Il ministro etiope dell’Acqua e dell’Energia, Habtamu Itefa, rivendica il contributo del proprio Paese alla conservazione delle risorse idriche del Nilo e accusa l’Egitto di consumi eccessivi. Si riaccende il confronto sulla sovranità idrica, sulla Grande Diga del Rinascimento e sui diritti dei Paesi a valle.
IL CAIRO / ADDIS ABEBA– Un nuovo capitolo di tensione diplomatica si apre tra Egitto ed Etiopia sulla gestione delle acque del Nilo. Il ministro etiope dell’Acqua e dell’Energia, Habtamu Itefa, ha dichiarato che il Cairo dovrebbe presentare le proprie scuse ad Addis Abeba e riconoscere un compenso per gli sforzi compiuti dall’Etiopia nella conservazione delle risorse idriche del bacino nilotico.
Le dichiarazioni, riportate in un’intervista televisiva concessa dal ministro a un canale locale, rappresentano un ulteriore irrigidimento del confronto tra i due Paesi, già divisi dalla gestione della Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD), costruita sul Nilo Azzurro.
𝗟’𝗘𝗧𝗜𝗢𝗣𝗜𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗗𝗘 𝗦𝗖𝗨𝗦𝗘 𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜
Il ministro etiope ha sostenuto che il proprio Paese avrebbe contribuito in maniera determinante alla conservazione delle risorse idriche del Nilo attraverso un vasto programma di riforestazione.

Secondo i dati citati da Itefa, negli ultimi sette-otto anni sarebbero stati piantati oltre 56 miliardi di alberi, nell’ambito delle iniziative nazionali di tutela ambientale.
«Avremmo dovuto ricevere una ricompensa per ciò che abbiamo fatto per il fiume Nilo in termini di mantenimento della disponibilità idrica», ha dichiarato il ministro.
La posizione etiope collega quindi le politiche di riforestazione alla gestione delle risorse idriche transfrontaliere, rivendicando un riconoscimento da parte dei Paesi che beneficiano del corso del fiume.
Tuttavia, il numero di alberi dichiarato dal governo etiope e l’effettivo impatto di queste piantumazioni sulla disponibilità idrica richiedono valutazioni scientifiche indipendenti. La riforestazione può contribuire alla protezione dei suoli e alla riduzione dell’erosione, ma non determina automaticamente un aumento dei volumi d’acqua disponibili a valle.
𝗟𝗘 𝗔𝗖𝗖𝗨𝗦𝗘 𝗔𝗟𝗟’𝗘𝗚𝗜𝗧𝗧𝗢: 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗨𝗠𝗜 𝗜𝗗𝗥𝗜𝗖𝗜 𝗘 𝗔𝗚𝗥𝗜𝗖𝗢𝗟𝗧𝗨𝗥𝗔
Il ministro ha rivolto critiche dirette alle politiche agricole egiziane, accusando il Cairo di utilizzare quantità eccessive di acqua, soprattutto per la coltivazione del riso e della canna da zucchero.
Secondo Itefa, l’Egitto dovrebbe rivedere i propri modelli di consumo e le strategie di irrigazione, anziché attribuire all’Etiopia la responsabilità delle difficoltà nella gestione delle risorse idriche.
La questione agricola costituisce uno degli aspetti più delicati della sicurezza nazionale egiziana.
L’Egitto, caratterizzato da un territorio prevalentemente desertico e da una forte concentrazione della popolazione lungo la valle e il delta del Nilo, dipende strutturalmente dalle acque del fiume per l’approvvigionamento civile, la produzione agricola e numerose attività economiche.
La riduzione della disponibilità idrica, soprattutto durante periodi di siccità prolungata, rappresenta pertanto una questione strategica che coinvolge direttamente la sicurezza alimentare e la stabilità economica del Paese.
𝗜𝗟 𝗗𝗔𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝟴𝟲% 𝗘 𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗩𝗘𝗡𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘𝗧𝗜𝗢𝗣𝗘
Uno dei passaggi più significativi dell’intervento riguarda il contributo dell’Etiopia alle acque del Nilo.
Il ministro ha affermato che circa l’86% delle acque del sistema nilotico proviene dal territorio etiope, richiamando il ruolo del Nilo Azzurro e degli altri affluenti originati dagli altopiani etiopi.
Il dato, frequentemente utilizzato nel dibattito idropolitico regionale, si riferisce in particolare al contributo degli affluenti etiopi alla portata del Nilo misurata in prossimità dell’Egitto e non alla totalità delle risorse idriche dell’intero bacino.
Partendo da questa considerazione geografica, Itefa ha sostenuto che il Cairo dovrebbe attribuire maggiore importanza alle richieste di Addis Abeba e consultare l’Etiopia sui propri programmi di sviluppo relativi al fiume.
Si tratta di una posizione che investe direttamente il principio della cooperazione tra Stati rivieraschi e il rapporto tra sovranità territoriale e utilizzo equo delle risorse idriche condivise.
Il contributo geografico di uno Stato alla portata di un fiume internazionale, tuttavia, non gli conferisce automaticamente un potere di autorizzazione sui progetti realizzati dagli altri Paesi del bacino.
𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗚𝗔 𝗗𝗜 𝗔𝗦𝗦𝗨𝗔𝗡 𝗘 𝗜𝗟 𝗣𝗥𝗢𝗚𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗧𝗢𝗦𝗛𝗞𝗔 𝗡𝗘𝗟 𝗠𝗜𝗥𝗜𝗡𝗢 𝗗𝗜 𝗔𝗗𝗗𝗜𝗦 𝗔𝗕𝗘𝗕𝗔
Il ministro etiope ha inoltre contestato alcune delle principali infrastrutture idriche egiziane.
In particolare, ha richiamato la costruzione della Grande Diga di Assuan, realizzata negli anni Sessanta, accusando l’Egitto di non aver preventivamente consultato l’Etiopia.

Critiche analoghe sono state rivolte al progetto Toshka, sviluppato per trasferire parte delle acque del Lago Nasser verso nuove aree agricole nel deserto occidentale.
Nell’intervista, Itefa ha menzionato anche la deviazione di risorse idriche verso il Sinai, sostenendo che simili interventi avrebbero dovuto essere oggetto di consultazioni con gli Stati a monte.
La posizione etiope evidenzia una contraddizione diplomatica che caratterizza il confronto sul Nilo: Addis Abeba rivendica il diritto di sviluppare autonomamente le proprie infrastrutture idroelettriche, ma chiede al tempo stesso che l’Egitto tenga conto delle sue posizioni nei progetti nazionali di gestione delle acque.
Sul piano giuridico, tuttavia, le diverse infrastrutture devono essere valutate considerando gli effetti transfrontalieri, gli obblighi internazionali applicabili e le circostanze specifiche di ciascun progetto.
𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗗𝗜𝗚𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗜𝗡𝗔𝗦𝗖𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗘 𝗟𝗔 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗜𝗗𝗥𝗜𝗖𝗔 𝗘𝗚𝗜𝗭𝗜𝗔𝗡𝗔
Al centro della controversia rimane la Grande Diga del Rinascimento Etiope, costruita sul Nilo Azzurro, nei pressi del confine con il Sudan.
L’infrastruttura, progettata principalmente per la produzione di energia idroelettrica, dispone di una capacità di accumulo di circa 74 miliardi di metri cubi.
Per Addis Abeba, la diga rappresenta uno strumento fondamentale di sviluppo economico, elettrificazione e crescita industriale.
Per il Cairo, invece, la questione centrale riguarda le modalità di riempimento e gestione del bacino, soprattutto durante eventuali periodi di siccità pluriennale.
L’Egitto ha ripetutamente chiesto un accordo giuridicamente vincolante che disciplini il funzionamento della diga, lo scambio dei dati idrologici e il coordinamento tra gli Stati interessati.
Anche il Sudan riveste un ruolo determinante, essendo direttamente esposto agli effetti della regolazione dei flussi del Nilo Azzurro.
La controversia non riguarda quindi soltanto la quantità complessiva di acqua disponibile, ma anche la prevedibilità dei rilasci, la sicurezza delle infrastrutture e la gestione coordinata delle emergenze idrologiche.
𝗚𝗟𝗜 𝗔𝗖𝗖𝗢𝗥𝗗𝗜 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗖𝗜 𝗘 𝗜𝗟 𝗡𝗢𝗗𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗗𝗜𝗥𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘
Itefa ha ribadito il rifiuto etiope di considerarsi vincolato dagli accordi sulle acque del Nilo stipulati durante il periodo coloniale.
La controversia riguarda in particolare l’accordo del 1929 e quello del 1959 tra Egitto e Sudan, che attribuisce ai due Paesi quote annuali rispettivamente di 55,5 e 18,5 miliardi di metri cubi.
L’Etiopia non è parte di questi accordi e ne contesta l’applicabilità ai propri diritti di sviluppo.
Il Cairo, dal canto suo, richiama la tutela dei propri interessi idrici e il principio secondo cui l’utilizzo di un corso d’acqua internazionale non deve provocare danni significativi agli altri Stati rivieraschi.
Il diritto internazionale delle acque si fonda su principi complementari: utilizzo equo e ragionevole, cooperazione, scambio di informazioni e obbligo di adottare misure appropriate per prevenire danni transfrontalieri significativi.
La loro applicazione concreta costituisce il principale terreno di confronto tra Egitto, Etiopia e Sudan.
𝗨𝗡 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗙𝗥𝗢𝗡𝗧𝗘 𝗗𝗜 𝗧𝗘𝗡𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗥𝗘𝗚𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘
Le dichiarazioni del ministro etiope arrivano in un contesto regionale già caratterizzato da profonde tensioni politiche e strategiche nel Corno d’Africa.
La sicurezza del Nilo rappresenta per l’Egitto un interesse nazionale essenziale, mentre l’Etiopia considera lo sfruttamento delle proprie risorse idriche una componente irrinunciabile della propria sovranità economica.
Itefa ha assicurato che Addis Abeba non intende impedire il flusso delle acque verso i Paesi a valle e che il Nilo dovrebbe essere considerato una risorsa condivisa, capace di favorire cooperazione e prosperità.
Rimane tuttavia irrisolto il nodo fondamentale: come garantire contemporaneamente il diritto allo sviluppo dell’Etiopia e la sicurezza idrica di Egitto e Sudan attraverso regole operative condivise e verificabili.
La richiesta di scuse e compensazioni avanzata dal ministro etiope introduce un ulteriore elemento di conflittualità in una disputa che richiederebbe, al contrario, un rafforzamento del dialogo tecnico e diplomatico.
Per il Cairo, il Nilo non rappresenta semplicemente una risorsa economica, ma il principale fondamento geografico, storico e materiale della sopravvivenza nazionale.
La gestione delle sue acque resta pertanto una questione di sicurezza strategica, destinata a influenzare gli equilibri politici dell’Africa nordorientale.
Fonte: Dichiarazioni del ministro etiope Habtamu Itefa riportate dall’emittente.
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