Dalla crisi dell’architettura euro-atlantica alla costruzione di un sistema di sicurezza esteso all’intero
continente eurasiatico. Il ministro degli Esteri russo indica nella Carta della diversità e della multipolarità
il possibile fondamento di una nuova stagione di cooperazione internazionale.
MINSK – La quarta Conferenza internazionale sulla sicurezza eurasiatica, svoltasi nella capitale bielorussa il 3
e 4 novembre 2026, ha assunto un significato che va ben oltre il tradizionale appuntamento diplomatico. Al
centro dei lavori, ai quali hanno preso parte rappresentanti di numerosi Paesi e organizzazioni internazionali,
si è collocata una questione destinata a incidere profondamente sugli equilibri geopolitici dei prossimi anni:
la possibilità di costruire una nuova architettura di sicurezza per l’intero continente eurasiatico,
superando le contrapposizioni che hanno caratterizzato l’ordine internazionale dalla fine della Guerra fredda.
Accanto al presidente bielorusso Alexander Lukashenko, protagonista dell’apertura dei lavori, particolare
rilievo ha assunto la presenza del ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov. Il suo intervento
in plenaria, pronunciato il 3 novembre, ha rappresentato uno dei momenti politicamente più significativi della
conferenza, delineando con chiarezza la visione strategica di Mosca e il progetto di una cooperazione
continentale fondata sui principi della multipolarità, della sovranità nazionale e della cosiddetta
indivisibilità della sicurezza.
La questione non riguarda soltanto i rapporti tra Russia e Occidente. Il progetto presentato a Minsk ambisce
infatti a coinvolgere un’area geografica e politica molto più vasta, comprendente l’Asia centrale, il Sud-est
asiatico, il Medio Oriente e le principali organizzazioni regionali, con l’obiettivo di creare una rete di relazioni
capace di ridurre la dipendenza dalle tradizionali strutture di sicurezza euro-atlantiche.
La Carta eurasiatica: il progetto politico al centro della conferenza

Il principale risultato politico dell’incontro è stato il rilancio del percorso di elaborazione della Carta eurasiatica
della diversità e della multipolarità nel XXI secolo. Si tratta di un documento quadro che dovrebbe definire
principi condivisi per la costruzione di un sistema di relazioni internazionali fondato sul riconoscimento delle
differenti identità culturali, politiche e civili presenti sul continente. Come ha precisato Lavrov, l’iniziativa è
stata originariamente promossa dalla Bielorussia e ha ricevuto il sostegno russo il 25 settembre 2026, a
margine della sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.
Il ministro ha annunciato che è già stata avviata la preparazione del testo attraverso un gruppo di lavoro al
quale partecipano, oltre a Russia e Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Myanmar e
Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. La prima riunione operativa del gruppo è prevista entro
la fine del 2026. L’obiettivo dichiarato non è quello di creare un nuovo blocco contrapposto all’Occidente,
né di sostituire automaticamente le organizzazioni internazionali esistenti. La proposta, almeno nella
formulazione presentata da Lavrov, consiste piuttosto nel mettere in relazione le strutture già presenti,
armonizzandone le attività e favorendo una maggiore cooperazione tra i diversi sistemi regionali.
In questo passaggio emerge una delle caratteristiche più importanti del progetto: l’Eurasia non dispone
attualmente di un’organizzazione politica unitaria capace di rappresentare l’intero continente. Esistono
invece numerosi organismi, ciascuno con competenze, finalità e ambiti geografici differenti.
La Carta dovrebbe quindi costituire una piattaforma di riferimento comune, senza imporre
necessariamente la creazione di una nuova istituzione sovranazionale.
Il Grande Partenariato Eurasiatico: l’integrazione economica come
fondamento della sicurezza

Un elemento centrale del discorso di Lavrov riguarda il collegamento tra sicurezza politica,
cooperazione economica e integrazione regionale. Il ministro ha richiamato il progetto del Grande
Partenariato Eurasiatico, iniziativa promossa dal presidente Vladimir Putin nel 2015, in
occasione del vertice Russia-ASEAN. La sua finalità è sviluppare una rete di relazioni tra le principali
organizzazioni economiche e politiche del continente.
Tra i protagonisti di questo processo figurano l’Unione Economica Eurasiatica (UEE), l’Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai (SCO) e l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN).
A queste strutture si aggiungono l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), la Comunità degli
Stati Indipendenti (CSI) e il Consiglio di cooperazione del Golfo.
Secondo la prospettiva illustrata da Lavrov, il coordinamento tra tali organizzazioni dovrebbe consentire di
evitare sovrapposizioni, valorizzare le rispettive competenze e sviluppare progetti comuni in campo economico,
infrastrutturale, commerciale e tecnologico.
La dimensione economica non rappresenta dunque un aspetto secondario. Per Mosca, la stabilità continentale
non può essere garantita esclusivamente attraverso accordi militari o diplomatici, ma deve poggiare su una rete
di interdipendenze economiche e infrastrutturali capace di rendere conveniente la cooperazione tra gli Stati.
È proprio in questa prospettiva che la costruzione del Grande Partenariato Eurasiatico viene presentata come
la base materiale della futura architettura di sicurezza.
L’indivisibilità della sicurezza e la crisi dell’OSCE

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento ha riguardato il principio dell’indivisibilità della sicurezza,
che Lavrov considera il fondamento giuridico e politico della nuova architettura continentale.
Il riferimento è agli impegni assunti nel quadro dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione
in Europa (OSCE), in particolare nella Carta di Istanbul del 1999 e nella Dichiarazione commemorativa
di Astana del 2010. Il principio richiamato stabilisce che nessuno Stato dovrebbe rafforzare la propria sicurezza
a scapito di quella degli altri e che nessuna organizzazione o alleanza dovrebbe rivendicare una posizione
dominante nello spazio euro-atlantico.
Secondo il capo della diplomazia russa, l’allargamento della NATO verso est e il progressivo deterioramento
dei rapporti con Mosca avrebbero compromesso proprio questo equilibrio, svuotando di significato gli impegni
politici assunti negli anni precedenti.
Da qui la sua critica particolarmente severa all’attuale condizione dell’OSCE, che a suo giudizio avrebbe perso la
capacità di rappresentare una piattaforma realmente condivisa di dialogo e cooperazione.
Lavrov ha inoltre espresso forti riserve sulla prospettiva di una sicurezza europea costruita senza la
partecipazione della Russia e della Bielorussia. Una simile impostazione, secondo la posizione russa,
rischierebbe di consolidare una nuova contrapposizione continentale anziché superarla.
La questione è particolarmente rilevante perché investe il futuro stesso delle istituzioni nate per garantire
la stabilità europea dopo la Guerra fredda. La proposta russa consiste nel recuperare il principio delle
garanzie reciproche, estendendolo dalla dimensione euro-atlantica a quella eurasiatica.
Si tratta, tuttavia, di una visione che incontra evidenti difficoltà politiche: le divergenze sulla guerra in
Ucraina, sulle politiche di sicurezza e sulle condizioni per un eventuale negoziato rendono oggi estremamente
complesso ricostruire un terreno comune tra Mosca e le capitali occidentali.
Ucraina: per Mosca non basta un cessate il fuoco temporaneo

La crisi ucraina ha occupato una parte rilevante sia del discorso pronunciato in plenaria sia delle successive
dichiarazioni alla stampa. Lavrov ha respinto l’idea che un cessate il fuoco temporaneo possa rappresentare,
da solo, una soluzione duratura del conflitto. Nella sua ricostruzione, le proposte occidentali di tregue settoriali,
riguardanti il settore energetico, alimentare, aereo o marittimo, rischierebbero di concedere a Kiev il tempo
necessario per ricostituire le proprie capacità militari grazie al sostegno dei Paesi occidentali.
Il ministro ha ribadito che Mosca considera indispensabile affrontare quelle che definisce le cause profonde
della crisi: le questioni relative alla sicurezza strategica della Russia, la condizione della popolazione
russofona in Ucraina e il contrasto all’ideologia nazista, secondo la formulazione utilizzata dalla diplomazia
russa. Si tratta di condizioni che riflettono la posizione negoziale di Mosca e che rimangono profondamente
contestate da Kiev e dai governi occidentali.
Il punto politicamente più importante è che la Russia continua a subordinare un accordo stabile non
alla cessazione delle operazioni militari, ma alla ridefinizione degli equilibri di sicurezza nell’Europa
orientale. In questo senso, la questione ucraina viene inserita da Lavrov in un quadro strategico più ampio:
non una crisi regionale isolata, ma uno dei principali terreni di confronto tra il modello di sicurezza occidentale
e il progetto multipolare sostenuto da Mosca.
Il messaggio all’Europa: nessuna guerra dichiarata, ma un avvertimento
molto duro

Particolarmente significativo è stato il passaggio dedicato ai rapporti con i Paesi europei.
Nel suo intervento, Lavrov ha dichiarato che la Russia non intende avviare una guerra contro l’Europa,
richiamando le precedenti affermazioni del presidente Vladimir Putin. Ha tuttavia aggiunto che, qualora
fossero i Paesi europei a iniziare un conflitto armato, Mosca sarebbe pronta a rispondere.
La frase più dura è stata quella secondo cui un eventuale scontro avrebbe caratteristiche completamente
diverse e sarebbe «molto breve».
Si tratta di un messaggio di deterrenza che va letto nel contesto dell’aumento delle tensioni tra Russia e
Paesi NATO, delle discussioni europee sul rafforzamento delle capacità militari e delle dichiarazioni
relative alla preparazione della difesa continentale entro la fine del decennio.
Lavrov ha criticato gli investimenti europei nel settore degli armamenti, sostenendo che
l’accelerazione della produzione militare potrebbe alimentare una spirale di contrapposizione sempre più
difficile da controllare. Il ministro ha inoltre invitato i governi europei a spiegare ai rispettivi cittadini
quali costi economici e sociali comporti l’incremento delle spese per la difesa.
La posizione di Mosca, tuttavia, non si limita alla denuncia della militarizzazione europea. Lavrov ha
affermato che la Russia non esclude il dialogo con i Paesi occidentali e rimane disponibile a discutere
una nuova architettura di garanzie reciproche, purché vi sia una disponibilità concreta a riconoscere
un equilibrio degli interessi. Il problema, secondo il ministro, è che al momento non si intravedono
prospettive realistiche di un confronto politico con le istituzioni europee.
Il ruolo degli Stati Uniti e il possibile spostamento degli equilibri globali

La conferenza di Minsk si è svolta in un momento particolarmente delicato per le relazioni transatlantiche.
Le discussioni sul futuro della NATO, sulla distribuzione degli oneri militari tra Washington e i suoi alleati
europei e sulla crescente attenzione statunitense verso l’area indo-pacifica stanno alimentando interrogativi
sul ruolo futuro degli Stati Uniti nella sicurezza del continente europeo.
Nell’impostazione russa, questa evoluzione rappresenta un ulteriore elemento di fragilità dell’attuale sistema
euro-atlantico. Lavrov ha denunciato il tentativo occidentale di estendere la propria influenza anche alla
parte orientale dell’Eurasia, richiamando le discussioni sulla costruzione di un sistema politico-militare
nell’area indo-pacifica ispirato al modello NATO.
Il riferimento è alla crescente cooperazione strategica tra alcune potenze occidentali e partner asiatici,
che Mosca interpreta come un tentativo di estendere le logiche di contenimento anche in una regione
fondamentale per gli equilibri economici e militari mondiali.
Il ministro ha inoltre sollevato la questione del riarmo giapponese e del possibile superamento dei
principi non nucleari adottati da Tokyo nel dopoguerra.
Questi elementi mostrano come la visione strategica russa non sia limitata all’Europa. La partita della
sicurezza eurasiatica viene considerata parte di una trasformazione globale, nella quale assumono
crescente importanza le dinamiche dell’Asia orientale, dell’Indo-Pacifico e delle relazioni tra le
grandi potenze.
L’Asia centrale e il Sud-est asiatico: nuovi protagonisti della diplomazia
eurasiatica

Uno degli aspetti più interessanti della conferenza è rappresentato dalla presenza di Paesi che, pur non
appartenendo al tradizionale spazio politico europeo, rivestono un ruolo strategico crescente negli equilibri
continentali.
Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan sono interlocutori fondamentali per la Russia nell’Asia
centrale, una regione caratterizzata da importanti risorse energetiche, corridoi commerciali, collegamenti
infrastrutturali e delicate questioni di sicurezza.
Myanmar, Laos e Vietnam rappresentano invece realtà importanti nel Sud-est asiatico, un’area nella quale
la competizione economica e strategica tra le principali potenze internazionali è sempre più evidente.
La loro partecipazione testimonia l’interesse a mantenere aperti canali diplomatici e a sviluppare relazioni
che non siano necessariamente subordinate alle dinamiche delle alleanze occidentali.
In questo scenario, la Russia cerca di valorizzare le proprie relazioni storiche, energetiche, commerciali e
militari, proponendosi come uno dei principali interlocutori per la costruzione di un sistema continentale
alternativo.
È importante, tuttavia, non interpretare automaticamente la presenza di questi Paesi come un’adesione
incondizionata a tutte le posizioni di Mosca. Gli Stati coinvolti mantengono interessi nazionali autonomi e
rapporti diversificati con Russia, Cina, Stati Uniti ed Europa.
La multipolarità, se vuole diventare una realtà concreta, dovrà quindi misurarsi anche con questa pluralità
di interessi.
La conferenza di Minsk e il futuro dell’ordine internazionale

Le dichiarazioni di Lavrov permettono di individuare tre direttrici fondamentali del progetto russo.
La prima è politica: affermare il principio secondo cui nessuna potenza o alleanza dovrebbe esercitare
un’influenza dominante sull’intero continente.
La seconda è istituzionale: mettere in rete le organizzazioni regionali già esistenti, sviluppando un sistema
di consultazione e coordinamento che coinvolga l’intera Eurasia.
La terza è economica: rafforzare i collegamenti tra le diverse aree continentali attraverso il commercio, le
infrastrutture, l’energia e i progetti di integrazione regionale.
La Carta eurasiatica dovrebbe rappresentare il punto di convergenza di queste tre dimensioni, offrendo
una cornice politica condivisa per la cooperazione futura. Resta però da verificare quanto il progetto riuscirà
a trasformarsi da dichiarazione di intenti in un sistema operativo di relazioni internazionali. La diversità degli
interessi nazionali, le rivalità regionali e soprattutto la profonda frattura tra Russia e Occidente costituiscono
ostacoli considerevoli.
Un’altra questione decisiva riguarda la partecipazione europea. Lavrov ha dichiarato che le porte della nuova
architettura rimangono aperte anche ai Paesi occidentali, a condizione che siano disponibili a discutere su
basi di reciprocità e senza pregiudiziali contrapposizioni.
Questa apertura rappresenta un elemento significativo della proposta, anche se oggi appare lontana una
sua traduzione in iniziative diplomatiche condivise.
Minsk come laboratorio della nuova geopolitica

La quarta Conferenza internazionale sulla sicurezza eurasiatica conferma il ruolo della Bielorussia come
piattaforma diplomatica per il confronto tra Russia e numerosi Paesi dell’Asia e di altre aree del continente.
Per Mosca, Minsk è diventata un luogo nel quale promuovere una visione alternativa dell’ordine
internazionale, fondata sulla centralità degli Stati sovrani, sulla cooperazione tra differenti civiltà e sul
superamento delle logiche dei blocchi contrapposti.
Il progetto della Carta eurasiatica si trova ancora nella fase di elaborazione. Il suo valore politico, tuttavia,
risiede già nella volontà di aprire una discussione che non si limiti alle tradizionali istituzioni euro-atlantiche,
ma coinvolga l’intero spazio continentale. La vera sfida sarà trasformare questa impostazione in garanzie
concrete, meccanismi di fiducia reciproca e strumenti capaci di prevenire i conflitti.
Il messaggio lanciato da Lavrov a Minsk è dunque chiaro: la Russia intende partecipare alla definizione
del futuro ordine internazionale non come semplice interlocutore di un sistema dominato
dall’Occidente, ma come protagonista di una più ampia architettura multipolare.
Resta da capire se questa prospettiva potrà diventare un progetto realmente inclusivo, capace di superare le
divisioni geopolitiche, oppure se finirà per consolidare nuove aree di influenza e nuove contrapposizioni.
È su questa alternativa che si giocherà una parte importante del futuro della sicurezza eurasiatica e, più in
generale, degli equilibri internazionali del XXI secolo.
Discorso integrale di Sergej Lavrov del 3 novembre 2026: Consiglio russo per gli affari internazionali – intervento a Minsk.
Testo del discorso: Rivista Internazionale – trascrizione dell’intervento.
Video del discorso ufficiale: Intervento di Lavrov alla IV Conferenza di Minsk.
Dichiarazioni sulla possibilità di un conflitto con l’Europa: Video e resoconto delle dichiarazioni.
Dichiarazioni sulla crisi ucraina: Resoconto Reuters Connect e Anadolu Agency.
