Il prezzo della luce: perché la sovraesposizione mediatica sta stritolando Cuba e la via del pensiero divergente
Cuba, l’agnello sacrificale nel cuore della crisi globale
La crisi che attraversa Cuba oggi non è soltanto il risultato delle innegabili difficoltà interne o delle storture di una congiuntura economica internazionale asfissiante. C’è un livello più profondo, spesso trascurato, che trasforma l’Isola nell’agnello sacrificale per eccellenza del capitalismo globale. Di agnelli sacrificali, il sistema ne produce molti; ma Cuba occupa un posto unico sul patibolo proprio a causa della sua sovraesposizione mediatica. Un Paese che si racconta troppo, che si mostra senza filtri e che gioca apertamente le carte della propria mitologia finisce inevitabilmente per offrire il fianco ai suoi carnefici, diventando bersaglio ideale di una gogna planetaria.
L’ingenuità dell’iper-visibilità: offrire il fianco ai nemici e agli ambigui
La verità amara è che Cuba sta pagando a caro prezzo la propria ingenuità comunicativa. Un’esposizione continua e senza ombre non attira solo la solidarietà dei sinceri alleati, ma galvanizza i nemici e attira una schiera di attori subdoli. Mostrarsi costantemente sotto i riflettori significa consegnare agli avversari storici la mappa dettagliata delle proprie vulnerabilità, dando loro gli strumenti per irrigidire la morsa e giustificare l’assedio.
Ancora più insidiosa è la reazione degli osservatori ambigui, dei “finti terzisti” e dei critici di professione: sbattezzare la complessità della crisi in un mero spettacolo di fallimento permette loro di infierire cinicamente sul governo e di cavalcare la retorica logora della “rivoluzione tradita”. La lezione che Cuba deve imparare è drastica: farsi più enigmatica. Un Paese che non lascia scampo ai propri nemici e agli ambigui di decifrare facilmente i propri passi, i propri movimenti e le proprie reali condizioni toglie loro le armi della strumentalizzazione. Meno esposizione, meno retorica della trasparenza totale e molto più riserbo strategico. Bisogna comunicare meno, ma meglio; muoversi meno, ma in modo mirato.
Il baratro demografico e l’esodo della forza lavoro
A rendere insostenibile la strategia della trasparenza e dell’immobilismo formale vi è poi un’emergenza materiale che non può più essere nascosta sotto il tappeto: la crisi demografica. La prolungata emorragia migratoria sta decimando la popolazione attiva dell’Isola, lasciandola pericolosamente svuotata, popolata in gran parte da anziani e bambini.
Senza forza lavoro adeguata, nessun piano economico può reggersi in piedi. Continuare a pensare con gli schemi standard del diritto internazionale o affidarsi a soluzioni burocratiche e convergenti significa condannarsi all’immobilità. Cuba ha bisogno di una sterzata radicale verso il pensiero divergente: soluzioni imprevedibili, anticonformiste e spiazzanti.
Soluzioni creative e alleanze non standard: la via della cooperazione strategica
Per invertire questa tendenza e ripopolare il tessuto produttivo e sociale dell’Isola, occorre osare percorsi inediti, rompendo con i dogmi della pianificazione tradizionale. Una risposta concreta e dirompente potrebbe arrivare dai nuovi alleati geopolitici, in particolare del Sud Globale e del continente africano.
Immaginare soluzioni creative significa, ad esempio, avviare programmi di partenariato in cui a comunità o lavoratori provenienti da nazioni africane amiche vengano concesse terre in uso, strutture da riqualificare o forme di insediamento produttivo agevolato. Cuba potrebbe offrire ciò che possiede — terra, competenze mediche, educative e strategiche — in cambio di braccia, energia vitale e nuova forza lavoro disposta a investire nel futuro dell’Isola nonostante la crisi. Non si tratta di svendere la sovranità, ma di praticare un internazionalismo attivo e invertito, fondato su un mutuo soccorso materiale e tangibile.
Meno riflettori, più enigma!
La sopravvivenza di Cuba non passerà per la ricerca di un’approvazione internazionale che non arriverà mai dai circuiti del potere globale, né attraverso la confessione pubblica e continua delle proprie piaghe. L’Isola deve riscoprire la forza del silenzio, della discrezione e dell’enigma. Agire nell’ombra, pensare in modo divergente, stringere alleanze non convenzionali e smettere di essere un bersaglio trasparente per chi vuole solo vederla soccombere. Solo sottraendosi al circo mediatico e puntando su una radicale creatività strategica, Cuba potrà tornare a essere padrona del proprio destino.
