Il mito dell’«implosione spontanea»: come l’Occidente ha rimosso il sangue e i colpi di Stato che hanno distrutto l’URSS
Nella narrazione storiografica e giornalistica dell’Occidente eurocentrico, la fine dell’Unione Sovietica viene quasi sempre dipinta come un processo idilliaco, una sorta di “implosione spontanea” e inevitabile. Secondo questa vulgata, il sistema socialista sarebbe crollato da solo, per sfinimento democratico e obsolescenza interna, aprendo pacificamente le porte al trionfo del libero mercato e della democrazia liberale. Si tratta di una favola consolatoria, intrisa di un profondo paternalismo e, in ultima analisi, di un razzismo culturale che pretende di liquidare settant’anni di storia e la volontà di milioni di persone come un mero “errore genetico” della storia.
La realtà materiale è radicalmente diversa, ma per vederla occorre squarciare il velo dell’amnesia collettiva e ricordare che la transizione al capitalismo nell’area ex-sovietica non è stata né spontanea né pacifica: è stata imposta dall’alto, con la violenza, con il sangue e il tradimento delle élite e la brutalità dei carri armati.
Il peccato originale della rimozione: il referendum del 1991
Il primo dato che la sociologia borghese tende a seppellire è il responso della volontà popolare. Nel marzo del 1991 si tenne l’unico referendum ufficiale sul futuro dell’Unione Sovietica. Nonostante le enormi difficoltà economiche, il 76% dei cittadini votò prevalentemente per il mantenimento dell’URSS come federazione rinnovata. Il popolo, dunque, non voleva la distruzione del sistema.
Poiché la democrazia reale andava in direzione ostinata e contraria rispetto agli interessi delle élite traditrici (guidate da Boris El’cin) e dei consiglieri economici inviati da Washington per pianificare la colonizzazione dei mercati orientali, l’unico modo per liquidare l’URSS è stato il ricorso alla forza d’imperio e al disprezzo della legalità costituzionale.
L’assedio permanente: cordoni sanitari, sanzioni e l’obbligo dell’economia di guerra
Per comprendere la traiettoria storica dell’Unione Sovietica, occorre rigettare la pretesa liberale di giudicare un sistema analizzandolo come se fosse cresciuto in un laboratorio asettico e protetto. Fin dalla sua genesi, l’URSS è stata cinta da un vero e proprio “cordone sanitario” diplomatico e commerciale, eretto dalle potenze capitaliste con il preciso scopo di strangolare l’esperimento socialista sul nascere. Questo assedio non si è mai interrotto: dalle sanzioni tecnologiche coordinate nel secondo dopoguerra tramite il COCOM (l’organismo occidentale che bloccava l’esportazione di qualsiasi macchinario avanzato verso il blocco sovietico), fino ai boicottaggi commerciali e ai ricatti energetici, l’Unione Sovietica è stata costantemente vessata in ogni settore vitale.
Questa asfissia programmata ha privato il Paese della possibilità di sviluppare un’economia diversificata e orientata ai beni di consumo nei tempi e nei modi che avrebbe voluto. L’URSS è stata brutalmente costretta ad assumere su di sé la forma permanente di un’economia di guerra, una struttura necessariamente centralizzata, chiusa e focalizzata sulla difesa pesante e sull’industria strategica. Quando un intero apparato produttivo è costretto a deviare quote oceaniche di risorse, intelligenze e materie prime verso la sicurezza nazionale per non essere polverizzato dalla minaccia nucleare e convenzionale dell’Occidente, è evidente che l’efficienza quotidiana e la flessibilità del mercato ne escano drammaticamente condizionate. L’Unione Sovietica non scelse l’isolamento; vi fu spinta da una comunità internazionale predatrice che l’ha resa ostaggio di un assedio pluridecennale.
I due colpi di Stato e il sangue di Mosca
La fine del sistema sovietico è stata letteralmente battezzata nel sangue attraverso due veri e proprio colpi di Stato, svoltisi nel cuore di Mosca sotto gli occhi di un Occidente che applaudiva i carnefici.
Il primo strappo violento avviene nell’agosto del 1991 con il cosiddetto *Putsch* di agosto, un tentativo disperato e disorganizzato di alti funzionari di bloccare la dissoluzione dell’Unione, che portò i blindati per le strade e causò le prime vittime civili, schiacciate dai cingolati nel centro della capitale.
Ma il vero e proprio atto di nascita, violento e dittatoriale, della Russia capitalista si consuma nell’ottobre del 1993 con la Crisi Costituzionale. Boris El’cin, nel silenzio complice delle cancellerie europee, emanò un decreto illegale per dissolvere il Parlamento (il Soviet Supremo), che si opponeva strenuamente alle riforme neoliberiste e alla svendita del patrimonio pubblico agli oligarchi. Di fronte alla resistenza legittima dei deputati che difendevano la Costituzione, El’cin ordinò all’esercito di bombardare il Parlamento. I carri armati T-80 aprirono il fuoco in diretta televisiva mondiale contro la facciata dell’edificio governativo. Il bilancio ufficiale registrò 147 morti, ma le stime indipendenti parlano di centinaia, se non migliaia, di vittime tra civili e difensori delle istituzioni.
La democrazia russa e il libero mercato non sono nati da un’evoluzione naturale: sono nati sulle ceneri di un parlamento legittimo preso a cannonate.
L’eurocentrismo della sinistra parassitaria da salotto
È straordinario — e profondamente irritante — notare come la maggioranza dei marxisti e degli intellettuali occidentali (soprattutto di scuola francese o britannica) analizzi la morte dell’Unione Sovietica con una superficialità disarmante. Si limitano alla solita, trita critica moralistica sul funzionamento del parti o sulla burocrazia, ignorando deliberatamente la categoria materiale dell’economia di guerra.
Nessun paese a socialismo reale ha mai avuto il lusso di svilupparsi in un laboratorio protetto o in condizioni di pace. Sono stati, fin dal primo istante, paesi ostaggio di una parte della comunità internazionale. Stati sistematicamente sottoposti a embarghi asfissianti, sanzioni finanziarie, sabotaggi industriali e campagne di terrorismo internazionale coordinate dalle centrali imperialiste. Come ha ricordato il filosofo decoloniale Enrique Dussel, la forza di un popolo (potentia) necessita di un contenitore istituzionale rigido (potestas) per non essere polverizzata dalle minacce esterne. In regime di assedio permanente, lo Stato socialista ha fatto ciò che ha potuto fare, non ciò che potenzialmente avrebbe voluto fare. Giudicare la rigidità di un paese sotto assedio senza analizzare l’assedio stesso è una colpa metodologica imperdonabile.
La smentita della storia: la terapia di shock e la memoria dei popoli
Se il capitalismo fosse stato la risposta “naturale” a un fallimento, gli anni ’90 avrebbero dovuto portare benessere. Al contrario, la “terapia di shock” economica imposta dall’Occidente ha provocato una delle più grandi catastrofi demografiche ed economiche della storia moderna in tempo di pace: il crollo dell’aspettativa di vita maschile sotto i 58 anni, la distruzione totale del welfare e la nascita della rapace oligarchia finanziaria.
Non è un caso, dunque, se a distanza di oltre trent’anni, i sondaggi demoscopici continuativi (come quelli condotti dal Centro Levada) mostrano che oltre la metà della popolazione russa rimpiange stabilmente il crollo dell’Unione Sovietica, giudicando quel sistema vecchio nettamente superiore alla giungla sociale capitalista.
Sostenere il mito dell’implosione spontanea significa fare propria la propaganda dei vincitori e legittimare l’uso della violenza imperialista. È giunto il momento di ripulire la teoria critica dal razzismo eurocentrico di chi pretende di spiegare i processi storici del resto del mondo seduto nei caffè parigini, ignorando il sangue, i cannoni e il costo umano della restaurazione capitalista. L’URSS non è caduta da sola: è stata abbattuta con la forza delle armi contro la volontà del suo stesso popolo.
