Ro. Ro. – L’ex presidente-dittatore siriano Bashar al-Assad è stato condannato a morte in contumacia per il coinvolgimento in crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi durante i 14 anni di conflitto civile in Siria.
Per gli stessi crimini, che hanno causato quasi mezzo milione di morti, anche il fratello minore, Maher al-Assad, è stato condannato a morte, così come il cugino materno Atef Najib, riconosciuto colpevole di aver supervisionato la repressione nella provincia meridionale di Daraa, da dove ha avuto inizio la rivolta delle opposizioni, ed epicentro della rivolta e della successiva guerra civile in Siria.
L’ex presidente Assad e il fratello Maher si trovano entrambi in Russia, mentre Atef Najib è stato catturato in Siria e incarcerato, e ha ascoltato la sentenza del giudice dall’interno di una gabbia, dietro le sbarre e vestito con l’uniforme carceraria. Le autorità siriane hanno rivolto a Mosca ufficiale richiesta di estradizione, con il pieno sostegno dell’attuale presidente riconosciuto, Ahmad Al.Sharaa, ex comandante della coalizione che faceva capo alla formazione Hayat Tahrir AL-Sham e leader dal gennaio 2025.
Tra gli altri imputati, tutti fuggiti dalla Siria dopo la caduta di Al Assad, quindi latitanti e condannati in contumacia, figurano l’ex ministro della Difesa e vice comandante delle forze armate, Fahd Jassim al Freij, e gli ex alti comandanti dell’esercito Ayman Ayoush, Louay al Ali, Qusay Ibrahim Mahyoub, Wafiq Nasser e Talal Fares al Aisami.
Si tratta delle prime condanne emesse contro Assad o membri della cerchia ristretta da quando, 20 mesi fa, si è concluso il dominio cinquantennale della famiglia al vertice del governo siriano.
La CNN riporta le dichiarazioni del giudice Fakhareddine al-Aryan, il quale, durante un’udienza trasmessa in diretta dalla televisione di stato siriana, ha affermato che “Bashar al-Assad si è avvalso di agenzie statali per commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.
Negli ultimi mesi, il nuovo governo siriano è riuscito a orientarsi verso una posizione più moderata nel tentativo di ristabilire i rapporti con l’Occidente e migliorare la propria posizione diplomatica in Medio Oriente.
