Ro. Ro. – Ci sono ancora quattro punti fondamentali da chiarire, nella bozza del trattato fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, mentre il “biondo” Donald fa pressione per concludere e da Teheran viene invece manifestata cautela. Il fulvo Trump ovviamente ha bisogno che la guerra finisca quanto prima, poiché quella che doveva essere una sorta di Blitzkrieg, si è trasformata in una palude, nella quale Washington ha trascinato anche le monarchie del Golfo. Da non trascurare poi il fattore Israele, che sta facendo do tutto per boicottare l’accordo.
La prudenza iraniana è dettata dal fatto che il superbiondo Donaldone ha annunciato una quarantina di volte la conclusione di un accordo gloriosamente vittorioso, puntualmente smentito dalla leadership iraniana, e anche sui roboanti annunci di oggi, domenica 14 giugno, vengono espresse riserve, poiché la Guisa Suprema, Mojtaba Khamenei, non ha ancora avvallato.
Di certo c’è che la scadenza che il fulgo Trimp ha cerchiato in rosso sul calendario, non a caso nel giorno dei suoi 80 anni, per presentarsi come trionfatore Deus ex Machina alla vigilia del G7 di Evian, si sta consumando in un cortocircuito di rivendicazioni e smentite.
SuperDonald, come al solito, promette senza sapere: “Il trattato sarà firmato oggi, e lo Stretto di Hormuz sarà riaperto!”. E come volevasi dimostrare, la realtà è diversa. L’Iran, infatti, frena e congela la fretta della Casa Bianca, mentre dagli Emirati Rabi arriva l’annuncio dello sblocco di svariati miliardi di dollari iraniani, notizia poi smentita.
L’ipotesi di una grande kermesse a Ginevra è comunque tramontata, perché la firma del trattato avverrà in remoto, in forma digitale, come ha confermato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, e se ieri il mediatore pakistano parlava di una finalizzazione prevista nelle prossime 24 ore, il portavoce di Teheran, Esmail Baghaei, ha raggelato gli entusiasmi. Un attendismo calcolato dei diplomatici iraniani, mentre l’ala dura della Guardia della Rivoluzione Islamica critica apertamente l’insistenza di Trump, liquidata come tentativo di usare la pace come un “auto-regalo” di compleanno a fini prettamente politici e personali, soprattutto sul fronte interno, in vista delle elezioni di medio termine e per tappare il preoccupante calo di consenso del fulvo presidente.
Una bozza di accordo comunque c’è, come la conferma dei funerali della defunta Guisa Suprema, Ali Khamenei, in programma dal 4 al 9 luglio, dopo continui rinvii di mesi proprio a causa dell’aggressione americana all’Iran.I veri problemi, però, riguardano i contenuti del memorandum di 60 giorni, su cui prosegue una guerra di logoramento.
Il primo nodo è lo Stretto di Hormuz. Se per il “biondone” Trump l’accordo prevede la riapertura immediata e senza pedaggi sotto la vigilanza di una missione internazionale, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha già avvertito che l’amministrazione dello stretto non sarà più come prima della guerra.
Altro punto fondamentale, la questione del nucleare, con posizioni diametralmente opposte: il fulvo Trump evoca scenari di forza e promette di usare i bombardieri B2 per impossessarsi dell’uranio iraniano e distruggerlo, mentre Araghchi ha annunciato che l’uranio arricchito sarà diluito, ma tassativamente all’interno del Paese.
Gli Stati Uniti useranno la leva economica dello sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati, ma il vicepresidente J.D. Vance ha chiarito che l’allentamento delle sanzioni avverrà solo se la Repubblica Islamica rispetterà i suoi obblighi.
Mentre a Teheran gli annunci di Donald “the blond” sono considerati un modo per ritardare lo scontro finale, le reazioni più dure arrivano da Israele, che accusa Washington di aver accettato le condizioni dell’Iran, mettendo in pericolo la sicurezza nazionale. Una bieca e vergognosa scusa per poter continuare la guerra di cui il governo nazi-sionista di Netanyahu & C. ha estremo bisogno per non cadere nel baratro della crisi politica.
Secondo l’intelligence israeliana, l’Iran sta pagando a credito, ottenendo la riapertura di Hormuz e l’assicurazione economica per il governo, rinviando la discussione sul nucleare a dopo la fine formale della guerra.
A preoccupare Israele è anche il fatto che i sistemi missilistici siano rimasti fuori dal testo e che l’estensione della tregua finisca per riavvicinare e proteggere Hezbollah sul fronte libanese.
Questo attivismo della diplomazia americana mette però a nudo un altro dato: l’assoluta marginalità dei governi europei, e di quello italiano in primis, che in questa partita non sembrano toccare palla. Mentre serve un accordo che tenga insieme la regione, le diplomazie del Vecchio Continente restano a guardare fuori dai giochi, quasi spettatrici di una partita di calcio a cui non sono state convocate. Con queste premesse, i due mesi della tregua di Islamabad assomigliano molto più a un armistizio temporale per riarmarsi che all’inizio di una vera e strutturale pace regionale.
