Quando il vino e’ simbolo di Dio, estasi e amore assoluto
di Chiara Cavalieri*
TEHERAN- L’immagine dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, guida della Rivoluzione iraniana del 1979 e figura centrale della Repubblica Islamica, è legata nella memoria collettiva a un’idea di rigore, disciplina religiosa e potere politico.
Eppure esiste un altro Khomeini, meno noto al grande pubblico: Khomeini poeta, autore di componimenti mistici in lingua persiana, raccolti anche in opere postume come Bādeh-ye ‘Ishq – Il Vino dell’Amore.

Un fatto che può apparire sorprendente: poesie sul vino scritte da un’autorità religiosa islamica.
Ma la realtà è più complessa, e soprattutto più antica.
Nella tradizione persiana e sufi, il vino non è quasi mai alcol: è un simbolo.
Un passaggio particolarmente intenso della prefazione a Bādeh-ye ‘Ishq (The Wine of Love) descrive l’Imam Khomeini come un uomo che, “tra le caraffe dell’amore che lo avevano rapito”, offriva “bocconi a coloro che avevano sete di amore e verità”.
La sua poesia viene presentata come il segreto nascosto tra lui e l’“Amico Unico”, l’unico per cui egli viveva e al cui comando soltanto si inchinava. In questo linguaggio mistico persiano, il valore dell’uomo consiste nel non vedere altro che Dio: l’autore interpreta la libertà come il legarsi ai “capelli e ai riccioli dell’amata”, senza essere consapevoli di nulla se non dell’Unica Divinità.
Per questo la poesia diventa un ponte tra mondo materiale e mondo spirituale, tra esterno e interno, tra figura e verità.
Come ricorda il testo, parole come “vino”, “taverna”, “amore” e “amico” sono allegorie necessarie per esprimere l’indicibile, perché “il nucleo e l’asse del misticismo è l’amore”, e il poeta è costretto a usare immagini terrene per parlare della Verità infinita.
In questo senso, anche la moschea, la scuola o il sapere possono diventare “veli” se non conducono all’Amato, mentre l’estasi del vino divino resta il simbolo supremo dell’unione con Dio.
IL VINO NELLA POESIA PERSIANA: UNA METAFORA MILLENARIA
Per comprendere Khomeini poeta bisogna entrare nell’universo della letteratura mistica iraniana, attraversata da nomi giganteschi come Hafez, Rumi, Sa‘di.
In questo linguaggio poetico, parole come:
- vino
- taverna
- coppiere
- ebbrezza
non appartengono alla materia, ma allo spirito.
Il vino diventa metafora dell’esperienza divina: qualcosa che travolge, stordisce, dissolve l’ego e avvicina all’Assoluto.
Khomeini scrive, nel solco di questa tradizione:
فارسی
مستِ میِ عشقِ توأم، هوشیارم مکن
کز مستِ خراباتی، پندِ دنیا مخوا
Sono ubriaco del vino del Tuo amore, non rendermi sobrio,
perché da un ebbro della taverna
non chiedere la saggezza del mondo.
Qui l’ebbrezza è spirituale: non è fuga, ma immersione nell’Amato.
IL “VINO DELLA PRESENZA”: ESTASI E VICINANZA A DIO
Nelle poesie mistiche attribuite al suo Divān, Khomeini invoca spesso il “vino dell’amore”, chiedendo di essere inebriato dalla presenza divina per dimenticare le cose del mondo.
È un vino che non si beve con le labbra, ma con l’anima: il simbolo di una fede ardente, interiore, totalizzante.
OLTRE IL FORMALISMO: LA RELIGIONE COME FUOCO INTERIORE
Molti versi esprimono il desiderio di superare la religione come pura forma esterna: discussioni intellettuali, formalità, rituali vuoti.
Non è un rifiuto della fede, ma una ricerca della sua essenza più profonda: il cuore.
In questa prospettiva, persino la “taverna” diventa simbolo del luogo spirituale dove l’anima si spoglia di sé.
IL “PIR” DELLA TAVERNA: LA GUIDA SPIRITUALE
Khomeini richiama spesso figure tipiche del sufismo: il Pir, il maestro spirituale, o il “guardiano della taverna”, che conduce l’anima verso l’ebbrezza divina.
È un’immagine antichissima: la taverna non è peccato, ma metafora del mistero, del rovesciamento dell’ego.
L’ANNIENTAMENTO DELL’IO NELL’AMATO
Il cuore della mistica è la dissoluzione dell’identità individuale nell’Amato: l’amore per Dio è così intenso da cancellare ogni separazione.
Un secondo verso attribuito a questa tradizione poetica dice:
فارسی
من از خود گذشتم به جامِ تو، ای دوست
جز تو نماند، نه نامی، نه نشان
Sono passato oltre me stesso nel Tuo calice, o Amato,
non è rimasto che Te:
né nome, né traccia.
È il linguaggio dell’unione: non più due, ma Uno.
UN PARADOSSO SOLO APPARENTE
Che Khomeini scriva poesie sul vino non è una contraddizione, ma un segno della complessità della cultura iraniana, dove religione e poesia mistica convivono da secoli.
Il vino è Dio.
L’ebbrezza è grazia.
La taverna è il cuore.
IL VINO COME LINGUA DELL’INFINITO
Le poesie sul vino di Khomeini ci ricordano che la mistica parla per simboli.
Non un sentimento umano, ma un cammino di identificazione spirituale così intensa che ogni distinzione tra amante e Amato svanisce: una tensione verso l’unione con il Divino.
Il vino, in questa tradizione, non è trasgressione: è estasi.
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