Ro. Ro. – C’è grande attesa, per la visita del “biondo” presidente americano in Cona, in programma fra un mese, la prima dal 2017, in un’atmosfera stracarica di tensioni internazionali, sia per i diretti rapporti di guerra economica fra Washington e Pechino, ma anche per il contributo che la Cina sta offrendo alla Repubblica Islamica dell’Iran.
Donald “il biondone” ha dichiarato di avere scritto personalmente al presidente Xi Jinping, pregandolo di smettere di fornire armi all’Iran, e da Pechino la risposta è stata che “ufficialmente la Cina non fornisce armi”. Astuzia cinese, che comunque corrisponde al vero: Pechino non fornisce armi all’Iran, ma ha messo a disposizione la propria rete di satelliti commerciali. L’interesse di Pechino rimane d’altra parte la riapertura dello Stretto di Hormuz, in quanto prima acquirente di petrolio iraniano.
Ovviamente, il fulvo Donald deve attribuirsi come di consueto ogni merito: “Mi hanno ringraziato perché sto riaprendo Hormuz, sono coscienti che lo sto facendo anche per loro, e per tutto il mondo. Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace, non è meglio che combattere? Ma se necessario siamo bravissimi a combattere, molto più di chiunque altro”. Il re della doppia faccia.
Per Pechino il conflitto in atto in Medio Oriente comporta rischi per la sicurezza energetica e l’economia, gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno dato inizio a una guerra che ha causato una crisi energetica globale, e ha sconvolto le relazioni diplomatiche a livello internazionale, pregiudicando il già delicato rapporto tra le due superpotenze mondiali.
A marzo il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha affermato che le due parti avrebbero dovuto trattarsi reciprocamente con sincerità e buona fede, ma ora la Cina accusa gli USA di comportamento pericoloso e irresponsabile in merito al blocco dello Stretto di Hormuz, e promette ritorsioni contro la minaccia di dazi statunitensi.
Mentre il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, accusa Pechino di essere un partner globale inaffidabile, per aver accumulato scorte di petrolio, a questo punto il viaggio del biondone, che avrebbe dovuto avere come obiettivo il raggiungimento di un accordo commerciale reciprocamente vantaggioso, rischia di essere oscurato dalla guerra che, quando è iniziata, secondo gli analisti avrebbe comportato alcuni vantaggi a breve termine per la Cina, e problemi per gli Stati Uniti, e infatti l’aumento dei prezzi del petrolio ha danneggiato più Washington che Pechino, il conflitto ha compromesso la credibilità di Trump sullo scenario internazionale, esaurito risorse militari statunitensi cruciali e distolto l’attenzione politica dalle minacce alla sicurezza nella regione del Pacifico.
Le riserve di combustibili fossili e il mix energetico diversificato, per contro, hanno protetto la Cina dagli effetti peggiori dello shock petrolifero. Ma quei giorni adesso sembrano un lontano ricordo. La crisi attuale comporta due rischi principali per la Cina. Il primo è che, nonostante le riserve energetiche di cui dispone, inizi a risentire delle carenze. I prezzi per gli automobilisti sono già aumentati e questo potrebbe compromettere la pianificazione a lungo termine. I cinesi sembrano preoccupati dalla rapidità con cui la leadership iraniana è stata decapitata nei primi giorni di raid, e il nodo resta il petrolio. Prima del 28 febbraio il 90% delle esportazioni, più di 1,3 miliardi di barili al giorno, veniva acquistato da Pechino. E ieri Xi Jinping è tornato a evocare la legge della giungla.
Il conflitto mina profondamente la sicurezza energetica della Cina e che ciò deve essere preso in considerazione in relazione ai suoi potenziali piani di invasione di Taiwan in futuro. La Cina deve riflettere: quali sarebbero le conseguenze di un’eventuale crisi a Taiwan dovuta a un’interruzione delle forniture energetiche? Sebbene il petrolio rappresenti meno di 1/5 del mix energetico totale della Cina, tale quota è molto più elevata in settori come trasporti e aviazione, importanti per le forze armate. E prima del contro-blocco statunitense dello Stretto di Hormuz il petrolio giungeva in Cina con flussi praticamente ininterrotti. Inoltre la guerra in Medio Oriente rischia di provocare una recessione globale: poiché l’economia cinese dipende fortemente dalle esportazioni, che rappresentano circa un quinto del pil, ciò costituirebbe un duro colpo per la crescita economica del Paese.
Pechino potrebbe ancora trarre qualche vantaggio diplomatico dall’essere percepita come un partner globale più stabile degli Stati Uniti. Nelle ultime quarantotto ore Xi Jinping ha incontrato il primo ministro spagnolo, il presidente del Vietnam, il ministro degli esteri russo e il principe ereditario di Abu Dhabi. In occasione del vertice con lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan il presidente cinese ha presentato una proposta in quattro punti per il Medio Oriente che, in termini generali, auspica la pace e il rispetto dello Stato di diritto. La scorsa settimana Pechino è stata anche accreditata come artefice verso un cessate il fuoco concordato con gli Stati Uniti, sebbene tale accordo si sia rivelato fragile. Per gli analisti la dimostrazione di forza americana potrebbe rivelarsi più influente delle promesse di stabilità della Cina.
