Missili iraniani contro la base di Incirlik, la più grande base NATO in Turchia: analisi geopolitica dopo il secondo attacco
di : Chiara Cavalieri
ANKARA-Il Medio Oriente vive una nuova fase di forte tensione dopo che la base aerea di Incirlik, la più grande base NATO in Turchia, è stata colpita per la seconda volta da un missile iraniano. L’episodio rappresenta un passaggio estremamente delicato perché coinvolge direttamente un Paese membro dell’Alleanza Atlantica e rischia di modificare gli equilibri già fragili della regione.
Il missile, secondo le prime ricostruzioni, è stato intercettato dai sistemi di difesa della NATO. Tuttavia il significato politico dell’azione è evidente: Teheran ha voluto inviare un segnale diretto ai Paesi della regione e agli alleati occidentali, in un momento in cui la tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele è già molto alta.
L’attacco alla base di Incirlik, uno dei principali hub militari della NATO nel Mediterraneo e in Medio Oriente, solleva interrogativi importanti sul ruolo della Turchia, sulla sicurezza europea e sulla possibilità che la crisi possa allargarsi ulteriormente.
Per analizzare la situazione abbiamo intervistato l’ambasciatore Carlo Marsili, tra i diplomatici italiani più autorevoli nella conoscenza della Turchia e delle dinamiche geopolitiche della regione.

CHI È L’AMBASCIATORE CARLO MARSILI
Carlo Marsili, nella Carriera Diplomatica italiana, ha ricoperto incarichi nelle sedi di:
- Monaco di Baviera come Vice Console
- Bangkok come Primo Segretario
- Ankara come Consigliere politico
- Edimburgo come Console Generale
- Bonn come Vice Capo Missione
È stato inoltre Consigliere Diplomatico Aggiunto dei Presidenti del Consiglio dei Ministri De Mita, Andreotti, Amato e Ciampi.
Dal 2 febbraio 2004 all’11 giugno 2010 è stato Ambasciatore d’Italia in Turchia (Ankara), incarico che rappresenta la più lunga missione diplomatica di un ambasciatore italiano in Turchia.
Tra le sue principali onorificenze:
- Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana
- Ordine della Repubblica di Turchia, la più alta onorificenza dello Stato turco
Ha ricevuto inoltre:
- Premio Rotary 2005 per la Diplomazia
- Premio “Diplomatico dell’Anno 2006” della Regione Marche
- **Premio “Diplomatico straniero dell’anno 2006” conferito dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan
Nel 2018 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa dell’Università di Ankara.
INTERVISTA
Ambasciatore Marsili, come interpreta l’uso dei missili da parte dell’Iran: deterrenza militare o messaggio politico alla regione?
L’uso dei missili da parte dell’Iran nasce storicamente come strumento di deterrenza strategica, cioè come mezzo per scoraggiare eventuali aggressioni da parte di potenze militarmente più forti. Tuttavia oggi la funzione principale appare soprattutto politica e simbolica.
Attraverso questi lanci Teheran manda un messaggio molto chiaro ai Paesi che la circondano: sappiamo che non siete dalla nostra parte e sappiamo anche che alcuni di voi potrebbero essere tentati di sostenere militarmente i nostri avversari. Il messaggio è quindi un avvertimento: restate alla larga oppure cercate di non farvi coinvolgere troppo nel conflitto.
Va ricordato però che molti di questi missili vengono intercettati e abbattuti. Di conseguenza il loro impatto militare reale è spesso limitato, mentre resta molto forte il valore politico e psicologico.
Il fatto che la base NATO di Incirlik sia stata colpita per la seconda volta cambia gli equilibri della crisi?
Mandare missili verso la Turchia rappresenta, a mio avviso, un errore strategico molto evidente da parte dell’Iran.
La Turchia ha sempre mantenuto rapporti corretti con Teheran. I due Paesi sono confinanti e Ankara sa bene che l’Iran è una realtà geopolitica molto importante della regione con cui conviene mantenere relazioni equilibrate.
C’è poi un elemento politico significativo: la Turchia è uno dei Paesi della regione che si è espresso con maggiore forza contro Israele e a sostegno della popolazione palestinese di Gaza. Colpire proprio la Turchia appare quindi un paradosso politico.
Inoltre non bisogna dimenticare che la Turchia è un Paese NATO. Questo significa che è inserita nel sistema di difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e che un attacco contro il suo territorio assume inevitabilmente una dimensione internazionale molto delicata.
La strategia missilistica iraniana può essere interpretata come una risposta alle sanzioni occidentali?
Non credo che sia solo questo. Le sanzioni occidentali continuano da anni e fanno parte della pressione internazionale sull’Iran.
La strategia missilistica iraniana sembra piuttosto rientrare in un progetto autonomo di proiezione di potenza. Teheran vuole dimostrare che, nonostante le pressioni esterne, resta una potenza regionale capace di influenzare gli equilibri del Medio Oriente.
Naturalmente questa strategia ha dei limiti evidenti, perché il numero di missili e le capacità industriali dell’Iran non sono illimitate.
Esiste il rischio di un conflitto regionale più ampio?
Il rischio esiste sempre quando si verificano episodi di questo tipo. Tuttavia non credo che si arrivi necessariamente a una guerra regionale generalizzata.
Molti Paesi della regione comprendono che questi lanci hanno soprattutto un significato politico e di ammonimento.
Allo stesso tempo però bisogna riconoscere che il conflitto è già molto ampio, considerando l’azione militare molto incisiva che stanno conducendo gli Stati Uniti e soprattutto Israele.
Quale ruolo può avere la Turchia in questa fase?
La Turchia ha spesso cercato di svolgere un ruolo di mediazione internazionale. Lo ha fatto, ad esempio, nel conflitto tra Russia e Ucraina.
Nel caso del conflitto israelo-palestinese la situazione è più complessa, perché Ankara ha assunto una posizione chiaramente favorevole alla Palestina, e questo rende inevitabilmente più tesi i rapporti con Israele.
Tuttavia la Turchia resta una potenza regionale molto importante, capace di influenzare gli equilibri politici e strategici della regione.
L’Europa dovrebbe preoccuparsi di più della propria sicurezza?
Direi di sì. L’Europa ha cominciato a preoccuparsi seriamente della propria sicurezza solo negli ultimi anni.
Per molto tempo l’Unione Europea non è riuscita a costruire una vera politica estera e di difesa comune.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno dato una sorta di sveglia strategica, chiedendo agli europei di assumersi maggiori responsabilità nel campo della sicurezza e della difesa.
La diplomazia internazionale dispone ancora di strumenti efficaci?
In questo momento bisogna riconoscere che la diplomazia internazionale è in grande difficoltà.
Il sistema multilaterale, e in particolare le Nazioni Unite, mostra molti limiti nel gestire crisi di questa portata.
Questo non significa che la diplomazia sia finita. Prima o poi si dovrà negoziare una soluzione politica. Ma come spesso accade nella storia, i negoziati avverranno sulla base dei rapporti di forza che emergeranno dal conflitto.
Quanto pesa la dimensione energetica nella crisi?
La questione energetica è centrale. Il Medio Oriente resta una delle principali aree di produzione di petrolio e gas del mondo.
Qualsiasi tensione nella regione ha effetti immediati sui mercati energetici. I prezzi dell’energia stanno già aumentando e le rotte marittime strategiche stanno diventando più difficili e rischiose.
Questo fenomeno colpisce non solo il Medio Oriente e la Turchia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti.
Guardando al futuro, l’Iran resterà una minaccia strategica per l’Occidente?
Personalmente dubito che l’Iran possa sviluppare nel prossimo futuro un programma missilistico davvero pericoloso per l’Occidente nel suo complesso.
Potrà rappresentare una minaccia per alcuni Paesi vicini, ma difficilmente per potenze più lontane.
È possibile che alla fine di questa crisi l’Iran esca ridimensionato, mentre Israele potrebbe rafforzarsi.
Ma bisogna evitare che anche Israele diventi il padrone del Medio Oriente. Il Medio Oriente è una regione troppo complessa per avere un unico padrone.
In questo contesto la Turchia potrebbe svolgere un ruolo importante di equilibrio e stabilizzazione nella regione.
IL MESSAGGIO DI ANKARA: LA TURCHIA NON ACCETTERÀ PROVOCAZIONI
Nel frattempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha lanciato un duro monito sulla situazione regionale, ricordando come negli ultimi cinquant’anni gli interventi esterni e i tentativi di ingegneria geopolitica abbiano prodotto in Medio Oriente conseguenze devastanti sul piano politico, sociale ed economico.

Ankara – ha sottolineato – non intende permettere che la regione riviva le stesse tragedie. Erdoğan ha inoltre avvertito che «la Turchia non è più la vecchia Turchia», invitando tutti gli attori coinvolti a ricalcolare le proprie mosse e a evitare passi provocatori che possano compromettere i rapporti con Ankara. Il presidente turco ha infine sottolineato che trascinare la regione in un nuovo conflitto significherebbe aprire ferite profonde nella coscienza dei popoli e mettere in pericolo un millenario legame di vicinato e fratellanza tra le nazioni della regione.
UN TENTATIVO DI MEDIAZIONE TRA WASHINGTON E MOSCA
Sul piano diplomatico internazionale, si registra un nuovo tentativo di mediazione. Donald Trump ha infatti avuto un colloquio telefonico con Vladimir Putin, chiedendo al presidente russo di favorire una proposta di pace da presentare agli iraniani per cercare di fermare l’escalation militare.

L’iniziativa segnala come, nonostante la crescente tensione militare, si stiano aprendo canali diplomatici tra le grandi potenze nel tentativo di evitare un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente
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