Roberto Roggero – Fallito prima di cominciare, il secondo round di colloqui in programma a Islamabad, per la prepotenza tutta americana del “biondo” Donald, nel voler imporre la propria volontà a tutti i costi, volendo poi apparire magnanimo nell’offrire all’avversario la possibilità di avanzare a sua volta proposte, ma nel frattempo minacciando una ecatombe, mantenendo il blocco dello Stretto di Hormuz e di certo preparando una ripresa delle ostilità, ben sapendo che l’Iran non si abbasserà ad accettare le condizioni di Washington. Da questo passaggio marittimo, largo circa 34 km, fino a prima della guerra transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno (circa il 25% del commercio mondiale via mare) e oltre 112 miliardi di metri cubi di GNL all’anno (circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto).
Le prospettive per un accordo di pace si allontanano, secondo una calcolata strategia Made in USA, mentre ci si sforza di trovare una alternativa per il commercio di materie prime che non sia Hormuz. Con la tregua imposta dal “biondo” Donald sine die, salvo decisioni “improvvise” di riprendere gli attacchi in caso l’Iran non voglia accettare le condizioni capestro, o non ne proponga di accettabili da Washington, e quindi offrire il pretesto per una nuova escalation, i Paesi consumatori di greggio e gas si chiedono se esista una via alternativa per le materie prime necessarie, ma la questione è presto detta: per il petrolio non esiste alcuna alternativa o, quanto meno, non ne esistono che possano soddisfare gli abituali volumi richiesti; per il gas la questione non si pone.
Il petrolio potrebbe scorrere attraverso gli oleodotti degli Emirati Arani e dell’Arabia Saudita, ma necessariamente in quantità molto minore, e quindi insufficiente, ovvero, le condotte del sistema East-West Crude Oil Pipeline (o Petroline) amministrato da Saudi Aramco, che si estende per circa 1.200 km, dalle coste orientali del Regno, presso Abqaiq (o Buqayq, fra i più estesi giacimenti e dove si trova il più grande impianto di stabilizzazione del mondo), fino al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso, dove per altro, data la crisi in atto, Riyadh ha dirottato la massima quantità possibile di prodotto proprio, cioè oltre 7 milioni di barili al giorno. In aggiunta, è funzionante l’oleodotto ADCOP (Abu Dhabi Crude Oil Pipeline), 400 km nel territorio di Habshan, che però ha una capacità massima di 1,8 milioni di barili al giorno. In aggiunta vi sono i terminali di Jask e Kharg, che per si trovano in Iran, e collegati con i terminali nel Sultanato dell’Oman, ovvero proprio sullo Stretto di Hormuz, con capacità di 1 milione di barili al giorno. Il problema che questo sistema, inaugurato nel 2021, ad oggi non è ancora stato reso operativo.
L’impossibilità di sfruttare le prime due soluzioni, come già evidenziato, non sarebbero sufficienti al fabbisogno, perché potrebbero arrivare a quasi 2 milioni di barili al giorno, meno della metà dei 20milioni di barili che abitualmente transitavano per Hormuz via mare.
Altrettanto noto è il fatto che la quasi totalità del petrolio iraniano, e anche di quello che attraversava lo Stretto, proveniente dagli altri Paesi del Golfo, era diretta in Oriente, principalmente in Cina, India e Giappone, e le conseguenze del blocco cominciano a farsi sentire anche da quelle parti, non tanto per la carenza quanto per l’aumento dei prezzi. E questo solo per il petrolio, perché per il gas la situazione è decisamente più critica, non esistendo alcuna via alternativa che da Qatar ed Emirati, i maggiori produttori dell’area (rispettivamente il 93% e il 96% delle esportazioni), non debba attraversare Hormuz, dove fino al periodo precedente il volume annuale del transito era di circa 115 miliardi di metri cubi.
L’unico gasdotto funzionante, il Dolphin, collega solamente il Qatar a Emirati Arabi e Sultanato dell’Oman, con una capacità non superiore ai 20.5miliardi di metri cubi annui, e quindi non è pensabile che possa sostituire il trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz. Gli impianti dell’Arabia Saudita e degli Emirati, inoltre, sono adattabili al solo trasporto di petrolio, perché per il gas sono necessarie apparecchiature totalmente differenti.
L’unica strategia futura potrebbe essere quella di investire in infrastrutture per il GNL all’estero, diversificando le fonti di approvvigionamento, ma si tratta comunque di piani a lungo termine, che non risolvono l’attuale emergenza.
Una domanda necessaria è la seguente: essendo il Medio Oriente una regione dove non si è mai potuto contare su una condizione di pace duratura, e in particolare lo Stretto di Hormuz, perché nessuno, in passato, ha mai pensato preventivamente a una tale possibilità? La risposta comprende diverse problematiche, in primis la morfologia della Regione e soprattutto le complesse relazioni fra i Paesi del Golfo.
Per molti Paesi, infatti, l’unico modo per bypassare lo Stretto di Hormuz sarebbe quello di costruire oleodotti o gasdotti all’interno degli Stati confinanti, con costi elevati in termini economici e politici. Il Qatar, ad esempio, è il secondo esportatore di GNL al mondo (dopo gli Stati Uniti), ma via terra confina esclusivamente con l’Arabia Saudita, con la quale i rapporti sono stati a lungo tesi. Nel 2017, infatti, Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto accusarono il Qatar di sostenere il terrorismo e i gruppi fondamentalisti, e di intrattenere rapporti compromettenti con l’Iran. Questo aprì una crisi diplomatica che si risolse solo nel 2021 grazie alla mediazione degli Stati Uniti, rendendo nulla qualsiasi ipotesi per la costruzione di un gasdotto che attraversasse la Penisola Arabica.
A tutto questo si aggiunge il fatto che progettazione e costruzione di oleodotti, e specialmente gasdotti, richiede tempi lunghi e svariati miliardi di dollari, senza contare i costi di mantenimento, funzionamento, sicurezza, interventi di emergenza, e altro ancora, poiché si tratta di strutture vulnerabili, esposte a eventuali attacchi, come è già avvenuto durante il conflitto in corso.
