Dallo Yemen una minaccia capace di collegare Hormuz al Mar Rosso
Gli Huthi hanno imparato la lezione iraniana: uno stretto non si controlla soltanto per impedire il passaggio delle navi. Lo si controlla per trasformare la geografia in potere politico, leva economica e strumento di negoziato.
È questa la vera novità emersa dopo la guerra israelo-americana contro l’Iran. La chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz ha dimostrato che interrompere il traffico marittimo può produrre effetti enormi, ma temporanei. Più ambiziosa è la possibilità di imporre nuove regole, decidere chi può transitare, chiedere contropartite e, un giorno, perfino riscuotere pedaggi.
Dal punto di vista degli Huthi, Bab al-Mandab può diventare ciò che Hormuz rappresenta per Teheran: non soltanto un punto vulnerabile del commercio mondiale, ma una frontiera politica amministrata con missili, droni e minacce selettive.
La forza di un movimento che doveva essere sconfitto
Le campagne aeree statunitensi e israeliane hanno danneggiato depositi, rampe di lancio e infrastrutture militari yemenite, ma non hanno spezzato il movimento. Gli Huthi hanno assorbito i bombardamenti, conservato il controllo delle principali aree dello Yemen settentrionale e mantenuto una capacità offensiva sufficiente a minacciare Israele, l’Arabia Saudita e il traffico nel Mar Rosso.
Il dato strategico è evidente: un’organizzazione relativamente economica da sostenere costringe potenze regionali e mondiali a impiegare sistemi d’arma costosissimi, flotte navali, velivoli e apparati di sorveglianza. Per l’Iran, il rapporto tra costi e benefici rimane eccezionalmente favorevole.
Con poche centinaia di milioni di dollari, assistenza tecnica e trasferimenti di componenti, Teheran conserva una forza capace di condizionare una delle principali arterie dell’economia mondiale. È la versione più efficace della guerra indiretta: obbligare l’avversario a spendere molto più di quanto si investe.
Teheran e Sana’a, un’alleanza di convenienza
Il rapporto tra Iran e Huthi non è quello tra un padrone e un semplice esecutore. Il movimento yemenita possiede interessi propri, legati alla guerra civile, al controllo del territorio, alla necessità di consolidare il potere e alla competizione con il governo riconosciuto internazionalmente.
Ma la convergenza con Teheran è profonda. L’Iran offre tecnologia missilistica, componenti per droni, competenze, addestramento e accesso alle reti clandestine di approvvigionamento. Gli Huthi, in cambio, garantiscono alla Repubblica Islamica una profondità strategica sulla costa del Mar Rosso.
Il possibile consolidamento dei collegamenti aerei diretti tra Teheran e Sana’a avrebbe quindi una portata ben superiore al valore simbolico. Ridurrebbe la dipendenza dalle rotte terrestri e marittime esposte all’intercettazione, facilitando il trasferimento di tecnici, materiali e apparecchiature sofisticate.
Sul piano militare, ciò potrebbe accelerare la ricostituzione delle capacità offensive consumate negli attacchi contro Israele e il traffico navale. Sul piano geopolitico, rappresenterebbe l’erosione del sistema di contenimento costruito dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati attorno allo Yemen.
L’Arabia Saudita prigioniera della propria via di fuga
La crisi di Hormuz ha aumentato il valore dell’oleodotto saudita Est-Ovest, che porta il petrolio dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa infrastruttura consente a Riyad di continuare a esportare greggio senza attraversare lo stretto controllato dall’Iran.
Ma la soluzione contiene una nuova vulnerabilità. Le petroliere in partenza da Yanbu devono navigare lungo la costa yemenita e attraversare Bab al-Mandab. L’Arabia Saudita sfugge così alla pressione iraniana a est, ma entra nel raggio d’azione degli Huthi a ovest.
È questo il cuore della nuova equazione strategica. Hormuz e Bab al-Mandab non sono più due crisi separate. Possono diventare le estremità di un unico sistema coercitivo.
Se Iran e Huthi coordinassero le proprie azioni, potrebbero minacciare contemporaneamente le principali vie di esportazione energetica del Golfo. Le rotte alternative, gli oleodotti terrestri e i terminali secondari non sarebbero in grado di compensare completamente una doppia interruzione.
Il risultato sarebbe un aumento dei prezzi del petrolio e del gas, un’impennata dei costi assicurativi, il dirottamento delle navi attorno all’Africa e una nuova pressione inflazionistica sulle economie europee e asiatiche.
Una minaccia calibrata, non una guerra totale
Gli Huthi non sembrano cercare uno scontro senza limiti con l’Arabia Saudita. La loro strategia appare più sottile: minacciare abbastanza da ottenere concessioni, senza provocare una campagna militare capace di compromettere il potere conquistato nello Yemen.
Gli attacchi contro Israele hanno offerto un elevato rendimento politico e simbolico, rafforzando l’immagine del movimento nel mondo arabo senza obbligarlo a sostenere un confronto terrestre. Anche le minacce contro aeroporti, porti e impianti sauditi seguono una logica simile.
La formula proclamata dal leader Abd al-Malik al-Huthi — aeroporti contro aeroporti, porti contro porti, blocco contro blocco — serve a indicare la capacità di rappresaglia, ma anche a fissare i limiti della contesa.
Riyad, da parte sua, ha tutto l’interesse a evitare la riapertura della guerra. La sicurezza delle regioni meridionali e delle infrastrutture energetiche è indispensabile per i programmi di trasformazione economica sauditi. Una nuova campagna nello Yemen metterebbe a rischio investimenti, turismo, trasporti e credibilità internazionale.
Entrambe le parti cercano dunque di alzare il prezzo della pressione avversaria senza superare il punto di non ritorno. Ma in un’area affollata di droni, missili e milizie, un errore di valutazione può trasformare una dimostrazione calibrata in una guerra incontrollabile.
Il fronte interno yemenita
La tensione esterna serve agli Huthi anche sul piano interno. Il movimento deve fronteggiare difficoltà economiche, malcontento sociale, rivalità nelle proprie strutture e la necessità di reclutare nuovi combattenti.
La mobilitazione contro Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti consente di presentare ogni protesta interna come un cedimento al nemico. La guerra regionale diventa così uno strumento di disciplina politica.
Ma questa strategia contiene una contraddizione. Più gli Huthi si trasformano in protagonisti della competizione tra Iran e Stati Uniti, più aumentano il proprio prestigio internazionale; allo stesso tempo, espongono lo Yemen a nuovi bombardamenti e rendono ancora più remota una soluzione politica del conflitto civile.
La pazienza come arma
La vera forza degli Huthi non consiste nella capacità di chiudere immediatamente Bab al-Mandab. Consiste nella possibilità di tenerlo sotto minaccia permanente.
La pressione intermittente è spesso più utile del blocco totale. Permette di influenzare i premi assicurativi, modificare le rotte commerciali, costringere le marine straniere a rimanere nell’area e ottenere concessioni senza assumersi interamente la responsabilità di una crisi mondiale.
Gli Huthi hanno quindi imparato la pazienza strategica. Non devono vincere una guerra convenzionale. Devono sopravvivere, conservare i missili, ricostituire le scorte e scegliere il momento in cui la minaccia su Bab al-Mandab produrrà il massimo rendimento.
In questo senso il movimento yemenita non è più soltanto un alleato periferico dell’Iran. È diventato uno dei principali regolatori della sicurezza energetica regionale.
La domanda non è se Bab al-Mandab farà esattamente la fine di Hormuz. La domanda è quanto a lungo l’economia mondiale potrà tollerare che due dei suoi passaggi più importanti siano condizionati da attori capaci di trasformare il mare in una frontiera armata.
