Oren Toktal lancia un duro monito alla società israeliana: l’occupazione è diventata una normalità per intere generazioni e le correnti estremiste stanno guadagnando terreno nel dibattito politico.
di Chiara Cavalieri
TEL AVIV. A cinquantanove anni dalla Guerra dei Sei Giorni, il conflitto che nel giugno del 1967 cambiò radicalmente la geografia politica del Medio Oriente continua a suscitare riflessioni, polemiche e interrogativi all’interno della stessa società israeliana.
A riaccendere il dibattito è stato lo scrittore israeliano Oren Toktali, che in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz ha proposto una riflessione critica sulle conseguenze di lungo periodo della guerra, mettendo in guardia contro quella che definisce la normalizzazione dell’occupazione e la crescente influenza delle correnti più radicali nella politica israeliana.
Le sue parole arrivano in un momento particolarmente delicato, segnato dalla guerra a Gaza, dalle tensioni regionali e da un acceso confronto interno sul futuro dello Stato israeliano.
Una guerra che cambiò il Medio Oriente
La Guerra dei Sei Giorni scoppiò nel giugno del 1967 e si concluse con una rapida vittoria militare israeliana.
In soli sei giorni Israele assunse il controllo della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, delle Alture del Golan e della Penisola del Sinai.
Per il mondo arabo quella sconfitta rappresentò uno shock politico e militare di proporzioni storiche.
Per l’Egitto iniziò un lungo percorso che avrebbe portato prima alla Guerra d’Ottobre del 1973 e successivamente agli Accordi di Camp David, culminati con il ritorno del Sinai alla sovranità egiziana attraverso il trattato di pace firmato nel 1979.

Nonostante la restituzione del Sinai all’Egitto, altre questioni aperte nel 1967 continuano ancora oggi a rappresentare uno dei principali nodi del conflitto israelo-palestinese.
Le generazioni nate sotto l’occupazione
Secondo Toktali, uno degli aspetti più significativi della situazione attuale è che gran parte degli israeliani di oggi non ha conosciuto la realtà precedente al 1967.
Intere generazioni sono cresciute in un contesto nel quale il controllo israeliano sui territori palestinesi è apparso come un elemento normale e permanente del panorama politico e della sicurezza nazionale.
Lo scrittore osserva che la memoria storica della guerra si sta progressivamente affievolendo, mentre la realtà nata da quel conflitto viene percepita come naturale, senza una piena consapevolezza delle sue origini e delle sue conseguenze.
Uno dei passaggi più significativi dell’articolo riguarda la critica a quella che Toktali definisce “l’illusione del potere”.
Secondo l’autore, Israele non sarebbe riuscito, nel corso dei decenni, a sviluppare una leadership politica capace di superare una visione fondata principalmente sul controllo territoriale e sulla superiorità militare.
Lo scrittore sostiene che una pace duratura richiederebbe invece una leadership in grado di riconoscere la complessità della realtà umana esistente tra israeliani e palestinesi, mostrando il coraggio politico necessario per intraprendere un percorso di riconciliazione.
Una posizione che riflette il pensiero di una parte della società israeliana favorevole alla ricerca di una soluzione politica al conflitto.
La crescita delle correnti radicali
Toktali manifesta inoltre preoccupazione per l’evoluzione della scena politica israeliana.
A suo giudizio, negli ultimi decenni le forze più intransigenti hanno progressivamente acquisito maggiore influenza, mentre le voci favorevoli al dialogo e alla ricerca di compromessi hanno perso peso nel dibattito pubblico.
Si tratta di una riflessione che trova eco anche in altri ambienti accademici e culturali israeliani, dove da tempo si discute delle trasformazioni della società e della politica del Paese.
Nel suo articolo, Toktali richiama anche l’eredità dei fondatori del movimento sionista.
Secondo la sua interpretazione, il progetto originario puntava alla costruzione di uno Stato democratico, moderno e capace di convivere pacificamente con il proprio contesto regionale.
Lo scrittore ritiene che negli ultimi anni Israele si sia progressivamente allontanato da questa visione, alimentando tensioni interne e internazionali che rischiano di compromettere la prospettiva di una soluzione stabile del conflitto.
Il Sinai e la lezione della pace con l’Egitto
L’esperienza egiziana rappresenta un elemento centrale nella storia successiva al 1967.
Dopo anni di guerre e tensioni, il trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979 dimostrò che anche i conflitti più complessi possono trovare una soluzione attraverso la diplomazia e il negoziato.
La restituzione del Sinai all’Egitto rimane ancora oggi uno degli esempi più significativi di accordo politico raggiunto tra due avversari storici del Medio Oriente.
Per molti osservatori, quella esperienza continua a rappresentare un precedente importante per qualsiasi futura soluzione delle altre controversie territoriali ancora aperte nella regione.
Una riflessione che va oltre l’anniversario
Le parole di Oren Toktali non riguardano soltanto il passato.
L’articolo pubblicato da Haaretz si inserisce infatti in un dibattito molto più ampio sul futuro di Israele, sulle prospettive della questione palestinese e sulla natura stessa dello Stato israeliano.
A quasi sei decenni dalla Guerra dei Sei Giorni, le conseguenze di quel conflitto continuano a influenzare la politica regionale, la sicurezza del Medio Oriente e il destino di milioni di persone.
Ed è proprio questa persistenza storica che rende ancora attuale la domanda posta implicitamente dallo scrittore israeliano: è possibile immaginare un futuro diverso senza affrontare le questioni irrisolte del 1967?
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