Roberto Roggero – Fra alti e bassi, botta e risposta, tregua e ripresa, chiusura e riapertura dello Stretto di Hormuz, è sempre più difficile tenere il passo con la guerra di aggressione che Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro l’Iran. La situazione cambia di giorno in giorno, i colloqui che dovevano riaprirsi a Islamabad sono bloccati, dopo che il “biondo” Donald ha richiamato la delegazione americana guidata dal vice-presidente J.D. Vance e la successiva con l’inviato speciale Steve Witkoff e il fanciullo di Casa Trump, Jared Kushner. Sul terreno, la situazione è rovente, e la minaccia di una ripresa delle ostilità è come la classica spada di Damocle.
Quale potrebbe essere la giusta strategia? Quali le possibili soluzioni e gli scenari peggiori? Esiste ancora una possibilità che Washington e Teheran possano giungere a un accordo? E’ possibile che la tregua in atto sia un pretesto, per Donald “il biondone”, per preparare un attacco ancora più massiccio contro l’Iran? E se così fosse, quale potrebbe essere la risposta della Repubblica Islamica? Insomma, le domande sono infinite, soprattutto riguardo al nocciolo della questione, lo Stretto di Hormuz.
Di certo, la guerra non può protrarsi all’infinito, bisognerà pur giungere a una fine, anche se non è detto che ci sia un vincitore e un perdente, perché potrebbe finire con entrambe le parti in causa perdenti e nessun vincitore. E come finirà fra Iran e stato nazi-sionista israeliano?
E’ difficile che il fulvo presidente americano possa prevalere con le richieste imposte, e lo è anche per quanto riguarda la pressione militare: l’Iran ha già dimostrato non solo di potersi difendere, ma di prendere l’iniziativa e passare alla controffensiva, coinvolgendo anche quei Paesi arabi che tacitamente sostengono l’aggressore. Non è chiaro, d’altra parte, perché alla Casa Bianca, ci si intestardisca a non volerlo capire. E’ quindi evidente che non sia possibile porre fine al conflitto sul piano militare, perché l’unica possibilità rimane comunque la diplomazia, dato che la “resa incondizionata” dell’Iran, secondo quanto invocava Donaldone, è fuori discussione, tanto quanto la verità che il “biondo” continua a propinare sul fatto di aver decimato le capacità di risposta del nemico. Posto che “decimato” significa letteralmente “avere ridotto di 1/10”, quindi la Repubblica Islamica ha ancora il 90% delle proprie risorse pianamente disponibili.
Trump sta continuando ad abbozzare, o almeno questo è il messaggio che trapela dallo Studio Ovale, quindi l’evidenza dei fatti è che gli Stati Uniti non hanno una strategia, poiché si aspettavano di concludere la questione in pochi giorni. Un clamoroso errore di valutazione, anche perché una vittoria tattica sul campo non equivale alla vittoria strategica. È una lezione che gli strateghi, e soprattutto i politici americani, avrebbero dovuto imparare dal Vietnam. Un efficiente impiego tattico, quello americano e israeliano, ma indubbiamente un grossolano fiasco strategico.
Se l’amministrazione Trump vuole davvero la “resa incondizionata” di Teheran, gli Stati Uniti dovrebbero fare all’Iran ciò che hanno fatto alla Germania e al Giappone nella Seconda Guerra Mondiale: schiacciare completamente il potere militare iraniano, occupare il Paese e imporre un nuovo governo filostatunitense. Eventualità oltre la più ipotetica fantapolitica.
Per ragioni di politica interna, Trump ha bisogno di districarsi da quella che era partita come operazione “Epic Fury” o “Epic Thunder” (“Tuono Epocale”) e che oggi si è trasformata in “Epic Blunder” (“Epico Fallimento”), ma questo richiederebbe l’impegno in un serio processo negoziale, soprattutto non tanto per lo Stretto di Hormuz, quanto per il programma nucleare, iniziato con il presidente Obama e approdato ai primi timidi risultati dopo ben un anno di incontri indiretti fra le due parti, e poi circa due anni di negoziati formali fra diplomatici ed esperti tecnici americani e iraniani.
Se l’amministrazione Trump crede di poter risolvere la questione nucleare (per non parlare del programma missilistico iraniano e del sostegno ai gruppi proxy in Iraq, Gaza e Libano) mandando il vicepresidente J.D. Vance a Islamabad per un solo giorno, o inviando Steve Witkoff e Jared Kushner in Pakistan per un paio di giorni o, come sembra credere ora il “biondo”, con una semplice telefonata, si tratta di una buffonata diplomatica e di una sconvolgente mancanza di comprensione di come ci si debba muovere in diplomazia.
Per quanto riguarda una eventuale azione di terra, con Trump che fa di tutto per non essere visto come un perdente, specialmente sull’amato social “Truth”, è praticamente impossibile, a meno che il fulvo presidente non voglia andare incontri a un disastro completo, oltre al fatto che verrebbe meno alle promesse elettorali (ma questo pare non sia un problema), secondo cui era prioritario evitare pantani come Afghanistan e Iraq.
Conquistare il principale impianto petrolifero iraniano sull’isola di Kharg sarebbe molto rischioso e causerebbe certamente numerose vittime americane. Allo stesso modo, se gli Stati Uniti volessero impedire all’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, probabilmente dovrebbero inviare un numero significativo di truppe di terra nella regione costiera iraniana. Anche il ricorso a operazioni speciali per impadronirsi dell’uranio arricchito iraniano andrebbe incontro alla stessa sorte. Un azzardo che Washington non può permettersi.
È incomprensibile che Trump non si sia reso conto che l’Iran avrebbe risposto a un’aggressione americana e israeliana, chiudendo Hormuz. Gli Stati Uniti hanno iniziato a pensare seriamente ai rischi di sicurezza nel Golfo nel 1979/80, come risposta alla guerra Iran-Iraq e all’invasione sovietica dell’Afghanistan. In seguito a questi eventi è stato creato il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) proprio per salvaguardare gli interessi americani nella regione, inclusa la garanzia di non perdere l’accesso al petrolio. Sembra che Trump abbia ignorato questo chiarissimo segnale.
