Il bolscevismo da bar del “Risveglio” all’incontrario: quando il marxismo d’accatto si veste da baraccone trumpiano
C’è uno spettacolo tragicomico che si consuma nei bassifondi di ciò che resta della sinistra comunista: il disperato tentativo di importare nel solco del materialismo storico le cianfrusaglie ideologiche della destra più reazionaria e cospirazionista. È il fenomeno che definirei senza mezzi termini rizzismo: la penetrazione silente, e a tratti grottesca, delle paranoie trumpiane, del complottismo da tastiera e delle ossessioni anti-woke all’interno di circoletti che pretenderebbero di rifarsi a Marx, ma che in realtà non hanno mai superato lo stadio dell’asilo politico.
Il mito del proletariato neutro (che guarda caso ha sempre la faccia del maschio bianco)
Il capolavoro di questa congrega di saltimbanchi della dialettica è l’invenzione di un fantomatico proletariato neutro. Per questi strateghi da bar, la classe lavoratrice sarebbe un’entità astratta, asessuata e de-enfatizzata, una specie di ectoplasma privo di determinazioni materiali. Ma Marx, a differenza di questi epigoni in crisi di astinenza da bar sport, sapeva bene che il proletariato non è mai neutro: è situato. È radicato in condizioni materiali ben precise, segnate in modo ineludibile dal genere.
Chi strepita contro il gender, contro il femminismo e contro i diritti LGBTQ+ sta solo compiendo un’operazione di maquillage reazionario. Si inventa un proletariato neutro che, guarda caso, coincide sempre con l’immagine mitologica del maschio bianco, ignorando sfacciatamente la cruda realtà dei dati economici globali. Le statistiche dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e delle Nazioni Unite parlano chiaro: la classe lavoratrice mondiale e i settori del sottoproletariato urbano e rurale sono fortemente femminilizzati. Basti pensare che la stragrande maggioranza della forza lavoro nei settori più sfruttati, come l’industria manifatturiera globale (pensa al settore tessile e dell’abbigliamento), l’agricoltura di sussistenza, i servizi di cura e il lavoro domestico, è composta da donne. Secondo i rapporti ILO, a livello globale le donne costituiscono oltre il 60% dei lavoratori nell’economia informale — il vero sottoproletariato moderno privo di qualsiasi tutela — e rappresentano la stragrande maggioranza nei settori a bassissimo salario e ad altissima precarizzazione.
E quando tra le fila di questa presunta “classe” spunta ancora qualche raro esemplare di operaio maschio, bianco e nerboruto, spesso ci si trova di fronte a una vera e propria aristocrazia operaia. Gente che strizza l’occhio alla destra estrema non per coscienza di classe, ma per una misera illusione di rivalsa: la speranza di poter tornare a tiranneggiare la propria moglie tra le mura domestiche e di usare i migranti come capro espiatorio per le proprie frustrazioni. Altro che internazionalismo proletario: qui siamo alla sagra del patriarcato frustrato.
Il complotto woke che non esiste: la favoletta dei pasdaran del cospirazionismo
Ma il vero capolavoro del circo riziano — sdoganato in Italia da figuri come Diego Fusaro e Marco Rizzo, capaci di trapiantare le paranoie di Donald Trump direttamente nei circuiti della sinistra terminale — è l’ossessione per il fantomatico complotto woke.
Ci dipingono una regia occulta, un piano ordito da un’élite indefinita per “rendere tutto il mondo woke”. La verità materiale, quella che i cospirazionisti di destra e i loro pappagalli a sinistra fanno finta di non vedere, è che non esiste alcun manifesto woke, non esiste un partito woke, non esiste un movimento woke centralizzato. La parola woke storicamente significa semplicemente “risveglio”: affonda le sue radici storiche nella lotta dei Black Panthers e nel risveglio del movimento antirazzista.
Quello che i tromboni del sovranismo domestico spacciano per un piano diabolico globale è solo una colossale montatura utile a creare un nemico fantoccio. Certo, questo non significa che un certo progressismo liberal non abbia prodotto le sue brave sciocchezze o che non si siano viste cretinate colossali — come l’ossessione per il tokenism hollywoodiano, la sostituzione dei contenuti sociali con la mera rappresentazione estetica o la casella del personaggio nero inserito a forza nel film per lavarsi la coscienza. Si tratta di iniziative private, di operazioni di marketing culturale di nicchia o di ingenuità radical-chic portate avanti da settori dell’élite progressista. Ma ridurle a un “complotto sistemico” significa confondere la realtà con un B-movie di fantascienza. Non c’è alcun disegno egemonico calato dall’alto: ci sono solo tendenze culturali, alcune stucchevoli e altre legittime, strumentalizzate ad arte dalla destra (e dai suoi imitatori inaciditi a sinistra) per sviare l’attenzione dalla lotta di classe vera.
I pasdaran del nulla: quando il “comunista” fa il tifo per il backlash
La cosa più patetica è osservare questi presunti bolscevichi dei poveri che, anziché occuparsi di sfruttamento, salari da fame o precarizzazione selvaggia, passano le giornate a scagliare anatemi contro il “nemico woke” o contro Non Una di Meno, a contestare i numeri del femminicidio o a fare le pulci alle statistiche sulla violenza di genere.
Come se l’emancipazione della classe operaia passasse per la negazione di una tragedia sociale. Il femminicidio non è una bizzarria mediatica: è il sintomo feroce di un backlash maschile, la reazione violenta e regressiva contro l’autonomia e l’indipendenza femminile che i maschi padroni non riescono ad accettare.
E qui casca l’asino dei contabili del dolore. Si sente spesso dire che in Italia i numeri dei femminicidi sono relativamente bassi rispetto ad altri contesti, quasi a voler dimostrare che il problema non esiste o che è un’invenzione delle “femministe radicali”. È esattamente il contrario! La scarsità di denunce o di episodi estremi in certi contesti arretrati non è affatto un indice di virtù sociale; al contrario, è il termometro di una sottomissione radicata. I femminicidi, sociologicamente parlando, esplodono proprio dove le donne iniziano a conquistare diritti e spazi di autonomia, scatenando la reazione armata del maschio ferito nel proprio narcisismo patriarcale. Nei paesi dove i numeri sono paradossalmente più bassi, spesso ci si trova semplicemente di fronte a contesti di totale sottomissione, dove la donna non può neanche permettersi di denunciare o di scappare perché non ha alcuna via d’uscita materiale.
Demolire il rizzismo per salvare la dignità del pensiero critico
Ridursi a fare la stampella ideologica della reazione trumpiana e patriarcale, abboccando all’amo del complotto woke inventato dai vari Diego Fusaro e Marco Rizzo, non è solo un tradimento del marxismo: è una farsa pietosa. La sinistra che si beve queste menate non fa paura ai padroni, fa tenerezza ai baristi.
È ora di spazzare via questa feccia teorica, di rispedire al mittente le patacche cospirazioniste e di rimettere al centro l’analisi materiale delle condizioni di vita, a partire da chi subisce lo sfruttamento capitalistico e l’oppressione patriarcale in carne e ossa. Il resto è solo rumore di fondo, buono al massimo per raccogliere qualche like sui social da parte di nostalgici della clava.
