Le dichiarazioni di Alexei Likhachev accendono i riflettori sui rischi nucleari nel conflitto in corso. Preoccupazione per la perdita di contatti con i vertici iraniani del settore atomico.
di Chiara Cavalieri
MOSCA- La tensione attorno al programma nucleare iraniano compie un salto qualitativo. Il direttore generale della Rosatom, Alexei Likhachev, ha lanciato un avvertimento che risuona come un campanello d’allarme per l’intero Medio Oriente: un eventuale attacco alla centrale nucleare iraniana di Bushehr Nuclear Power Plant potrebbe generare una “catastrofe regionale diffusa”.

Le parole pronunciate ai giornalisti non lasciano spazio a interpretazioni attenuanti. Il reattore di Bushehr – attualmente in piena operatività – contiene circa 72 tonnellate di combustibile nucleare attivo e oltre 210 tonnellate di combustibile esaurito. Una massa imponente di materiale fissile che, in caso di danneggiamento strutturale grave, potrebbe determinare una contaminazione su vasta scala.
IL NODO BUSHEHR E I RISCHI PER IL GOLFO
La centrale di Bushehr, situata sulla costa del Golfo Persico, rappresenta un’infrastruttura strategica non solo per l’Iran ma per l’equilibrio energetico e ambientale dell’intera regione. La sua collocazione geografica amplifica il rischio: un incidente nucleare potrebbe compromettere le acque del Golfo, incidendo su Paesi costieri come Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Likhachev ha sottolineato con fermezza che gli impianti nucleari devono restare fuori dal teatro di guerra. Colpirli significherebbe oltrepassare una soglia che trasformerebbe un conflitto regionale in una crisi ambientale e sanitaria di portata transnazionale.
ATTACCHI A FORDOW, NATANZ E TEHERAN
Parallelamente, il direttore di Rosatom ha confermato che attacchi sono stati condotti contro siti sensibili del programma nucleare iraniano, tra cui:
- Fordow Fuel Enrichment Plant
- Natanz Nuclear Facility
- Il complesso nucleare di Teheran, che include il reattore di ricerca della capitale.
Secondo Likhachev, al momento non vi sono dati certi sull’entità dei danni subiti da tali strutture. Ancora più preoccupante è la perdita totale di contatti con i vertici del settore nucleare iraniano: telefoni muti, e-mail senza risposta. Una circostanza che alimenta interrogativi non solo tecnici ma anche politici.
IL FATTORE GEOPOLITICO
L’allarme lanciato da Mosca si inserisce in un contesto di alta volatilità regionale. La Russia, partner tecnologico nella costruzione e nel supporto di Bushehr, ha un interesse diretto nella sicurezza dell’impianto. Un eventuale disastro nucleare non avrebbe solo implicazioni ambientali, ma riscriverebbe gli equilibri diplomatici tra potenze globali coinvolte indirettamente nel confronto.
La questione supera il piano militare. Colpire un’infrastruttura nucleare operativa significa esporsi a conseguenze simili, per gravità potenziale, a incidenti storici come Chernobyl o Fukushima, con un impatto che travalica confini e alleanze.
UNA LINEA ROSSA DA NON OLTREPASSARE
Le dichiarazioni di Rosatom delineano una linea rossa chiara: l’immunità degli impianti nucleari deve restare un principio condiviso anche nei conflitti più aspri. La presenza di oltre 280 tonnellate complessive tra combustibile attivo ed esaurito rende Bushehr un punto estremamente sensibile.
In un Medio Oriente già attraversato da tensioni sistemiche, l’ipotesi di una contaminazione radioattiva nel Golfo Persico rappresenterebbe uno scenario di destabilizzazione senza precedenti, con ricadute sanitarie, economiche e ambientali che coinvolgerebbero milioni di persone.
La crisi attuale conferma che il dossier nucleare iraniano non è più soltanto una questione di proliferazione o deterrenza, ma una variabile diretta di sicurezza ambientale regionale.
@RIPRODUZIONE RISERVATA.
