Nel crocevia geopolitico ed ecologico che ridefinisce gli equilibri del ventunesimo secolo, la transizione verso la sostenibilità autentica non può prescindere da un dialogo fecondo tra memoria storica delle grandi civiltà, cooperazione multilaterale e rigore scientifico applicato. Prima ancora di trasformarsi in una risorsa strategica per la decarbonizzazione planetaria, per la bioeconomia circolare e per i modelli di risanamento del Sud Globale, la pianta che oggi catalizza l’attenzione della silvicoltura internazionale porta impressa nella propria nomenclatura scientifica l’incontro fecondo tra mondi e culture. Essa fu infatti battezzata nella prima metà dell’Ottocento dal medico e naturalista tedesco Philipp Franz von Siebold in onore della granduchessa russa Anna Pavlovna Romanova — figlia dello zar Paolo I di Russia, sorella dell’imperatore Alessandro I e successivamente regina consorte dei Paesi Bassi. Siebold volle rendere omaggio alla fine sensibilità umanistica della nobildonna russa e al suo lungimirante sostegno materiale accordato alle spedizioni scientifiche ed esplorative in Oriente. Quell’albero, originario delle sterminate valli e pianure della Cina continentale, compie oggi un cammino inverso e universale: dall’Eurasia imperiale ai grandi programmi di risanamento territoriale tra i Paesi emergenti, fino a lambire la monumentale sfida della Grande Muraglia Verde africana, i campi sperimentali europei e le frontiere più ardite dell’eco-architettura contemporanea.

Per comprendere la portata sistemica di questa pianta, è indispensabile esplorare la sua millenaria matrice asiatica. Nella civiltà cinese la Paulownia — nota storicamente come Tong (桐) — affonda le proprie radici nella cosmologia classica, immortalata nei testi antichi come il Libro delle Odi (Shijing) e il trattato filosofico Zhuangzi. Secondo la tradizione mitologica, essa è il solo e unico albero sul quale accetta di posarsi il Fenghuang, la maestosa Fenice orientale simbolo di rinascita armonica, integrità morale e pace universale. A questo profondo valore spirituale si è sempre affiancata una consuetudine sociale radicata nel tessuto rurale: era tradizione immutabile piantare un esemplare di Paulownia alla nascita di una figlia. La sbalorditiva velocità di accrescimento della pianta consentiva, al momento delle nozze della giovane donna, di abbattere l’albero adulto per intagliarne e ricavarne la dote, i bauli nuziali e gli arredi domestici più raffinati.
Questa eredità etnobotanica millenaria si è trasformata, a partire dalla seconda metà del Novecento, nel più imponente programma agroforestale e scientifico dell’era moderna. Sotto la guida pionieristica dell’illustre accademico Zhu Zhao-Hua e dei ricercatori della Chinese Academy of Forestry (CAF), la Repubblica Popolare Cinese ha codificato i protocolli moderni di selezione genetica e ibridazione controllata, trasformando la pianta da risorsa silvicola tradizionale a cardine della pianificazione territoriale. Nelle sterminate pianure alluvionali settentrionali comprese tra i fiumi Huang He (Fiume Giallo) e Huaihe, in province strategiche quali Henan, Shandong e Anhui, la Cina ha sviluppato il colossale modello dell’intercropping grano-Paulownia, esteso su oltre tre milioni di ettari di terreno coltivato. L’architettura fenologica della pianta — contraddistinta da una fogliazione tardiva e da una chioma naturalmente rada e permeabile alla luce solare — si sposa perfettamente con le esigenze del frumento invernale, che può così completare la fase di spigatura e maturazione senza subire ombreggiamenti dannosi. I filari arborei agiscono contemporaneamente da formidabili barriere frangivento contro le tempeste di sabbia primaverili, riducendo la velocità del vento radente fino al quaranta per cento, abbattendo l’evapotraspirazione del suolo e aumentando la resa granaria complessiva.
Più a nord, l’esperienza scientifica cinese ha integrato la Paulownia nelle maglie strategiche del programma Three-North Shelterbelt Program, popolarmente noto come la Grande Muraglia Verde Cinese, la più imponente opera di rimboschimento artificiale mai concepita dall’umanità, destinata ad arrestare l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan. La straordinaria rusticità della pianta, la capacità di emendare suoli sabbiosi e salini e il rapido apporto di sostanza umica derivante dalla decomposizione delle sue enormi foglie caduche hanno reso la specie un baluardo contro la desertificazione. Negli ultimi decenni, questo immenso patrimonio metodologico non è rimasto confinato entro i confini cinesi, ma è divenuto un motore primario della cooperazione ecologica Sud-Sud: attraverso partenariati internazionali e piattaforme multilaterali, le competenze della Chinese Academy of Forestry sono state trasferite a Paesi dell’Asia meridionale, dell’America Latina e del continente africano, collegando idealmente l’esperienza asiatica ai grandi corridoi di risanamento ecologico transahariani.
Piera Levi-Montalicini – Marcello Merlino – Claudia Geromel Levi Montalcini
In questo scenario globale, dove i Paesi emergenti fanno scuola nell’uso integrato della silvicoltura, si inseriscono figure capaci di declinare questo immenso patrimonio biologico nei moderni parametri dell’ingegneria ecologica e della bioarchitettura occidentale. Tra queste spicca l’opera di Marcello Merlino, tecnico superiore specializzato in bioedilizia, consulente energetico e facilitatore scientifico attivo da oltre vent’anni nei settori delle energie rinnovabili, dell’eco-design applicato e della compensazione dell’impronta carbonica. Attraverso la fondazione di realtà dedicate quali l’Associazione Paulownia Piemonte Nazionale, EcolandLife e Paulownia4Planet, di cui ricopre la carica di chairman & founder, Merlino ha operato costantemente per sottrarre la pianta alla pura sperimentazione agronomica isolata o al collezionismo botanico, inserendola in un modello sistemico di cooperazione tra impresa, ricerca applicata e bioedilizia d’avanguardia. Un percorso che ha trovato un momento di alta sintesi istituzionale nella collaborazione strategica con la Levi-Montalcini Foundation — presieduta da Piera Levi-Montalcini e rappresentata operativamente dalla vicepresidente Claudia Levi-Montalcini — e nella sinergia con lo studio Giancarlo Zema Design Group, coronata da prestigiosi riconoscimenti conferiti presso il Senato della Repubblica per l’identità e l’innovazione sostenibile.

Il fulcro operativo delle iniziative ideate da Merlino e sviluppate all’interno dei consorzi scientifici risiede nella ridefinizione del concetto stesso di riforestazione, che supera la piantumazione puramente conservativa o ornamentale per configurarsi come una vera e propria tecnologia biologica programmata. Questa metodologia non si limita alla creazione di boschi tradizionali a lenta resa, ma impiega impianti agroforestali a rotazione rapida progettati scientificamente per massimizzare il sequestro dei gas climalteranti su superfici controllate, riducendo al contempo in maniera drastica la pressione antropica ed estrattiva sulle foreste primarie del pianeta. Il meccanismo di compensazione carbonica (carbon offset) promosso da Paulownia4Planet consente alle realtà produttive industriali di assorbire volumi calcolabili e certificabili di anidride carbonica attraverso boschi dedicati, generando contestualmente biomassa legnosa di altissimo pregio tecnologico senza innescare processi di disboscamento permanente. Parallelamente, progetti come EcolandLife trasferiscono questo approccio rigenerativo alla riqualificazione di terreni marginali, fondi agricoli abbandonati, suoli degradati o aree montane e collinari soggette a dissesto idrogeologico, trasformandoli in sistemi produttivi autosufficienti dove la bioedilizia, la tutela pedologica e l’abitare naturale convivono armoniosamente.

Al centro di questa visione si colloca la Paulownia, una caducifoglia appartenente alla famiglia delle Paulowniaceae e diffusa originariamente in Asia orientale, le cui peculiarità fisiologiche la rendono uno straordinario strumento biotecnologico naturale. Dal punto di vista vegetativo, la specie si definisce anzitutto come una tipica pianta pioniera, programmata dall’evoluzione per colonizzare rapidamente gli spazi aperti: necessita per questo di piena luce solare, di calore costante e di una regolare disponibilità idrica durante la fase estiva, rispecchiando fedelmente le dinamiche del clima monsonico delle sue regioni d’origine. La pianta si distingue per una velocità di accrescimento tra le più elevate dell’intero regno vegetale, capace di sviluppare fusti dritti alti diversi metri già nel corso del primo ciclo stagionale vegetativo. Tale vigoria eccezionale è sostenuta da un apparato fogliare monumentale, caratterizzato da lamine cuoriformi che possono superare i sessanta centimetri di diametro nei giovani getti. L’enorme superficie fogliare complessiva, associata a un efficiente metabolismo fotosintetico adattativo, conferisce alla pianta una capacità di assimilazione del carbonio atmosferico straordinaria. Come confermato dai rilevamenti scientifici in campo forestale, il processo fotosintetico della Paulownia agisce come una vera e propria pompa biologica: la pianta cattura la molecola di biossido di carbonio e la stabilizza stabilmente nella propria struttura legnosa, con una proporzione stechiometrica per cui ogni tonnellata di legno prodotta corrisponde a circa due tonnellate di anidride carbonica definitivamente sequestrate dall’atmosfera. La densa peluria ghiandolare presente sulla pagina inferiore delle foglie svolge inoltre un’azione continua di fitodepurazione aerea, fungendo da trappola elettrostatica naturale per microparticelle inquinanti, polveri sottili (PM10 e PM2.5) e metalli pesanti aerosolizzati.

Le proprietà pedologiche e sotterranee della specie amplificano ulteriormente il suo valore ecosistemico. La Paulownia sviluppa un potente apparato radicale a fittone che scende in profondità per diversi metri nel sottosuolo, ancorando saldamente gli strati geologici senza entrare in competizione orizzontale con le radici delle colture agrarie superficiali, contrastando con formidabile efficacia l’erosione e il dissesto dei versanti franosi. Questa architettura radicale assorbe nitrati in eccesso e sostanze contaminanti dalla falda freatica, svolgendo una marcata azione di fitorimedio e decontaminazione biologica dei suoli esausti o inquinati da scarichi agricoli e industriali. Inoltre, la pianta possiede una straordinaria facoltà di rinnovazione per ceduazione spontanea: una volta reciso il tronco al termine del ciclo di accrescimento, il ceppo radicale non perisce ma emette prontamente nuovi polloni vigorosi, permettendo molteplici cicli di taglio consecutivi senza la necessità di dissodare il terreno, alterare il profilo del suolo o procedere a nuovi reimpianti.
Accanto all’efficienza fotosintetica e alla salvaguardia idrogeologica, la Paulownia si rivela una coltura dalla multifunzionalità totale, dove ogni singola frazione biologica trova una valorizzazione economica ed ecologica secondo il principio agronomico per cui nulla va disperso. Se il tronco dritto rappresenta la parte nobile destinata alla falegnameria e all’ingegneria del legno, la chioma e i rami secondari generano preziosa biomassa cippata per la bioenergia e il riscaldamento pulito. Le imponenti fioriture primaverili a campanula, ricche di calici tubolari profumati e carichi di nettare, costituiscono una risorsa apistica eccezionale: le piantagioni a pieno campo consentono agli apicoltori di raccogliere fino a diversi quintali di miele monoflora per ettaro, un miele chiaro e delicato che arricchisce la biodiversità degli insetti impollinatori e integra il reddito delle aziende agricole rurali.
Sul piano tecnologico e merceologico, il legno ricavato dalla Paulownia presenta parametri fisici e meccanici tali da meritargli la definizione industriale di alluminio vegetale. Caratterizzato da una densità apparente eccezionalmente bassa, compresa mediamente tra duecentottanta e trecentocinquanta chilogrammi per metro cubo, esso unisce una marcata leggerezza a un elevato rapporto di resistenza flessionale e torsionale, mantenendo una notevole stabilità dimensionale che previene deformazioni, imbarcamenti o fessurazioni durante i processi di essiccazione. La ricchezza naturale di tannini e composti fenolici rende il materiale intrinsecamente immune dagli attacchi di tarli, funghi lignivori e insetti xilofagi, riducendo drasticamente la necessità di trattamenti chimici preservanti. A ciò si aggiunge una temperatura di ignizione spontanea inconsuetamente elevata, superiore ai quattrocento gradi centigradi, che ne incrementa la sicurezza passiva nelle costruzioni. La venatura serica e la facile lavorabilità consentono una perfetta tenuta di viti e chiodi, aprendo il campo a utilizzi che spaziano dai grandi arredi alle boiserie alberghiere, fino all’oggettistica raffinata. Straordinaria è inoltre la sua risposta acustica: per risonanza e propagazione armonica del suono, il legno di Paulownia manifesta proprietà comparabili all’abete di risonanza, trovando impiego storico e moderno nella liuteria di pregio per la costruzione di casse armoniche e strumenti a corda, sia nei capolavori della tradizione asiatica (quali il guqin cinese e il koto giapponese) sia nelle chitarre e negli strumenti acustici d’avanguardia in Occidente.

Questa complessa combinazione di virtù biologiche e meccaniche ha trovato una concreta trasposizione operativa in una pluralità di interventi territoriali, ambientali e architettonici coordinati da Marcello Merlino e dalla sua rete professionale.
Sul fronte internazionale della cooperazione e della tutela climatica, la Paulownia è stata inserita come specie strategica nei concept di riforestazione per la Grande Muraglia Verde africana nell’ambito delle visioni collegate alla nuova sede della Levi-Montalcini Foundation concepita dall’architetto Giancarlo Zema. In contesti caratterizzati da aridità e progressiva desertificazione nel Sahel, la pianta esprime un potenziale eccezionale: una volta superata la fase di attecchimento, il suo apparato radicale profondo intercetta le riserve idriche ipogee stabilizzando suoli sabbiosi instabili, mentre la massiccia caduta stagionale delle grandi foglie arricchisce rapidamente il terreno di preziosa sostanza organica e humus, innescando processi di riattivazione microbiologica del suolo.
Nel contesto urbano europeo, il progetto trova espressione esemplare a Roma nella rigenerazione del Parco della Gioia nel quartiere Magliana, concepito a supporto dell’associazione Égalité come primo parco inclusivo ed ecologico della capitale, dove la messa a dimora di cinture di Paulownia è stata pianificata per mitigare l’effetto isola di calore, creare barriere fonoassorbenti naturali e abbattere le polveri sottili in ambienti metropolitani ad alta densità. A questa dimensione cittadina si affianca l’infrastruttura verde HydrogenForest, sviluppata congiuntamente con Giancarlo Zema Design Group e Hydrogenscape per stazioni di rifornimento a idrogeno ecocompatibili, dove perimetri alberati modulari di Paulownia garantiscono una capacità di assorbimento tra le cinquanta e le cento tonnellate di anidride carbonica annue per ettaro, fungendo da filtro ecologico attivo per la nuova mobilità a zero emissioni.
Sul piano delle filiere produttive e industriali in Italia, il modello di Paulownia4Planet abbraccia sia iniziative dimostrative di alto impatto simbolico — come le piantumazioni realizzate nell’area industriale di Mirafiori a Torino a supporto delle campagne per la mobilità elettrica — sia programmi agricoli e industriali su scala più vasta, come le collaborazioni con Cascina Felizia e con realtà del riciclo e dell’energia quali Adriatica Oli per la compensazione programmata delle emissioni climalteranti. In termini strettamente agronomici, i disciplinari prevedono gestioni differenziate dei sesti d’impianto: densità comprese tra quattrocento e seicento piante per ettaro per la filiera del legname d’opera dritto e nodeless, e densità più fitte, superiori a mille fusti per ettaro, mirate al massimo assorbimento di carbonio e alla rotazione rapida della biomassa.

Le applicazioni manifatturiere e strutturali del legno di Paulownia chiudono il cerchio dell’economia circolare. Nelle collaborazioni con lo studio Zema per eco-abitazioni e moduli architettonici immersi nei boschi, il legname viene impiegato sia massello sia in composti lamellari ad alte prestazioni termiche per realizzare involucri edilizi a impatto zero e autosufficienti. La sua intrinseca idrorepellenza, l’assenza di resina e la straordinaria leggerezza hanno inoltre consentito il suo impiego strutturale negli allestimenti e negli arredi della nautica sostenibile, nella produzione di tavole da surf ecologiche a impronta zero e in pannellature fonoassorbenti per interni di design, suggellando la convergenza perfetta tra la rigenerazione forestale della terra e la nobiltà dell’ingegno costruttivo.

Questa convergenza trova oggi in Italia un polo di riferimento scientifico di valore continentale nell’esperienza condotta da Veneto Agricoltura presso l’Azienda Pilota Dimostrativa Sasse-Rami di Ceregnano, in provincia di Rovigo. Promossa in stretta sinergia con Coldiretti Rovigo e in collaborazione con Impresa Verde Verona, la sperimentazione veneta dimostra come la Paulownia non sia una bizzarria esotica, ma una formidabile risorsa per la diversificazione del reddito agricolo e per la transizione verde dei territori rurali. Così come secoli fa il gelso giunse dall’Oriente per divenire la spina dorsale del paesaggio e dell’industria serica padana, oggi la Paulownia trova nella Pianura Padana una vera e propria seconda patria elettiva, condividendo con i bacini terminali del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro la combinazione ideale di calore estivo, radiazione solare e disponibilità idrica.
Presso la tenuta di Sasse-Rami è stato impiantato un campo sperimentale unico in Italia e tra i pochissimi in Europa: una piattaforma pubblica a blocchi randomizzati dove tutti i principali cloni commerciali introdotti nel nostro Paese vengono coltivati e monitorati fianco a fianco, comparandone scientificamente velocità di crescita, resa volumetrica del fusto, resistenza alle sollecitazioni del vento e qualità tecnologica della fibra legnosa. A questa sperimentazione clonale si affianca un prezioso campo di collezioni di provenienze selvatiche cinesi nate direttamente da seme, raccolte nelle foreste originarie dell’Asia orientale per preservare il patrimonio genetico ancestrale e avviare programmi di incrocio mirati. L’obiettivo primario di questa ricerca pubblica è selezionare e registrare i migliori ibridi autoctoni ottimizzati, calibrati specificamente per la composizione dei suoli e per le dinamiche microclimatiche dell’Italia e dell’Europa meridionale. Nelle indicazioni di Veneto Agricoltura e di Coldiretti, la Paulownia non deve necessariamente sottrarre superficie alle colture alimentari a pieno campo, ma integrarsi magistralmente nei sistemi agroforestali a filari: piantumata lungo le scoline, i bordi poderali e le fasce di rispetto delle acque, la pianta consente agli agricoltori di produrre simultaneamente legname di pregio e cereali, stabilizzando gli argini, proteggendo le coltivazioni dai venti dominanti e moltiplicando la redditività complessiva dell’azienda agricola.

L’intreccio tra la sapienza agraria cinese, l’omaggio all’eredità russa della granduchessa Anna Pavlovna, i campi sperimentali della pianura veneta, l’ingegneria ecologica promossa da Marcello Merlino e le sfide di risanamento climatico della Grande Muraglia Verde africana dimostra come la transizione ecologica non possa essere terreno di dispute ideologiche o monopoli isolati. Essa è un’architettura corale in cui la natura mette a disposizione i propri meccanismi biologici più potenti e l’ingegno dell’uomo impara a coordinarli con rispetto e sapienza tecnica. La Paulownia si erge così a simbolo di una nuova diplomazia ambientale tra i continenti: un albero che affonda le radici nella memoria delle terre orientali ed eurasiatiche per farsi ponte vivo tra popoli, unendo la salvaguardia del suolo, la purezza dell’aria e la costruzione di un futuro condiviso.
Per una consultazione dinamica delle architetture a idrogeno integrate con le cinte arboree di Paulownia, è disponibile il documento visivo del concept sostenibile firmato da Giancarlo Zema Design Group per Hydrogenscape:















