Roberto Roggero – Dopo oltre tre anni alla guida della multinazionale della difesa e degli armamenti, Roberto Cingolani (già deferito alla Corte Penale Internazionale insieme a Giorgia Meloni, Tony Tajani e Guido Crosetto per “complicità” nei massacri israeliani a Gaza), viene messo alla porta per decisione della presidenza del Consiglio.
A quanto pare, nei corridoi di governo la mossa non ha costituito una sorpresa, nella scia di quella che viene definita “pulizia in casa” decisa dalla premier. Una pulizia di comodo, per cercare di non scendere ulteriormente nei consensi, visti i recenti scandali in cui sono coinvolti ministri, segretari e sottosegretari.
La rimozione dell’ormai ex A.D. Roberto Cingolani da Leonardo (ex Fincantieri) verrà ufficializzata il prossimo 7 maggio, giorno in cui è stata convocata l’assemblea degli azionisti, in pratica l’assemblea di governo, vista la partecipazione azionaria dello Stato.
Gli interrogativi riguardano semmai le motivazioni che hanno portato al licenziamento, che non pochi attribuiscono a ragioni politiche, dal momento che lo stesso Cingolani si sarebbe trovato in disaccordo con alcune scelte strategiche e gestionali che, in prima istanza, riguarderebbero il particolare progetto definito Michelangelo Dome, e che non avrebbe ricevuto l’OK di Washington, e nonostante la indubbia crescita che Leonardo ha avuto nel corso dell’amministrazione Cingolani, che nel 2025 ha portato a un fatturato di oltre 20 miliardi di euro. Un notevole sviluppo dai 15 miliardi registrati nel 2022. Rimane comunque il fatto che Leonardo è una SpA partecipata in netta maggioranza dal ministero dell’Economia, quindi dal governo, che ha formale diritto di deciderne la leadership.
Roberto Cingolani già ministro dell’Ambiente del governo Draghi, è sempre stato ben visto da alcuni ambienti della maggioranza (ovvero dalla stessa Giorgia Meloni e dal fidato sottosegretario Giovanbattista Fazzolari), e al tempo stesso osteggiato da altri nella stessa parte. Ma questa non è una novità quando si parla di incarichi che contano veramente, ma le condizioni iniziali ovviamente son cambiate nel frattempo, pur avendo il sostegno del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che proviene dagli stessi ambienti e nonostante il favore nei confronti di Lorenzo Mariani, che oggi, guarda caso, viene insediato al posto dello stesso Cingolani.Tornando sul pezzo, quindi, che cosa c’entra Washington e che cosa è il progetto Michelangelo Dome?
In pratica, un’idea di difesa basata su uno scudo di droni e missili, la più grande integrazione del settore che Leonardo avesse intenzione di realizzare. Una piattaforma che funziona in base alla integrazione intelligente di diversi sistemi di difesa aerea, cioè sensori aerei, navali, terrestri e spaziali, unificati tramite intelligenza artificiale, per localizzare eventuali vettori offensivi e quindi intercettarli e distruggerli prima che possano costituire un pericolo. Un po’ come il tanto decantato Iron Dome israeliano, che a tutti gli effetti si è rivelato un fallimentare colabrodo.
Il progetto Made in Leonardo doveva essere disponibile per l’acquisto da parte di diversi soggetti, principalmente i Paesi allineati, con particolare attenzione all’ambito NATO e, molto probabilmente, con destinazione Ucraina e in funzione anti-Russia.
Michelangelo Dome, però, avrebbe incontrato la concorrenza di Sky Shield, un progetto simile presentato dalla Germania nel 2022, che Berlino voleva imporre a tutti i membri UE, e che aveva già ottenuto l’adesione di venti Paesi, riuniti nel gruppo ESSI (European Sky Shield Initiative), ovviamente a guida tedesca, salvo mancato accordo con Francia, Polonia e, ovviamente, Italia. Tre fra i più influenti membri UE.
Con le più evidenti intenzioni di ottenere la leadership della difesa europea, nello stesso anno 2022, Leonardo ha dato inizio alla realizzazione di Michelangelo Dome, e nel 2025 ha presentato il progetto, dato come operativo entro il 2030 e pronto per essere testato già nel 2027 in Ucraina, come lo stesso Cingolani ha dichiarato poche settimane fa.
Domanda spontanea: che cosa c’entrano in tutto questo gli Stati Uniti, e perché Washington ha mostrato opposizione al progetto, fino a spingere per il licenziamento dello stesso Cingolani? Qui si entra nel campo delle ipotesi, perché non esistono versioni e conferme ufficiali. Ma ipotesi che, come tessere del mosaico, entrano alla perfezione al proprio posto.
Fra queste, la versione che ha visto Cingolani muoversi con esagerata autonomia, rispetto agli accordi fra governi, e il rischio che tale autonomia operativa potesse aumentare. Ovvero: un sistema autonomo di difesa in ambito NATO, avrebbe costituito il rischio di sottrarre controllo e autorità da parte dei fornitori americani e israeliani, che non sono certo disposti a farsi soffiare l’affare della difesa ucraina, con più che evidenti conseguenze in ambito diplomatico e politico. Qui sta il motivo del cambiamento di opinione da parte del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che avrebbe acquisito troppo controllo con una gestione a maggioranza italiana riguardo alla crisi ucraina.

Altre ipotesi vanno oltre i probabili contrasti che si sarebbero venuti a creare in questo senso, poiché Michelangelo rimane attualmente un progetto ancora in fase sperimentale, che ha bisogno ancora di diversi anni per essere messo a punto, quindi gli sviluppi in campo diplomatico e politico sono ancora tutti da considerare.
Resta il fatto che la mancata approvazione americana, anche se il progetto è ancora lontano dal suo completamento, avrebbe causato profondo disaccordo fra la gestione Cingolani e il governo Meloni, che non può permettersi di essere un ostacolo per Washington, e che quindi avrebbe colto la palla al balzo nel non approvare le nomine che lo stesso Cingolani avrebbe invece approvato per quanto riguarda alcuni dirigenti di primo livello all’interno di Leonardo, non eccessivamente “simpatici” all’esecutivo di governo, nonostante le indubbie competenze, che si scontrerebbero con l’appartenenza a partiti non allineati alla maggioranza di governo. Insomma, Cingolani sarebbe stato accusato di non rispettare i “consigli” del suo principale azionista e di avere favorito persone a lui vicine, per gestire più direttamente i rapporti d’affari con i francesi di Thales e Airbus, nonché il business per i droni Baykar di fabbricazione turca.
A questo punto, la scelta è quindi tornata sul più “obbediente” Lorenzo Mariani, e anche alla nomina, come presidente di Leonardo SpA, di Francesco Macrì, altrettanto disposto all’obbedienza.
Ovviamente, dalla presidenza del Consiglio, il sottosegretario Fazzolari ha subito smentito con inusitata veemenza queste versioni, che definisce “fantasiose”, perché “Cingolani ha lavorato con molta professionalità e ha sempre goduto dell’approvazione del governo, oltretutto avendo ottenuto grandi risultati in termini di visione e di innovazione all’azienda”. Una smentita che, secondo la logica degli avvenimenti, va invece a confermare le ipotesi sulle motivazioni del licenziamento, perché se Cingolani gode della piena fiducia del governo e ha raggiunto i risultati che si volevano, perché sostituirlo?
Anche cui Fazzolari dichiara che le ragioni sono “esclusivamente industriali, visto che è cambiato il panorama geopolitico e ci sono nuove priorità nell’industria della difesa in ambito europeo, per cui sono necessari tempi più veloci per quanto riguarda la produzione. Per questo, il governo ha ritenuto più adatto un profilo come Lorenzo Mariani, che ha una lunghissima esperienza in questo specifico settore industriale”. Anche questa è una dichiarazione che contrasta totalmente con la stessa logica e dinamica della produzione e dei risultati ottenuti fino a oggi. Si dice in genere che “squadra vincente non si cambia”, eppure è successo proprio questo…
