Relations between Saudi Arabia, Iran and United States of America
Ro. Ro. – A seguito della guerra in Iran che sta sconvolgendo il Medio Oriente, l’Arabia Saudita, principale potenza economica della Regione, si trova per la prima volta stretta tra due zone di tensione marittima.
Il commercio estero di questo Paese, che vive in gran parte delle esportazioni di idrocarburi, è paralizzato dalla minaccia proveniente dai gruppi sciiti alleati con l’Iran, che quest’anno hanno attaccato le sue navi diverse volte. In particolare gli Houthi dello Yemen, che possono colpire i terminal del Mar Rosso, mentre le milizie irachene prendono di mira le infrastrutture nella parte orientale.
La struttura energetica del Regno saudita è stretta fra due fuochi, fatto che spiega in gran parte perché Riyadh voglia evitare qualsiasi escalation con l’Iran, con cui per altro aveva riaperto le relazioni bilaterali, e le reciproche ambasciate, dopo anni di ufficiale interruzione dei rapporti.
L’Arabia Saudita è in una situazione decisamente difficile, perché deve sia evitare sia una escalation con Teheran, sia mantenere la conveniente “alleanza” con gli Stati Uniti, ovvero fare molta attenzione a non compromettersi nei confronti del lunatico e borderline fulvo presidente Donaldone Trump, mettendogli i bastoni fra le ruote per quanto riguarda i suoi paradossali progetti di egemonia in Medio Oriente, e soprattutto per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, che vuole farne territorio americano, anche se su questo ovviamente è certo che l’Arabia Saudita abbia a ridire…

Al di là delle turbolenze, gli attacchi di ritorsione dell’Iran e dei suoi alleati, in risposta all’aggressione israelo-americana, mettono in discussione il progetto “Vision 2030”, avviato con grande clamore dieci anni fa dal principe ereditario Mohammed Bin Salman.
Oltre all’aspetto sociale, che soprattutto ha migliorato i diritti delle donne, questo progetto mira a modernizzare l’economia saudita, ancora in larga parte dipendente dal petrolio, i cui proventi sostengono la transizione energetica.
Questo ambizioso progetto mira ad attrarre investitori e turisti e a dare un’immagine più moderna a un Paese spesso associato alla repressione e a un rigido conservatorismo religioso.
I progetti annunciati sono decisamente ambiziosi, fra cui in particolare un edificio lungo 160 km in mezzo al deserto, un vero e proprio insediamento umano proteso verso il futuro sostenibile.
A Riyadh erano stati avviati i lavori di costruzione di un cubo venti volte più grande dell’Empire State Building, e lo sviluppo del Red Sea Project, un complesso turistico con circa 50 hotel di lusso con 10mila camere.
Dieci anni dopo, la maggior parte di questi progetti ha subito un repentino rallentamento, alcuni sono stati sospesi, altri ridimensionati a causa dell’impennata dei costi e della riluttanza degli investitori internazionali, il tutto per la guerra che l’amministrazione del fulvo Trump ha scatenato, oltre all’ultradecennale conflitto che lo stato nazi-sionista israeliano continua buttare addosso ai palestinesi, che nell’ultimo periodo si è tramutato in uno sterminio di massa, nella totale e vergognosa inazione della comunità internazionale.
A quattro anni dalla scadenza, la promessa di Vision 2030 non è stata distrutta dall’Iran, ma è diventata più costosa e più difficile da realizzare, e non certo per responsabilità di Teheran.
È ancora in piedi invece il Progetto Mar Rosso, a circa 200 km a nord di Yanbu, sulla costa occidentale, dove sono stati inaugurati diversi hotel di lusso che dovrebbero accogliere i primi ospiti internazionali già il prossimo inverno. Sempre che arrivino, Donaldone permettendo…
Ci vorranno almeno cinque anni per costruire un’immagine positiva del Mar Rosso saudita, a seconda che si scateni o meno una escalation del conflitto, ma se i primi turisti verranno accolti dai droni Houthi, ci si troverà al punto di partenza.
Un singolo attacco contro le località turistiche del Mar Rosso sarebbe sufficiente a spaventare i turisti e a scoraggiare gli investitori. Vision 2030 si basa sulla fiducia, che l’Iran può minare in qualsiasi momento e a basso costo, considerando che non è stata la Repubblica Islamica a volere questa guerra.
È una spada di Damocle incompatibile con lo sviluppo del Paese, soprattutto perché gli Houthi stanno stringendo legami sempre più stretti con i jihadisti di Al-Shabab in Somalia, per arrivare un giorno a controllare entrambe le sponde del Golfo di Aden.
In definitiva, Riyadh non ha altra scelta che tentare nuovamente di eliminare gli Houthi, forse con un attacco di terra guidato dalle forze governative yemenite, ma nel frattempo deve cercare di riallacciare i rapporti con Teheran, perché una nuova guerra potrebbe essere solo questione di tempo.
Di certo, l’Arabia Saudita possiede ancora le risorse finanziarie e la leadership necessarie per realizzare il progetto Vision 2030, ma la minaccia potrebbe mandare a monte i grandiosi piani del principe ereditario da un giorno all’altro, e sconvolgere non solo l’economia saudita, ma quella dell’intera area del Golfo e del Medio Oriente nel suo insieme.
