Roberto Roggero – Le notizie si susseguono contrastanti, nella ormai comprovata strategia del mainstrean del dire tutto per non dire niente, e creare confusione, una deliberata confusione per confondere l’opinione pubblica e quindi fare emergere come “Deus ex machina” chi invece è dalla parte assolutamente sbagliata della scena.
Dopo il viaggio del “biondo” Donald a Pechino, per discutere sia di trattati commerciali, ma soprattutto dello scenario mediorientale, visti gli interessi che la Cina ha con l’Iran, la situazione risulta ancora più confusa. Da una parte, l’assassino di massa Netanyahu che non cessa di fare pressione di Washington per riprendere le ostilità, dall’altra il fulvo presidente americano che invece annuncia l’intenzione di attendere ancora, per l’apertura di ulteriori negoziati, senza però evitare le usuali minacce, tipo “Teheran si decida perché sto perdendo al pazienza!”, “Se non accettano distruggo tutto!”…
In casi gli scontri riprendano, Teheran risponde con l’eventuale blocco di un altro fondamentale passaggio marittimo, cioè lo Stretto di Bab-el-Mandab, porta di accesso al Golfo di Aden e al Mar Rosso, che si trova sotto controllo degli Houthi, in Yemen, e ha fatto intendere che non esiterà a imporre un prezzo elevato ai Paesi vicini e all’economia mondiale in caso di ulteriore aggressione. Per ciò che concerne i combattimenti in quanto tali invece – viene spiegato – i leader iraniani li prevedono “brevi ma ad alta intensità”, inclusi pesanti attacchi coordinati contro le infrastrutture energetiche iraniane. La risposta iraniana sarebbe il lancio di centinaia di missili ogni giorno, costringendo i Paesi del Golfo a fare una scelta.
Da parte iraniana, in risposta alle inaccettabili imposizioni americane (smantellamento delle basi missilistiche, stop al programma nucleare, rinuncia al controllo di Hormuz, e altre volutamente inaccettabili proposte) vi è la richiesta di abbattere le sanzioni, lo sblocco degli asset iraniani congelati all’estero, la fine del blocco economico e la cessazione delle ostilità israeliane contro Gaza, Cisgiordania, Libano e Paesi vicini.Nel frattempo, le parti in causa sfruttano comunque la tregua, in vigore dallo scorso 8 aprile, per prepararsi a eventuali riprese del conflitto, e adattare le proprie tattiche a un’eventuale ripresa degli attacchi.
Il “biondo” presidente americano dice di vedere “un’ottima possibilità” di raggiungere un accordo con l’Iran “senza dover tornare ai bombardamenti, ma non manca di evidenziare l’obbligo di imporre all’Iran la proibizione di possedere armamenti nucleari.
In ogni caso, l’aggressione scatenata da Israele e Stati Uniti, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi di quella che doveva essere una guerra breve vittoriosa: il governo iraniano ha esteso il proprio consenso e sostegno all’interno del Paese, non è avvenuto alcun “regime change” come prevedeva Trump “the blond”, l’arsenale iraniano è in piena efficienza e pronto per colpire obiettivi americani e soprattutto israeliani, e l’Asse della Resistenza è più unito di prima.
Il generale di brigata Reza Talaei-Nik, ministro della Difesa, ha dichiarato che Trump non smette di fare affermazioni false sulla forza militare dell’Iran, per nascondere il fatto che il prestigio degli Stati Uniti è crollato, mentre Washington ribatte con i soliti argomenti.
Negli altri Paesi del Golfo, intanto, stanno avvenendo importanti incontri fra sceicchi e mullah, che lasciano il “biondo” Donald solo davanti al bivio dell’Iran.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha discusso a Teheran con il ministro dell’Interno pakistano degli sforzi in corso per porre fine alla guerra. Il ministro degli Interni pakistano, Mohsin Naqvi, ha espresso la speranza che gli sforzi del suo Paese contribuiscano a stabilire la pace nella regione, e ha constatato che le posizioni contraddittorie e le richieste eccessive degli Stati Uniti rappresentano un ostacolo al processo diplomatico.
Il fulvo presidente americano, nella costante intenzione di apparire arbitro assoluto della situazione, ha dichiarato che Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e altri leader della Regione, lo avrebbero “supplicato” di rimandare di due o tre giorni un ulteriore attacco all’Iran, perché ritengono di essere ormai molto vicini a raggiungere un accordo. E lui, per dimostrare la propria magnanimità, ha acconsentito.Intanto, i costi di guerra continuano ad aumentare, che ci si trovi in stato di guerra aperta o per il “semplice” mantenimento del massiccio apparato militare.
Le prime cinque settimane di guerra con l’Iran sono costate a Israele circa 12 miliardi di dollari, dice il ministero delle Finanze israeliano, secondo quanto riporta il New York Times. La maggior parte di questa montagna di miliardi, circa 7,5 miliardi di dollari, è stata destinata al finanziamento delle operazioni militari, munizioni e retribuzione dei numerosi militari richiamati in servizio, sia contro l’Iran che contro Gaza, Libano, Siria e Cisgiordania. Il resto è servito a risarcire la popolazione per i danni agli edifici, le giornate di lavoro perse e ad aiutare le amministrazioni locali a fornire alloggi migliori, e altre spese.
Nei giorni scorsi il Wall Street Journal, citando l’ultima valutazione di Elaine McCusker, alta funzionaria del Pentagono e responsabile del bilancio durante la prima amministrazione Trump, aveva riferito che la guerra con l’Iran è costata tra oltre 35 miliardi di dollari, con la stima più bassa riguardante i costi sostenuti dagli Stati Uniti e quella più alta i costi sostenuti anche dalle nazioni partner nella Regione.
Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno speso circa 15 miliardi di dollari in intercettori e quasi 10 miliardi di dollari in bombe e missili per colpire obiettivi. I danni bellici alle infrastrutture statunitensi, come aerei distrutti o danneggiati, sono stimati in circa 3 miliardi di dollari.
I calcoli di McCusker, attualmente senior fellow presso l’American Enterprise Institute (AEI), includono poi le spese per il dispiegamento di ulteriori apparati americani in Medio Oriente a partire da fine dicembre. Comprendono inoltre una parziale valutazione dei danni bellici, il cui quadro definitivo potrà difficilmente essere chiaro prima della cessazione delle ostilità.
Le stime fornite includono quasi 4 miliardi di dollari per coprire i danni bellici e la sostituzione delle attrezzature. La fascia più alta di questo intervallo comprende i costi per la riparazione della USS-Gerald Ford, la portaerei ritirata dal servizio per manutenzione a seguito di “mai del tutto chiariti “incidenti”, nonché le spese per il ripristino di un sistema di allerta precoce per missili balistici, situato in Qatar e danneggiato dalla risposta iraniana. Da considerare poi le perdite a livello internazionale per quanto riguarda il mercato di greggio e gas.
Secondo gli esperti della Difesa, le perdite americane in termini di soldati e mezzi materiali sono contenute, se paragonate agli standard delle guerre in cui le due parti in conflitto sono più equilibrate. Tuttavia, la distruzione da parte dell’Iran di costosi sistemi radar Usa ha reso Washington più vulnerabile nell’eventualità di futuri conflitti in altri teatri operativi, come quello cinese.Tutto questi calcoli riguardano solo la parte dei costi militari della guerra, ai quali bisogna aggiungere le conseguenze economiche collegate. Ad esempio l’inflazione, che dall’inizio del conflitto è volata ai massimi degli ultimi due anni. A marzo è balzata al 3,3% dal 2,4% del mese precedente complice un caro-energia che ha fatto schizzare i prezzi della benzina del 12,5%.
La guerra rischia di impoverire gli americani, già alle prese con una enorme difficoltà di arrivare alla fine del mese, mentre l’amministrazione presidenziale minimizza. Gli analisti però non condividono e mettono in guardia sul fatto che i prezzi resteranno alti per un periodo prolungato, considerato che le aziende sono rapide nei rincari ma molto più lente nel ridurre i prezzi. Senza contare che non è chiaro quando la situazione dello Stretto di Hormuz tornerà a una parvenza di normalità.
Nemmeno la maggior parte dei cittadini americani sono fiduciosi, con il conseguente repentino calo di consenso nel mandato presidenziale del “biondone”, nell’imminenza delle elezioni di medio termine e di un probabile procedimento di impeachment. Per Trump e la sua promessa età dell’oro è un duro colpo: eletto per rilanciare l’economia e portare avanti l’America First, si trova a dover affrontare il mancato mantenimento di tutte le promesse elettorali.
Ultimo, ma non meno importante, la guerra in Iran sta creando anche un enorme costo ambientale. Soltanto nelle prime due settimane, il conflitto ha inquinato come un milione di automobili a benzina e provocato danni climatici superiori a 1,5 miliardi di dollari. Se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi per un anno, l’inquinamento prodotto peserebbe come un’economia ad alta intensità di combustibili fossili come il Kuwait, oppure come gli 84 Paesi con le emissioni più basse messe insieme: 131 milioni di tonnellate di CO2. Il prolungamento del conflitto, tra il ripristino degli arsenali e il possibile coinvolgimento di altri Stati, aggraverebbe il bilancio.
