Analisi delle nuove dinamiche regionali tra Cairo, Ankara e Riyadh alla luce di un report pubblicato da Mida e attribuito al Gatestone Institute
di Chiara Cavalieri
TEL AVIV- Il 24 febbraio 2026 la piattaforma israeliana Mida ha pubblicato un lungo rapporto – attribuito al Gatestone Institute – che lancia un avvertimento strategico: mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sull’Iran, si starebbe formando un diverso assetto geopolitico sunnita guidato dalla Turchia, con il coinvolgimento dell’Egitto e il sostegno saudita.
Secondo il report, l’obiettivo non sarebbe una guerra immediata, ma un accerchiamento progressivo di Israele attraverso strumenti diplomatici, economici e militari.
Il tour regionale di Erdoğan
All’inizio di febbraio 2026 il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha effettuato una serie di incontri chiave:
- 3 febbraio: Arabia Saudita
- 4 febbraio: Egitto
- 7 febbraio: incontro a Istanbul con Re Abdullah II di Giordania
Per il rapporto israeliano non si tratta di semplici visite protocollari, ma del consolidamento di un processo iniziato nel 2022, quando Ankara ha avviato una normalizzazione con gli Stati arabi dopo anni di tensioni legate al sostegno turco alla Fratellanza Musulmana.

Il riavvicinamento turco-egiziano
Il capitolo più delicato riguarda il riavvicinamento tra Ankara e Il Cairo.
Dopo un decennio di gelo diplomatico seguito alla caduta di Mohamed Morsi nel 2013, la visita di Erdoğan al Cairo viene descritta come la chiusura simbolica di una frattura strategica.

Secondo il report:
- sarebbe stato firmato un accordo quadro militare da 350 milioni di dollari;
- prevista cooperazione su produzione congiunta di armamenti, condivisione di intelligence ed esercitazioni comuni;
- consegna di sistemi di difesa aerea turchi;
- obiettivo commerciale di 15 miliardi di dollari di interscambio.
Dal punto di vista israeliano, l’ingresso dell’Egitto in un asse coordinato con Ankara amplificherebbe il peso geopolitico di un Paese che controlla il Canale di Suez e rappresenta un attore chiave nel Nord Africa e nel Mar Rosso.
L’asse con Riyadh
Anche il riavvicinamento tra Ankara e Arabia Saudita viene definito strategicamente significativo.
Dopo anni di tensioni seguite all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018, Turchia e Arabia Saudita avrebbero:
- avviato investimenti sauditi da 2 miliardi di dollari nel settore delle rinnovabili in Turchia;
- ampliato la cooperazione su droni e difesa aerea;
- fissato un obiettivo commerciale di 50 miliardi di dollari.
Il rapporto sottolinea come questa convergenza non sia solo economica, ma includa una crescente sintonia su dossier come Gaza, Siria e stabilità regionale.
La dimensione africana e il Mar Rosso
Uno degli aspetti più sensibili riguarda l’Africa e il Mar Rosso.
Il report evidenzia:
- cooperazione turco-egiziana in Libia dopo anni di contrapposizione;
- coinvolgimento turco e saudita nella crisi sudanese;
- rafforzamento della presenza egiziana in Somalia;
- base militare turca a Mogadiscio;
- centralità dello stretto di Bab el-Mandeb per il commercio globale.
L’interpretazione israeliana è che la pressione cumulativa lungo il Mar Rosso potrebbe incidere indirettamente sulla sicurezza e sulle rotte commerciali israeliane.
La risposta di Netanyahu
Il 19 gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu, intervenendo alla Knesset, ha dichiarato che non saranno ammessi soldati turchi o qatarioti nella Striscia di Gaza.
La posizione viene letta come una linea rossa strategica volta a:
- impedire un radicamento turco nel futuro assetto postbellico di Gaza;
- mantenere controllo israeliano sulle dinamiche di sicurezza;
- segnalare a Washington la percezione di Ankara come minaccia di lungo periodo.
Fronte compatto o interessi divergenti?
Il rapporto conclude con un interrogativo: il blocco sunnita emergente riuscirà a consolidarsi?
Restano variabili importanti:
- la diffidenza egiziana verso la Fratellanza Musulmana;
- la competizione tra Riyadh e Ankara per la leadership del mondo sunnita;
- la posizione pro-normalizzazione degli Emirati Arabi Uniti;
- il ruolo degli Stati Uniti.
L’analisi israeliana suggerisce che il rischio non sarebbe una guerra immediata, ma una pressione graduale, iniziata sul piano diplomatico prima che militare.
In geopolitica, spesso non è il colpo improvviso a cambiare gli equilibri, ma l’accumulo silenzioso di mosse coordinate. E quando le alleanze si ridefiniscono, ciò che sembra dialogo può essere percepito da altri come accerchiamento.
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