Fiaba Rossa: Il Realismo Magico Sovietico

Nel XX secolo, il regime sovietico comprese rapidamente la potenza dell’immaginario popolare. La fiaba venne rielaborata per veicolare l’etica del nuovo uomo socialista:
I Miei (Palekh e Kholuy): Gli artigiani delle icone, dismessi i soggetti religiosi, trasferirono le loro tecniche di miniatura su scatole di lacca nera, illustrando Vasilisa la Bella, Il Cavallino Gobbo e le opere di Puškin. Il misticismo ortodosso si fuse così con la mitologia popolare.
Il Cinema Fiabesco Sovietico: Registi come Aleksandr Rou e Aleksandr Ptuško portarono sul grande schermo capolavori visivi (come Morozko del 1964 o Il re della montagna). Baba Jaga (interpretata dallo straordinario attore Georgij Milljar) e Koščeij diventarono icone cinematografiche nazionali, unendo effetti speciali artigianali e un forte senso della natura.
La Riscrittura Novecentesca e Postmoderna

Nel secondo Novecento e nell’epoca post-sovietica, la fiaba russa è diventata uno strumento d’indagine psicologica, satirica e filosofica:
Evgenij Švarc e la Satira Antitotalitaria: Con opere teatrali come Il Drago (Drakon, 1944) e L’ombra, Švarc utilizza le strutture fiabesche proppiane per smascherare i meccanismi del potere e del conformismo umano.
Ljudmila Petruševskaja e il “Gotico Urbano”: Nelle sue Fiabe della buonanotte e nei racconti contemporanei, la Petruševskaja trasferisce l’oscurità del bosco e le prove di Baba Jaga negli squallidi appartamenti condivisi (kommunalki) della Mosca tardo-sovietica e post-sovietica.
Viktor Pelevin e il Postmoderno: Pelevin riprende miti e figure tradizionali (come il lupo mannaro o l‘Uccello di Fuoco) calandoli nel caos del capitalismo selvaggio russo, tra tecnologia, finanza e spiritualità pop.
La Skazka nella Cultura Pop Globale e nel Fantasy Contemporaneo
Oggi la fiaba russa vive una vera e propria rinascita internazionale, alimentata dalla riscoperta del folklore nell’editoria e nei media di consumo:
Il Fantasy Bestseller: Autrici come Katherine Arden (con la trilogia Winternight / L’Orso e l’Usignolo) e Leigh Bardugo (con il Grishaverse) hanno portato il paesaggio della taiga, Morozko e le creature del folklore slavo nelle classifiche mondiali, traducendo l’estetica del dvoleverie per le nuove generazioni.
Illustrazione e Character Design: L’estetica di Ivan Bilibin e Viktor Vasnecov continua a ispirare l’illustrazione fantasy, l’animazione e la graphic novel contemporanea a livello globale.
Gaming e Media Interattivi: Videogiochi come The Witcher (che attinge a piene mani dal folklore slavo), Black Book (incentrato sulla stregoneria contadina e sugli spiriti della casa) e Atomic Heart rimodellano l’archetipo di Baba Jaga e dei patti demoniaci in chiave interattiva e fantascientifica.
La skazka contemporanea dimostra che l’inconscio collettivo ha ancora bisogno della mappa di Propp: mutano i supporti e i linguaggi, ma la necessità di inoltrarsi nella foresta incantata per affrontare il proprio ctonio e fare ritorno trasformati resta immutata.
Epilogo – Il Sigillo della Soglia: L’Eterna Trascendenza della Parola Fiabesca
La Cattedrale della Parola e del Sacro

Il percorso compiuto attraverso l’universo della skazka dimostra come la fiaba russa non sia mai stata un passatempo superficiale, bensì un’architettura sacra della memoria e della psiche. Dalle oscure radici pagane immerse nel dvoleverie fino alle codifiche scientifiche del Novecento, la fiaba russa ha mantenuto intatta la propria natura originaria: quella di essere una vera e propria mappa di navigazione spirituale per l’essere umano smarrito nella foresta dell’esistenza.
In questo territorio sacro, la natura siberiana ed eurasica non è uno sfondo inerte, ma un giudice morale e numinoso: la betulla parla, il gelo di Morozko saggia la purezza del cuore, e la radura dei Dodici Mesi dimostra la supremazia dell’ordine cosmico sull’arroganza terrena.
Sia che ci si inoltri nella neve sulle tracce del gatto sapiente di Puškin, sia che si decifri la capanna su zampe di gallina attraverso l’occhio rigoroso di Propp, la lezione ultima della skazka russa rimane immutata: il confine dell’oscurità esiste soltanto per essere varcato.
La parola parlata (skazat’) continua a risuonare accanto al focolare dell’anima, ricordando a ogni viaggiatore che chi sa farsi umile, compassionevole e puro come Ivan custodisce già dentro di sé l’acqua della vita e la chiave per fare ritorno alla luce dell’Oltre-mondo.









