Sabra e Shatila: la ferita aperta della memoria e la lotta per la giustizia
Tra il 16 e il 18 settembre del 1982, nei quartieri di Sabra e nel campo profughi di Shatila, a Beirut, si consumava uno dei capitoli più bui e drammatici della storia mediorientale e contemporanea. Decine di ore di terrore in cui migliaia di civili inermi — in larga parte rifugiati palestinesi, ma anche cittadini libanesi — furono massacrati sistematicamente. Nel giorno dell’anniversario, ricordare quegli eventi non rappresenta soltanto un esercizio di doverosa commemorazione storica, ma un atto politico e morale imprescindibile per chiunque si definisca progressista, antifascista e schierato a fianco dei diritti umani e della causa palestinese.
La cronaca di un orrore premeditato
Nel settembre del 1982, Beirut Ovest era sotto il controllo militare delle forze armate israeliane, guidate all’epoca dal ministro della Difesa Ariel Sharon, a seguito dell’invasione del Libano iniziata nel giugno dello stesso anno. Nonostante la partenza dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), garantita da accordi internazionali di protezione per i civili rimasti nei campi, le truppe israeliane cinsero d’assedio i campi di Sabra e Shatila, impedendo qualsiasi via di fuga e illuminando a giorno le strade con i razzi lanciati nel cielo notturno per facilitare l’azione delle milizie falangiste libanesi, introdotte deliberatamente all’interno dell’area.
Per circa quarantatré ore, uomini, donne, bambini e anziani furono vittime di violenze inaudite. Il bilancio ufficiale e ufficioso delle vittime oscilla tra le 2.000 e le 3.500 vite spezzate. La stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite definì all’epoca quei tragici eventi come un atto di genocidio, lasciando un’impronta indelebile nella coscienza collettiva dei popoli oppressi di tutto il mondo.
Impunità, responsabilità e la continuità dell’occupazione
La Commissione d’inchiesta israeliana (Kahan Commission) riconobbe in seguito una “responsabilità indiretta” dei vertici militari e politici israeliani, evidenziando come avessero consapevolmente ignorato il rischio concreto di un massacro e omesso qualsiasi intervento per fermarlo. Ciononostante, nessuno dei principali responsabili politici e materiali di quel crimine di massa ha mai subito una reale e giusta condanna nei tribunali internazionali.
Questo clima di sistematica impunità non appartiene purtroppo solo al passato. Per la sottoscritta Maddalena Celano, analizzare la tragedia di Sabra e Shatila significa leggerne la profonda continuità con il presente: dal persistente calvario dei profughi palestinesi nei campi sparsi per il Medio Oriente, privati dei diritti elementari, fino alle devastazioni e alle violenze continue perpetrate contro il popolo palestinese nei territori occupati e a Gaza. Il filo rosso del colonialismo d’insediamento, dell’apartheid e della pulizia etnica continua a calpestare il diritto internazionale sotto gli occhi colpevolmente distratti di gran parte della comunità internazionale.
Memoria e solidarietà internazionalista
Ricordare Sabra e Shatila significa rifiutare la narrazione dominante che tenta di normalizzare l’ingiustizia e di cancellare la memoria storica dei popoli in lotta. Significa denunciare l’ipocrisia di chi invoca i diritti umani a intermittenza, ignorando le sofferenze millimetriche e quotidiane di chi resiste all’occupazione coloniale.
La solidarietà con la Palestina non è una semplice opzione sentimentale, ma un pilastro fondamentale dell’internazionalismo progressista. Le pietre di Shatila, i racconti dei sopravvissuti e la resistenza ostinata dei palestinesi ci ricordano che la memoria non è nostalgia, ma uno strumento di lotta. Fino a quando non sarà riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, al ritorno dei profughi e alla giustizia per il popolo palestinese, la ferita di Sabra e Shatila continuerà a sanguinare in ogni angolo del mondo in cui si lotta per la libertà e la dignità umana.
