Roberto Roggero – Una cosa ignobile, fra i numerosi ricatti che l’amministrazione del “biondo” presidente mette in atto come arbitraria ripercussione a chiunque si permetta di manifestare opposizione o contrarietà alla volontà del MAGA (Make America Great Again). Nessuna differenza rispetto ai gangster della Chigaco di Al Capone, che se non pagavi il pizzo, facevano saltare in aria l’auto o il negozio.
E’ successo ai cinque giudici della Corte Penale Internazionale dell’Aja, ovvero Reine Alapini Gansou del Benin, Beti Hohler della Slovenia, Nicolas Guillou dalla Francia, Gocha Lordkipanidze dalla Georgia, Erdenebalsuren Damdin dalla Mongolia, che hanno avuto l’ardire di autorizzare un mandato di arresto internazionale nei confronti del criminale genocida Benjamin Netanyahu e al compare assassino ministro della Difesa Yoav Gallant. Nel mirino naturalmente anche la italiana Francesca Albanaese, accusata di antisemitismo solo per avere preso le difese della popolazione palestinese, e di avere consigliato la Corte Penale Internazionale di avviare indagini nei Territori Palestinesi Occupati, nonché nei confronti di aziende e manager in combutta con lo Stato nazi-sionista israeliano. Le immediate conseguenze comportano il divieto, per le aziende americane, di offrire qualunque servizio, e il blocco delle carte di credito Mastercard, Visa e American express, con il conseguente blocco dei conti correnti. Impossibile pagare la spesa al supermercato, fare benzina alla propria auto, utilizzare il telefono cellulare, e molto altro.
Perché il “biondo” Donald può permettersi di fare questo, a parte la totale inazione/complicità dei diversi servitori e vassalli? Semplicemente perché la maggior parte delle transazioni effettuate via credit card sono controllate da circuiti statunitensi. Un rischio che minaccia tutti, in virtù della egemonia del dollaro, che impugna la leva della ghigliottina finanziaria.
In sostanza, oltre alla prepotenza militare, gli Stati Uniti esercitano anche il gangsterismo economico-finanziario in misura pure maggiore, e senza scialacquare miliardi. Succede da quasi un secolo, e per un volume che supera i 70 miliardi di dollari in titoli di Stato, depositi, azioni e fondi esteri, oltre alla gestione di più di 1/3 dei quasi 40mila miliardi di dollari di debito pubblico americano. E ovviamente sono compresi i circa 300 miliardi di euro che ogni anno dall’Europa vengono investiti a Wall Street.
Sullo sfondo, il dato inquietante è che il dollaro rappresenta il 58% delle riserve delle banche centrali mondiali, mentre l’euro è fermo al 20%, lo yen giapponese al 6%, la sterlina britannica al 5% e il renminbi cinese al 2%. Il dollaro è la valuta con la quale avviene circa la metà di tutti i pagamenti mondiali e inoltre, a parte le transazioni della zona euro, nel commercio mondiale delle esportazioni, il dollaro è assoluto padrone della situazione, con il 96,3% nelle Americhe, il 74% nel continente Asia-Pacifico, il 23,1% in Europa, e il 79,4% nel resto del pianeta.
Ogni brand, azienda, impresa, che operi in territori esteri al proprio, è sostanzialmente obbligato a operare in dollari, il che spiega perché il 60% dei depositi bancari internazionali è in valuta americana, e perché le banche devono necessariamente avere un conto in un istituto di credito americano, dal momento che le transazioni avvengono in un sistema creditizio Made in USA. Questo sistema fa sì che le autorità finanziarie americane decidono il bello e il cattivo tempo anche se le operazioni finanziarie non hanno alcun collegamento con gli Stati Uniti.
Com’è comprensibile, una condizione di assoluta dittatura finanziaria, e vera e propria arma di ricatto, perché qualunque società, azienda, o anche persona singola, venga esclusa o sanzionata, è automaticamente condannata al fallimento senza possibilità di appello.
Di esempi ce ne sono diversi, fra cui il caso degli istituti bancari europei che, fra il 2010 e il 2020, hanno gestito le transazioni dei propri clienti con Libia, Iran, Sudan, Myanmar e Cuba (Paesi colpiti da sanzioni statunitensi). Per non essere escluse dal circuito mondiale del dollaro, hanno dovuto chinare il capo e pagare a loro volta sanzioni per un ammontare di oltre 18 miliardi di dollari al Dipartimento di Giustizia di Washington.
I dati parlano chiaro: in dollari, BNP Paribas ha pagato 8.9 miliardi; HSBC 1,9 miliardi; UBS 1,7 miliardi; Commerzbank 1,45 miliardi; Unicredit 1,3 miliardi; Standard Chartered 967 milioni; Credit Agricole 787 milioni; ING 619 milioni; ABN Amro 540 milioni; Credit Suisse 536 milioni; Lloyd’s Banking Group 350 milioni; Barclays 300,5 milioni; Deutsche Bank 258,19 milioni; Clearstream Banking 152 milioni; Royal Bank of Scotland 100 milioni; Intesa San Paolo 2,9 milioni.
Altro esempio, il caso della banca lettone ABLV che nel 2018 venne accusata dalla amministrazione americana di collusione con la Nord Corea, e la sola minaccia di provvedimenti ha scatenato il panico in chiunque avesse un conto corrente ABLV. La banca ha chiuso i battenti dopo una decina di giorni.
Per tale motivo, la Cina ha pensato bene di correre ai ripari, con un dettagliato programma finanziario per sganciarsi dal ricatto del dollaro, ovvero effettuare scambi e transazioni in yuan, e lo sta facendo dal 2025 per circa il 40% delle operazioni, con volume in costante aumento, e con chiaro riferimento alla galassia BRICS+, che nella demolizione dell’egemonia della valuta statunitense ha uno dei suoi obiettivi prioritari. Da considerare, però, il fatto che la percentuale degli scambi mondiali in relazione alla valuta cinese è ancora limitato rispetto al volume in dollari, tuttavia anche negli Stati Uniti, le politiche instabili del “biondo” Donald cominciano a destare serie preoccupazioni. Non a caso, la Banca Centrale Europea (BCE) sta premendo per accelerare l’entrata in campo dell’euro digitale, che darebbe occasione di mollare la schiavitù finanziaria del dollaro, se non altro nel settore delle carte di credito, per poter autorizzare conti correnti anche ad aziende, industrie, società e persone prese di mira dalle sanzioni americane.
Una sfida difficile, certo, ma non impossibile, legata alla necessità che l’Europa adotti maggiori capacità di reazione economica, con l’emissione di un maggiore debito comune, maggiori transazioni e libero scambio in euro, e soprattutto la formazione di un’unica piattaforma comune invece del mantenimento di 27, cioè una per ogni Paese membro UE, oltre al fatto che, ogni anno, dall’Europa piovono a Wall Street circa 300 miliardi di euro, che vanno a profitto del mercato americano anziché di quello europeo.
Il recente accordo India-Mercosur è già un primo tangibile segnale di questa scelta, per la quale gli scambi commerciali saranno regolati in euro, e non a caso ferocemente osteggiata dagli Stati Uniti.
