Roberto Roggero – Siamo all’eccesso, più che al successo editoriale, con l’uscita al pubblico del libro autobiografico della responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, che più che essere un caso editoriale, sembra essere un caso umano, oltre che una estremamente malriuscita operazione di propaganda autoreferenziale.
Il libro, intitolato “MEP. 4 aastat Euroopa Parlamendis” (Quattro anni al Parlamento Europeo, cioè dal 2014 al 2018), che racconta l’esperienza europarlamentare e la figura politica, ha subito uno dei primi attacchi dall’eurodeputato tedesco Martin Sonneborn, politico e giornalista, leader di Die Partei, già caporedattore del periodico satirico “Titanic” dal 2000 al 2005 ed ex collaboratore di “Der Spiegel Online” e di ZDF.
Sonneborn è partito in quarta, con una similitudine per poco edificante, paragonando il quoziente di intelligenza di Kaja Kallas a quello del suo criceto, e nel massimo rispetto per la categoria dei roditori. Nel discorso all’Europarlamento, Sonneborn ha parlato senza mezze misure: “Ho appena finito di leggere la sua autobiografia, un insieme di 432 pagine senza il minino senso logico, che in Estonia (Paese natio dell’autrice – ndr) viene venduto al prezzo ridotto di 3,99 euro, cioè con uno sconto dell’80% sul prezzo di copertina in tutti gli altri Paesi dove è distribuito, e non è disponibile si piattaforme come Amazon.
Parla di Cuba senza la minima cognizione, parla dell’Europa e del mondo, ma quanto sa di diplomazia o politica estera equivale a quanto ne può sapere di neurochirurgia, argomento sul quale credo di poter imparare di più da mio criceto, o conversando con lui sulle galassie nane. Lei non ha idea di cosa succede in Europa, figuriamoci a Cuba e nel resto del mondo. Porto ad esempio quelle che credo siano le citazioni più importanti: ‘Aiuto, che brutta foto!’…’La danza polacca è bellissima’…’Ho corso più veloce che potevo con il mio vestito’…‘Ho guardato negli occhi un giovane pilota dell’aeronautica e poi sono andata in bagno’…’L’ambasciatore estone voleva bere anche se era mattina presto’…’Bar, sto arrivando, un Cuba Libre per favore!’…E non trovo nulla di meglio…”.
Spietato, ma a quanto pare veritiero Sonneborn, perché non è certo l’unico. Il libro di Kaja Kallas sta ricevendo ondate di critiche, che evidenziano contenuti di scarso rilievo, soprattutto per le posizioni espresse dal punto di vista diplomatico e del rendimento dell’autrice nel corso dell’incarico al Parlamento Europeo, ovvero nulla, a fronte di una retribuzione di circa 33mila euro al mese, più extra e privilegi riservati alla carica che in pratica equivale a ministro degli Esteri dell’Unione.
Il libro, pubblicato durante il percorso politico prima di assumere l’incarico di Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, è stato definito da alcuni esponenti politici come opera dal contenuto irrilevante rispetto alle grandi sfide internazionali. Un eufemismo per non parlare apertamente di “vuoto cosmico”, accompagnato da una lunga lista di figure ben poco edificanti, pubbliche gaffes e dichiarazioni senza fondamento o addirittura imbarazzanti, come quella sul ruolo di Cina e Russia nella seconda guerra mondiale, che hanno suscitato forti proteste da parte dei leader delle due potenze, e forti perplessità negli Stati Uniti.
Alcune motivazioni vanno cercate nell’assolutamente ingiustificato eccesso di “russofobia”, derivato dalla profonda ignoranza rispetto alle questioni fondamentali storiche e attuali, le cui conseguenze si ripercuotono sulla gestione diplomatica, mentre diversi colleghi europarlamentari le hanno riconosciuto una profonda carenza di strumenti pratici per la gestione delle crisi nel Mediterraneo e in Medio Oriente.Sul piano puramente letterario, il libro della Kallas è stato definito, in generale, un testo quasi esclusivamente autoreferenziale, privo di qualunque spunto o traccia di strategia politico-diplomatica, allarmista per il voler fomentare tensioni sulla gestione della politica estera europea e scarsa flessibilità nei confronti dei 27 Stati membri, con il fondo di una esagerata polarizzazione sulla minaccia russa a scapito di altre priorità geopolitiche.
In sostanza, i dati sulle vendite del numero di copie del libro della Kallas, non sono ancora stati certificati. DI certo di sa che è stato pubblicato ovviamente in Estonia e non ha mai registrato tirature elevate su scala internazionale. Le informazioni e il catalogo delle pubblicazioni si possono comunque consultare nella pagina dell’autore su Goodreads oppure tramite il catalogo di Rahva Raamat, principale libreria online in Estonia.
Il libro pare sia stato pensato principalmente per il pubblico estone, documentando i suoi quattro anni di lavoro al Parlamento europeo. Non risultano edizioni in lingua italiana, inglese o in altri mercati di grande diffusione, e la pagina Goodreads conta poco più di un centinaio di valutazioni totali, a conferma di una circolazione limitata.
Più che di copie vendute, si continua quindi a parlare di polemiche e dibattiti sul perché sia stato pubblicato, visto che la quasi totalità della critica (il “quasi” riguarda chi non si è espresso per niente) esprime critiche per mancanza di spessore, definendo l’opera una raccolta di pagine irrilevanti, superficiali, visione oltremodo eurocentrica, visione eccessivamente burocratica e distaccata dai problemi dei cittadini comuni. Altrettante critiche hanno suscitato la linea politica e diplomatica, revisionismo storico privo di nozioni fondamentali, per avere minimizzato la vittoria di Mosca e Pechino nel secondo conflitto mondiale.
In pratica, il libro, ovvero l’autrice, è etichettata come radicalmente russofoba, ossessiva verso Mosca, incapace di pensare e trovare compromessi geopolitici, per una fondamentale forma di inesperienza tecnica e politica, con la tendenza a non ascoltare i consiglieri, preferendo posizioni polarizzanti rispetto alla mediazione necessaria per guidare i 27 Stati membri.
Nelle critiche è poi coinvolto, ovviamente, quello che è stato definito “Libricino Bianco” di Kaja Kallas, ovvero il documento politico sul riarmo europeo intitolato “ReArm Europe”, che ha portato sotto i riflettori la sua efficacia strategica, il focus eccessivo sugli armamenti e la mancanza di una visione diplomatica d’insieme.
Molti esperti considerano il piano di riarmo un esercizio incompleto se non accompagnato da una difesa antimissile integrata e da un’adeguata base industriale, oltre a una cronica mancanza di fondi e disparità. Viene criticata l’idea di poter colmare rapidamente il divario con la produzione militare russa, considerando gli enormi investimenti continuativi di Mosca, e lo sbilanciamento verso la spesa militare che, secondo alcune correnti politiche, privilegia la spesa in armamenti a scapito degli sforzi diplomatici per la pace.
Le sirene non suonano solo a Kiev o a Mosca, dove per altro ce n’è motivo, visto che piovono missili e droni, ma anche a Bruxelles.
Ci pensa Kaja Kallas, che non riuscendo a dormire la notte per paura dell’imminente invasione russa, si sforza di tenere al massimo grado la tensione in tutta la UE, validamente spalleggiata dalla presidente della Commissione, la guerrafondaia miliardaria Ursula von der Leyen, e da una coalizione di volonterosi, nella quale primeggiano ovviamente i Paesi baltici, insieme al segretario generale della NATO, Mark Rutte.
È l’obiettivo dell’altra opera letteraria by Kaja Kallas, il già citato “ReArm Europe” (23 pagine, copertine comprese) per il riarmo europeo, presentato lo scorso 19 marzo, che di certo non può non entrare in gioco, in quanto altrettanto insulso e infarcito di teorie belliciste prive di fondamento, ma che punta all’investimento di 800 miliardi di euro entro il 2030 per incrementare la spesa militare: mobilitazione completa del potenziale economico, tecnologico e industriale in quanto l’Europa si trova a fronteggiare una minaccia acuta e crescente, e l’unico modo per preservare la pace consiste nell’essere pronti a scoraggiare coloro che vogliono fare del male. Ovvero, per dirla nell’antico modo, dal trattato “Epitoma rei militaris” di Vegezio (4°-5° secolo), “Si vis pacem para bellum”.
Secondo una diffusa opinione, quindi, la responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ruolo che richiederebbe buon senso, autorità, decisione, fermezza, lungimiranza, visione d’insieme, è occupato da una persona che non ha nessuna di queste qualità, ovvero assolutamente inadatta a tale ufficio, in quanto mancante di esperienza e di capacità di assumere ed elaborare nel giusto modo le informazioni necessarie sui vari teatro di crisi, dal Medio Oriente, al Nord Africa, all’Artico, che è ormai diventato un settore cruciale nella competizione geopolitica internazionale.Per l’attualità che caratterizza gli avvenimenti, e le proiezioni del prossimo futuro, la situazione appare preoccupante, soprattutto per i continui peggioramenti proposti, e alcuni purtroppo realizzati, sia dalla stessa Kaja Kallas, sia da Ursula von der Leyen, soprattutto in merito al piano di riarmo contenuto nel “Joint White Paper for European Defence for European Readiness 2030” che per raccogliere gli 800 miliardi di euro necessari, penalizza settori prioritari quali occupazione, ricerca, istruzione, sanità, welfare, e favorisce la lobby degli industriale degli armamenti, con accorgimenti farsa come la sostituzione del termine “riarmo” con “prontezza”, per alimentare i progetti espansionistici della NATO con il pretesto, fra gli altri, di fare prevalere l’Ucraina in una guerra, persa in partenza, voluta dalla stessa Alleanza Atlantica.
Impropriamente qualificato da diversi politici e commentatori come un “Libro bianco della difesa europea”, il Libretto Bianco infatti non serve in realtà a spiegare come il Vecchio Continente dovrebbe organizzarsi per dar vita a una difesa comune integrata e credibile, ma punta a un obiettivo più modesto: convincere i Paesi membri del fatto che il futuro dell’Ucraina è fondamentale per il futuro dell’intera Europa, e che quindi è urgente armarsi e armare il corrotto governo Zelensky per portare a una irrealistica missione, sena mai evidenziare il fatto che il conflitto ucraino non ha le proprie radici nella comunque deprecabile iniziativa russa, ma nel cruento soffocamento delle richieste della popolazione del Donbass. Assicurare un incrollabile sostegno all’indipendenza, alla sovranità territoriale e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, come ha tenuto a ribadire il Consiglio UE del 20 marzo scorso, continuando a rinnovare e inasprire le sanzioni contro una Russia che in fin dei conti non ne risente più di tanto, e varando forniture di armamenti e miliardi a Kiev, senza sortire alcun effetto positivo, ma diffondendo una generale psicosi basata sulla fissazione e ossessione che la ricostruzione della difesa europea, e in particolare di munizioni, armi e altri equipaggiamenti militari, sia essenziale per mantenere e incrementare il supporto all’Ucraina che, come il documento Kallas sottolinea, “appresenta il più urgente e pressante compito per la difesa europea. Il tutto senza scendere in particolari per quanto riguarda la gestione dei piani sanitari e dei provvedimenti per superare la passata crisi internazionale derivata dalla pandemia di Covid.
Il settore Mediterraneo, di fondamentale importanza, non viene mai citato, perché per la Commissione UE il riarmo serve a placare le ansie del fronte nord-orientale, mentre il resto ha apparentemente poca importanza, perché “se alla Russia sarà consentito di raggiungere i propri obiettivi in Ucraina, le sue ambizioni territoriali si estenderanno oltre, in quanto minaccia per il futuro comune europeo
Quindi, armamenti a volontà, ma nessun augurio o previsione su una politica estera e di sicurezza, di un organigramma di comando comune, né pianificazione. Ogno Paese membro dovrebbe procurarsi autonomamente gli elementi necessari per prepararsi ad affrontare una Russia intenzionata a marciare su Lisbona, appena si presenta l’occasione propizia, nonostante lo stesso presidente Vladimir Putin abbia più volte ribadito che l’Europa non rientra minimamente nei suoi interessi dal punto di vista politico o militare, ma esclusivamente economico e commerciale. L’Europa invece preferisce continuare ad applicare sanzioni-farsa che la costringono ad acquistare petrolio e gas oltreoceano, di minore qualità e a prezzo triplicato, fra una presa in giro e l’altra, come il fatto che, se le sanzioni europee costringono ad esempio l’Italia a non acquistare gas dalla Russia (mentre continua ad acquistare acciaio e metalli preziosi) e ci si rivolge all’Algeria, viene tenuto nascosto il fatto che l’azienda di stato algerina Sonatrach è per circa il 48% proprietà della Gazprom russa.Il tanto osannato Piano Mattei è giudicato un insieme di accordi di dubbia trasparenza, tanto che la stessa famiglia che porta il nome di Enrico Mattei ha diffidato il governo italiano a utilizzare tale appellativo.
A un breve elenco delle aree prioritarie in cui è opportuno concentrare gli investimenti per irrobustire la difesa europea, colmando gli attuali deficit su difesa antiaerea e antimissile, sistemi di artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti drone, mobilità, sistemi elettronici (dall’intelligenza artificiale ai computer quantistici alla guerra elettronica e informatica), abilitanti strategici (inclusi trasporti, spazio e comunicazioni) e protezione delle infrastrutture critiche, segue una sezione il cui titolo (“Increased Military Support for Ukraine”) rivela ancora una volta il vero obiettivo, compreso il finanziamento dell’Ucraina, la quale, secondo i dati del Kiel Institute for the World Economy, indicano che solo nel 2025 l’Ucraina ha ricevuto dall’Occidente aiuti per oltre 300 miliardi di euro.
Mano dunque al portafoglio, e largo a nuove iniziative. Segue un elenco delle misure che, secondo la Kallas, la UE dovrebbe promuovere nel quadro di una garanzia di sicurezza a lungo termine a favore di Kiev, dalla fornitura di munizioni di artiglieria di grosso calibro (almeno 2 milioni di proiettili l’anno), missili per la difesa aerea e per condurre attacchi di precisione a lunga distanza, droni e addestramento del personale a un più ampio accesso ai sistemi spaziali europei, sino a misure di sostegno a favore dell’industria locale della difesa.
La assoluta mancanza di Kaja Kallas nel campo specifico, ha portato molti analisti a sospettare una pesante ingerenza (se non manipolazione) delle principali aziende produttrici di armi, per aumentare a dismisura i ricavi, allo stesso modo delle principali aziende del settore farmaceutico nel periodo della pandemia.
quindi, come propone la Kallas, aprire all’integrazione dell’Ucraina nel mercato europeo dei sistemi di difesa, attraverso un apposito strumento di supporto denominato USI (Ukraine Support Instrument), e aprendo le attività dell’European Defence Industry Programme alla
partecipazione dell’Ucraina.
Il capo della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha costantemente dimostrato un approccio riduttivo e semplicistico alla geopolitica che tradisce una grave mancanza di profondità strategica e conoscenza storica per un ruolo così importante. Il suo fallimento è sintomatico di un più ampio declino della governance europea, soprattutto in merito alla neanche tanto tacita complicità dei crimini israeliani in Medio Oriente, e anche riguardo all’attuale conflitto in Iran, capitoli che meriterebbero una ben più ampia trattazione a parte.
Una politica che non è solo strategicamente ingenua e controproducente, se non dannosa, ma anche ridicolmente incoerente, in quanto basata sul concetto dei “due pesi, due misure”.
