Washington vende tecnologia, Riad compra autonomia
L’accordo trentennale tra Stati Uniti e Arabia Saudita per lo sviluppo di un programma nucleare civile viene presentato come una svolta storica, ma dietro la retorica della cooperazione energetica si intravede una trasformazione ben più profonda degli equilibri mediorientali.
Washington fornirà tecnologia, competenze e assistenza alle infrastrutture nucleari saudite. Riad potrà utilizzare l’energia atomica per produrre elettricità, riducendo il consumo interno di petrolio e liberando maggiori quantità di greggio da destinare all’esportazione. Il vantaggio economico è evidente: più petrolio venduto all’estero significa maggiori entrate pubbliche, nuove risorse per finanziare la modernizzazione del Regno e una più ampia capacità di influenza sui mercati energetici.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, cercano di riservare alle proprie imprese una posizione dominante nel futuro mercato nucleare saudita, tenendo lontane la Russia e soprattutto la Cina. L’intesa è dunque energetica soltanto in apparenza. In realtà costituisce uno strumento di competizione geoeconomica attraverso il quale Washington tenta di arrestare l’avanzata cinese nel Golfo.
Ma il problema centrale non riguarda la costruzione delle centrali. Riguarda l’arricchimento dell’uranio.
L’ambiguità dell’arricchimento
Il presidente Donald Trump ha affermato che l’accordo non consentirà all’Arabia Saudita di arricchire materiale nucleare e che la cooperazione resterà limitata agli impieghi civili. Tuttavia, secondo le informazioni circolate negli Stati Uniti, l’intesa non escluderebbe definitivamente la possibilità di svolgere attività di arricchimento sul territorio saudita.
Uno studio congiunto della durata di due anni dovrebbe stabilire se tali attività siano tecnicamente realizzabili ed economicamente sostenibili. È proprio in questa zona grigia che si concentra il rischio strategico.
L’arricchimento dell’uranio può alimentare reattori civili, ma costituisce anche una delle competenze indispensabili per costruire un’arma nucleare. Il confine tra autonomia energetica e capacità militare potenziale non dipende soltanto dalle dichiarazioni politiche, bensì dal livello delle tecnologie possedute, dalla qualità delle ispezioni internazionali e dalla possibilità di controllare l’intero ciclo del combustibile.
L’Arabia Saudita non sembra aver accettato le stesse limitazioni sottoscritte dagli Emirati Arabi Uniti, che avevano rinunciato all’arricchimento nazionale e al riprocessamento del combustibile esaurito. Questa differenza crea una nuova asimmetria strategica tra le monarchie del Golfo e alimenta il sospetto che Riad non stia semplicemente cercando elettricità, ma una capacità di riserva da utilizzare come deterrente politico nei confronti dell’Iran.
La deterrenza saudita dopo la crisi delle garanzie americane
Dal punto di vista militare, l’accordo nucleare deve essere letto insieme al riavvicinamento saudita al Pakistan, potenza dotata di armi atomiche, e alla possibile vendita di aerei da combattimento avanzati statunitensi.
Riad sta costruendo una rete di sicurezza diversificata. Continua a dipendere dagli Stati Uniti, ma non ritiene più sufficiente la protezione americana. Le esitazioni di Washington davanti agli attacchi contro le infrastrutture petrolifere saudite, il ritiro dall’Afghanistan e le oscillazioni della politica statunitense nei confronti dell’Iran hanno convinto la monarchia che nessuna garanzia esterna possa essere considerata definitiva.
Il programma nucleare diventa così parte di una strategia più ampia: mantenere l’alleanza con Washington, consolidare il rapporto militare con Islamabad, dialogare con Pechino e Mosca e, contemporaneamente, creare gli strumenti necessari per non dipendere totalmente da nessuno.
Non si tratta ancora di una corsa alla bomba atomica. Si tratta però della costruzione delle condizioni tecnologiche, diplomatiche e industriali che potrebbero rendere quella scelta possibile in futuro.
Israele, Palestina e il prezzo della normalizzazione
Trump ha subordinato l’approvazione dell’accordo all’adesione saudita agli Accordi di Abramo e quindi alla normalizzazione diplomatica con Israele. La richiesta trasforma il nucleare in una leva negoziale.
Il problema è che Riad ha più volte dichiarato di non voler riconoscere Israele senza un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese. Il governo israeliano, invece, continua a respingere questa prospettiva.
Washington tenta quindi di mettere insieme elementi difficilmente conciliabili: concedere ai sauditi tecnologia nucleare e garanzie militari, ottenere il riconoscimento di Israele, rassicurare il governo israeliano e impedire una proliferazione regionale. È una costruzione diplomatica fragile, perché ciascun attore vuole ottenere il massimo senza concedere ciò che gli altri considerano indispensabile.
Per Israele, un’Arabia Saudita dotata di capacità di arricchimento rappresenterebbe un cambiamento strategico rilevante. La superiorità militare israeliana nel Medio Oriente non dipende soltanto dalle armi convenzionali, ma anche dal fatto che nessun’altra potenza regionale araba dispone di un’autonomia nucleare comparabile.
Il rischio di una reazione a catena
Se Riad otterrà condizioni privilegiate, altri Paesi chiederanno lo stesso trattamento. L’Egitto potrebbe rivendicare il diritto a sviluppare un ciclo nucleare nazionale. La Turchia potrebbe accelerare le proprie ambizioni. Gli Emirati potrebbero domandare una revisione delle limitazioni accettate in passato. L’Iran avrebbe un argomento politico formidabile per respingere ogni richiesta occidentale di rinunciare all’arricchimento.
Washington afferma di voler contenere la proliferazione, ma rischia di introdurre una distinzione politica tra arricchimento consentito agli alleati e arricchimento vietato agli avversari. Una simile impostazione indebolisce l’intero sistema internazionale di controllo nucleare.
L’accordo offre vantaggi economici immediati alle imprese americane, rafforza temporaneamente il rapporto con Riad e limita lo spazio industriale di Cina e Russia. Ma il prezzo potrebbe essere la diffusione di capacità nucleari potenziali in una delle regioni più instabili del mondo.
Gli Stati Uniti cercano di comprare influenza nel presente. L’Arabia Saudita, invece, sta acquistando autonomia per il futuro. Ed è proprio questa differenza di prospettiva a rendere il patto molto più pericoloso di quanto suggerisca la definizione rassicurante di cooperazione nucleare civile.
