di Chiara Cavalieri
IL CAIRO. La partita del Nilo entra in una nuova fase. Dopo anni di scontro frontale con l’Etiopia sulla Grande Diga del Rinascimento, l’Egitto sembra adottare una linea più pragmatica: non solo opposizione alle dighe a monte, ma cooperazione, finanziamento e presenza diretta nei progetti idrici ed energetici dei Paesi africani attraversati dal fiume.
Il caso più evidente è l’Uganda, dove Il Cairo starebbe sostenendo la costruzione di tre nuove dighe sul Nilo Bianco: Ayago, Kibo e Uhuru, per una capacità complessiva stimata intorno ai 1.600 megawatt. La sola diga di Ayago potrebbe produrre tra 800 e 1.000 megawatt, diventando uno dei progetti energetici più importanti del Paese.

La scelta egiziana non è soltanto economica. È soprattutto geopolitica. Attraverso il sostegno all’Uganda, l’Egitto intende dimostrare che lo sfruttamento del Nilo può avvenire attraverso accordi, cooperazione tecnica e garanzie reciproche, senza minacciare la sicurezza idrica degli altri Stati rivieraschi.
Il messaggio è rivolto soprattutto all’Etiopia, che continua invece a procedere unilateralmente con nuovi progetti sul Nilo Azzurro. Dopo la GERD, Addis Abeba avrebbe avviato gare d’appalto per altre tre grandi dighe: Karadobi, Mandaya e Mabil/Beko Abo, con una capacità complessiva stimata tra 5.700 e 10.000 megawatt.
Per l’Egitto, questi progetti rappresentano una minaccia diretta. Il Cairo teme che un sistema di dighe etiopiche a monte possa rafforzare il controllo di Addis Abeba sulle acque del Nilo Azzurro, da cui dipende gran parte della sicurezza idrica egiziana.

La nuova strategia egiziana può essere definita una vera e propria diplomazia del portafoglio. L’Egitto non si limita più a denunciare i rischi, ma investe nei Paesi del bacino del Nilo per costruire alleanze, offrire alternative e impedire che Uganda, Sudan del Sud, Kenya o altri Stati si allineino completamente alla posizione etiopica.
L’Uganda, da parte sua, mantiene una linea pragmatica. Kampala ha rafforzato negli ultimi anni i rapporti con Il Cairo attraverso accordi in materia di intelligence, sicurezza e gestione delle risorse idriche. Allo stesso tempo, non intende rompere con l’Etiopia né rinunciare al proprio diritto allo sviluppo energetico.
Il punto centrale è proprio questo: l’Egitto non contesta in sé la costruzione di dighe nei Paesi a monte, ma chiede che ogni progetto venga inserito in un quadro di consultazione e accordi vincolanti, per evitare danni ai Paesi a valle.
In questo contesto si inserisce anche l’idea di un Fondo per lo sviluppo del Nilo, attraverso il quale l’Egitto potrebbe investire milioni di dollari in infrastrutture, energia e cooperazione tecnica nei Paesi africani del bacino. L’obiettivo è chiaro: trasformare la questione del Nilo da terreno di scontro a spazio di influenza.
La sfida con l’Etiopia resta però aperta. Addis Abeba rivendica il proprio diritto sovrano a costruire dighe sul proprio territorio e punta a diventare uno dei maggiori esportatori di energia elettrica dell’Africa. Il Cairo, al contrario, insiste sulla necessità di accordi vincolanti che proteggano le quote idriche e la sicurezza nazionale egiziana.
L’Etiopia ha inoltre intensificato le sue affermazioni riguardanti il suo accesso al Mar Rosso, accusando il governo egiziano di tentare di isolare il Paese e di negargli un importante sbocco marittimo.
Nebiat Getachew, portavoce del Ministero degli Esteri etiope, ha sottolineato, durante una conferenza stampa, l’impegno dell’Etiopia a perseguire mezzi pacifici e sostenibili per garantire questo accesso. Secondo Getachew, è “inaccettabile” che l’Etiopia continui a essere considerata un paese senza sbocco sul mare.
Dall’altra parte, il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdel-Aty ha ribadito che la sicurezza e la gestione del Mar Rosso sono prerogative esclusivamente degli Stati costieri, rifiutando il coinvolgimento di paesi non costieri negli accordi marittimi. Questa situazione si inserisce in un contesto di tensioni regionali, dove le controversie sull’accesso al mare richiedono soluzioni basate sul rispetto reciproco della sovranità e sul coordinamento regionale.

La partita ugandese dimostra quindi che l’Egitto sta cambiando metodo, non obiettivo. Il fine rimane proteggere il Nilo come risorsa vitale per la propria sopravvivenza, ma lo strumento non è più soltanto la pressione diplomatica contro l’Etiopia. Ora Il Cairo punta a costruire consenso africano, investire nei Paesi partner e presentarsi come garante di uno sviluppo condiviso.
La costruzione delle dighe in Uganda potrebbe dunque diventare un precedente importante: non una minaccia per l’Egitto, ma un modello alternativo alla gestione unilaterale delle acque. Un modello che Il Cairo vuole contrapporre alla strategia etiopica e utilizzare per rafforzare la propria influenza nel cuore dell’Africa.
© 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗘𝗿𝗶𝗱𝗮𝗻𝘂𝘀 – 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶
