Dialogo con Seyed Majid Emami sui conflitti che scuotono il Medio Oriente
Il mondo osserva con crescente angoscia il Medio Oriente, oggi trasformato in una polveriera la cui deflagrazione sembra farsi ogni giorno più inevitabile. Tra città devastate, escalation militari che non risparmiano i civili e una retorica bellica sempre più accesa, la guerra non è più solo un’ipotesi geograficamente confinata, ma una realtà brutale che minaccia di travolgere gli equilibri internazionali. In un momento in cui la diplomazia ufficiale sembra segnare il passo, diventa vitale interrogare chi rappresenta le istituzioni culturali e politiche degli attori chiave della regione, per cercare di comprendere le logiche profonde che muovono questo caos. Per analizzare la complessità della crisi attuale e le posizioni dell’Iran in questo scenario di “guerra totale”, ho avuto il privilegio di intervistare il Dott. Seyed Majid Emami, Direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran a Roma e figura di spicco nel panorama accademico e istituzionale della Repubblica Islamica. In questo colloquio, il Dott. Emami affronta senza filtri i temi più scottanti: dalle radici storiche dell’odio che infiamma il presente alle prospettive di una pace che appare oggi come un miraggio lontano. Un’analisi necessaria per decifrare i segnali di un conflitto che sta cambiando per sempre il volto del nostro secolo.
Maddalena Celano: Dott. Emami, lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio geografico, ma l’arteria vitale della sicurezza energetica globale. Qual è la posizione tecnica di Teheran circa il diritto di transito delle marine militari straniere e come si articola la dottrina della “sicurezza regionale garantita dagli attori regionali” di fronte alla presenza della Quinta Flotta statunitense e alle recenti missioni europee?
Seyed Majid Emami: Guardi, esistono due risposte alla sua domanda: una tecnica e micro-giuridica, l’altra geostrategica e macro. La posizione tecnica di Teheran riguardo allo Stretto di Hormuz si basa su un’interpretazione del diritto internazionale del mare che differisce radicalmente dalla lettura delle potenze occidentali, le quali, d’altronde, vantano un’innegabile storia coloniale di quattro secoli. Se guardiamo al quadro giuridico, l’Iran opera secondo una distinzione fondamentale tra i regimi marittimi, privilegiando il concetto di “Passaggio Inoffensivo” rispetto a quello di “Passaggio di Transito”. A differenza di molti Paesi che sostengono un transito non sospendibile, l’Iran applica nello Stretto il regime del passaggio inoffensivo basato sulla Convenzione di Ginevra del 1958. Su questa base, riteniamo di avere il pieno diritto di impedire il transito di unità, specialmente navi da guerra, qualora questo sia lesivo della sicurezza o dell’ordine. È anche per questo che l’Iran, pur avendo firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982, non l’ha mai ratificata: il disaccordo sul “passaggio di transito” è totale. Teheran sostiene infatti che i diritti derivanti da tale Convenzione spettino solo agli Stati membri; di conseguenza, gli Stati non membri come gli Stati Uniti non possono invocarne le clausole per proteggere le proprie flotte. Recentemente, inoltre, abbiamo posto l’accento sulla cosiddetta “gestione intelligente” dello Stretto, che include non solo l’obbligo di coordinamento preventivo per le navi da guerra, ma anche proposte per introdurre compensazioni ambientali e servizi di pilotaggio. Spostandoci invece sulla visione geostrategica, bisogna andare oltre l’unilateralismo. La nostra risposta macro si fonda sul superamento dei vecchi ordini: la dottrina della “sicurezza garantita dagli attori regionali” è il nostro principio cardine, definita in diretta opposizione alla presenza di flotte extra-regionali. Per Teheran, la presenza della Quinta Flotta USA o delle missioni europee come EMASOH è la causa principale di insicurezza. Siamo convinti che i Paesi del Golfo Persico abbiano la capacità e la responsabilità congiunta di garantire la stabilità, mentre ogni intervento esterno funge solo da elemento di disturbo. Siamo passati dalla “Pazienza” alla “Contrapposizione Attiva”. Se la pace dovesse dipendere dal bullismo di una superpotenza, la giungla sarebbe il luogo più tranquillo della storia. Dopo anni di “pazienza attiva”, gli sviluppi di questo aprile 2026 indicano un passaggio verso una dottrina “ultra-attiva”. L’Iran utilizza il controllo su Hormuz come una variabile strategica per bilanciare le pressioni economiche e le sanzioni. Pur dichiarando lo Stretto aperto alle navi commerciali, ribadiamo che tale transito deve avvenire attraverso rotte coordinate e sotto la costante supervisione delle autorità iraniane. Il diritto marittimo deve evolversi, finalmente, sulla base della giustizia e della garanzia degli interessi di tutti gli attori coinvolti. La risposta macro si fonda sul superamento degli ordini unilaterali. La dottrina della “sicurezza garantita dagli attori regionali” è il nostro principio cardine, in opposizione alla presenza di flotte extra-regionali:
Negazione della Legittimità Straniera: Per Teheran, la presenza della Quinta Flotta USA o delle missioni europee come EMASOH è la causa principale di insicurezza. I Paesi del Golfo Persico hanno la capacità e la responsabilità congiunta di garantire la stabilità; ogni intervento esterno è un elemento di disturbo.
Dalla “Pazienza” alla “Contrapposizione Attiva”: Se la pace dovesse dipendere dal bullismo di una superpotenza, la giungla sarebbe il luogo più tranquillo della storia. Dopo anni di “pazienza attiva”, gli sviluppi del 2026 indicano un passaggio verso una dottrina “ultra-attiva”. L’Iran utilizza il controllo su Hormuz come variabile strategica per bilanciare le pressioni economiche e le sanzioni.
In questi giorni di aprile 2026, pur dichiarando lo Stretto aperto alle navi commerciali, ribadiamo che tale transito deve avvenire attraverso rotte coordinate e sotto la supervisione delle autorità iraniane. Il diritto marittimo deve evolversi sulla base della giustizia e della garanzia degli interessi di tutti gli attori coinvolti.
Maddalena Celano: Dott. Emami, guardando oltre la dimensione puramente militare, lo sviluppo del porto di Chabahar e la cooperazione strategica con India e Russia per il Corridoio Nord-Sud (INSTC) sembrano tappe forzate per ridefinire i flussi globali. In che modo questi progetti mirano a ridurre la dipendenza strategica dallo Stretto di Hormuz e quali sono le reali implicazioni per i mercati energetici europei?
Seyed Majid Emami: È un punto cruciale. Lo sviluppo del porto di Chabahar e la piena operatività del Corridoio Nord-Sud (INSTC) non sono solo opere infrastrutturali, ma strumenti che stanno letteralmente ridefinendo la geopolitica dell’energia e del commercio, permettendoci di bypassare lo Stretto di Hormuz. L’Iran punta con decisione a ridurre la dipendenza strategica di intere regioni, inclusa l’Europa, da quel singolo passaggio marittimo. In questo senso, il “Progetto Makran” — uno dei più grandi hub commerciali al mondo basato sulla navigazione nell’Oceano Indiano e nel Mare di Oman — è stato il pilastro della nostra strategia negli ultimi vent’anni. Questo progetto allenta la pressione su Hormuz agendo su due fronti principali. Innanzitutto, ci permette di uscire dal “collo di bottiglia” marittimo: il porto di Chabahar si affaccia direttamente sul Mare di Oman, fuori dal Golfo Persico. Questa posizione geografica consente a Iran, India e Russia di trasportare merci e risorse energetiche verso i mercati mondiali senza dover obbligatoriamente attraversare lo Stretto, che, come sappiamo, è soggetto a costanti rischi di chiusura. In secondo luogo, l’INSTC opera una vera e propria deviazione del transito: parliamo di un corridoio di 7.200 km che collega Mumbai alla Russia e all’Europa attraversando l’Iran. Sfruttando le nostre reti ferroviarie e stradali interne, riduciamo drasticamente la navigazione in acque rischiose, abbattendo i costi di trasporto fino al 30% e i tempi di viaggio fino al 40% rispetto alla tradizionale rotta del Canale di Suez. Per quanto riguarda i mercati energetici europei, le implicazioni sono profonde e dirette. Collegando l’Asia Centrale e la Russia ai mercati globali tramite Chabahar, l’Europa ottiene l’accesso a nuove fonti di idrocarburi, diversificando le proprie rotte e riducendo la dipendenza dai percorsi tradizionali mediorientali. C’è poi il tema dell’aggiramento delle sanzioni e della stabilità dei prezzi: la Russia utilizza l’INSTC per mantenere costanti le proprie esportazioni, mentre l’India, raffinando il greggio russo e inviandolo nel vostro continente — con record che hanno toccato i 360.000 barili al giorno — è diventata di fatto un hub di distribuzione vitale per l’Europa stessa. In ultima analisi, stiamo creando un “Corridoio di Resilienza”. Sostituire rotte marittime vulnerabili con percorsi terrestri e porti oceanici mitiga le fluttuazioni dei prezzi causate dalle tensioni militari nel Golfo Persico, a tutto vantaggio degli acquirenti europei. La nostra speranza è che uno dei risultati tangibili della resistenza iraniana sia proprio la fine di quel sistema di sanzioni che mira unicamente a imporre un’egemonia fittizia e la cosiddetta “dollarocrazia”.
Maddalena Celano: Dott. Emami, passiamo a un tema spesso al centro del dibattito internazionale: l’atomo per lo sviluppo. Oltre la narrazione securitaria occidentale, il programma nucleare iraniano risponde a precise necessità di diversificazione energetica interna. Può illustrarci i dettagli tecnici dello sviluppo del ciclo del combustibile per scopi civili e come l’Iran intenda tutelare la propria autonomia tecnologica di fronte ai regimi sanzionatori?
Seyed Majid Emami: Questa è una domanda molto tecnica e, mi permetta di dire, trasparente. C’è una distinzione fondamentale da fare: a differenza di Israele, l’Iran ha messo il proprio programma interamente a disposizione dell’AIEA. L’unica vera “colpa” che ci viene attribuita è la nostra indipendenza e l’affidamento totale sulle nostre risorse umane; le università iraniane, d’altronde, sono all’avanguardia in tutta la regione per quanto riguarda le scienze di base. Il nostro programma nucleare ha un obiettivo estremamente concreto: miriamo alla produzione di 20.000 MW di elettricità nucleare entro il 2041, proprio per ridurre la dipendenza interna dal petrolio e garantire una sicurezza energetica a lungo termine. Spesso i media mainstream dipingono l’Iran focalizzandosi solo sull’inquinamento da combustibili fossili o sull’instabilità della nostra rete elettrica; ebbene, la nostra soluzione tecnica è esattamente questa. Bisogna considerare che ogni 1.000 MW di energia nucleare prodotta ci permette di risparmiare 11 milioni di barili di petrolio o 1,8 miliardi di metri cubi di gas ogni anno. Il nostro intento è chiaro: vogliamo preservare la capacità di esportazione di gas e petrolio per attirare valuta estera, raggiungendo contemporaneamente gli obiettivi ambientali di decarbonizzazione. L’indipendenza tecnologica che abbiamo raggiunto è, paradossalmente, un prodotto delle sanzioni stesse. Per mantenere la sostenibilità del nostro sviluppo scientifico e non soccombere alle pressioni esterne, abbiamo adottato strategie precise. In primo luogo, abbiamo puntato sulla localizzazione della catena di fornitura: oggi progettiamo e produciamo internamente centrifughe, sistemi di controllo e pompe per il vuoto, proprio per minimizzare la dipendenza dalle importazioni. In secondo luogo, abbiamo diversificato i nostri partner strategici: la collaborazione con la Russia per le unità 2 e 3 della centrale di Bushehr, insieme alla pianificazione di otto nuove centrali, costituisce uno dei pilastri fondamentali contro l’isolamento tecnologico. Infine, il nostro traguardo ultimo rimane la progettazione di centrali che siano interamente autoctone.
Maddalena Celano: L’Iran possiede riserve di idrocarburi tra le più vaste al mondo. Come si sta evolvendo la strategia di “economia della resistenza” nell’estrazione e nella raffinazione, e quale ruolo gioca il settore petrolchimico iraniano nell’integrazione con i paesi BRICS?
Seyed Majid Emami: L’economia della resistenza è, in estrema sintesi, una dottrina economica endogena ma rigorosamente orientata all’esterno. La nostra posizione geografica, unita alla direzione che stanno prendendo i futuri ordini mondiali, rende assolutamente necessaria l’interazione con le potenze emergenti del blocco BRICS. Proprio nel settore degli idrocarburi, l’Iran ha compiuto un salto di qualità fondamentale: siamo passati da un approccio di mera esportazione della materia prima a uno di “petro-raffinazione”, integrando profondamente l’intera catena del valore. In questo scenario, il settore petrolchimico è diventato il vero motore dell’interazione con i membri BRICS, in particolare con Cina, India e Russia. Questa cooperazione si sviluppa su tre direttrici principali. In primo luogo, garantiamo la sicurezza delle materie prime (il cosiddetto feedstock): essendo uno dei maggiori produttori mondiali di urea, metanolo e polimeri, l’Iran rappresenta l’arteria vitale per le industrie agricole e manifatturiere del “BRICS Plus”. Ancora oggi, ad aprile 2026, rimaniamo il fornitore chiave per le raffinerie private cinesi, le cosiddette Teapots, e per i mercati indiani. C’è poi un punto fondamentale per il nuovo ordine post-bellico: lo scambio con valute locali. I nostri prodotti petrolchimici vengono oggi utilizzati come una sorta di “valuta-merce” negli scambi internazionali. Attraverso progetti come il BRICS Clear, stiamo integrando sistemi di regolamento finanziario che non necessitano più dell’intermediazione del dollaro. Infine, non dobbiamo dimenticare gli investimenti congiunti: le industrie a valle offrono continuamente nuove opportunità di partnership tecnica con le aziende del blocco BRICS, consolidando un’integrazione che è tanto economica quanto strategica.
Maddalena Celano: Il Rapporto con la Santa Sede: L’Iran e il Vaticano mantengono relazioni diplomatiche ininterrotte dal 1954. In un’epoca di forti tensioni, come analizza dal punto di vista geopolitico questa “asse della saggezza” che unisce Teheran e Roma, e quanto influisce il pensiero teologico sulla pragmatica della pace regionale?
Ha usato un’espressione molto appropriata. Il rapporto tra Iran e Vaticano, ininterrotto dal 1954, è uno dei canali diplomatici più unici al mondo. Questo “asse della saggezza” è una collaborazione tra due potenze spirituali — l’Islam sciita e il Cattolicesimo — che condividono molto nella visione del mondo. Entrambe le parti criticano un ordine internazionale basato sulla pura forza militare (“pace armata”). Il Vaticano si è tradizionalmente opposto alle sanzioni economiche che colpiscono i civili, e l’Iran accoglie con favore l’influenza morale del Papa. Per il Vaticano, l’Iran è fondamentale per la sopravvivenza delle minoranze cristiane nella regione (Iraq, Siria, Libano). Teheran, per sua natura multietnica e secondo la sua Costituzione, è tollerante e responsabile verso le minoranze religiose, in netto contrasto con le narrazioni estremiste (come l’ISIS). I cristiani non dimenticheranno il sacrificio dei soldati iraniani caduti per proteggere le loro vite e le loro chiese dalle aggressioni degli estremisti in Iraq e Siria.
La teologia qui non è astratta, ma uno strumento di pacificazione:
Giustizia vs Potere: Sia nel pensiero sciita che nella dottrina sociale della Chiesa, la “pace” ha senso solo all’ombra della “giustizia”. Ciò porta a posizioni vicine sul disarmo nucleare e sui diritti dei palestinesi.
Dialogo Razionale: Teheran e il Vaticano si affidano alla “razionalità religiosa”. I dialoghi regolari tra il Centro per il Dialogo Interreligioso iraniano e il Dicastero per il Dialogo Interreligioso forniscono un linguaggio comune anche durante le tensioni militari.
Nella crisi attuale contro l’Iran, il Papa sta dalla parte giusta della storia condannando il massacro dei civili. Molti dotti iraniani e genitori di bambini vittime (come a Minab) hanno scritto lettere di ringraziamento al Papa. La mediazione del Vaticano in casi come Gaza, Libano o Yemen può essere più efficace dei fallimentari tentativi della diplomazia classica.
Maddalena Celano: Storicamente, l’Italia è stata il ponte tra l’Iran e l’Europa. Come valuta l’evoluzione della politica estera italiana dalla fine della Guerra Fredda a oggi, e quali margini di manovra vede per una “Realpolitik” italiana che non sacrifichi gli interessi nazionali?
Seyed Majid Emami: Sebbene la mia specializzazione sia la diplomazia culturale, sostengo da sempre che l’Italia sia il Paese dell’Europa occidentale più vicino e amico dell’Iran. Dobbiamo ricordare che Iran, Italia, Grecia ed Egitto non sono semplicemente degli stati moderni, ma i superstiti delle più importanti civiltà umane; in questo senso, il “Forum delle Antiche Civiltà” che si terrà prossimamente proprio in Italia rappresenta un’occasione preziosa per guardare finalmente oltre l’ordinario. A mio avviso, l’Italia dispone oggi di tre spazi vitali di manovra per evitare di sacrificare i propri interessi nazionali. Il primo riguarda il concetto di “Mediterraneo Allargato”: Roma comprende perfettamente che la sicurezza nel Mediterraneo è indissolubilmente legata alla stabilità nel Golfo Persico. Per questo, l’Italia deve concentrarsi sulla “diplomazia dei porti” e sulla gestione di quelle linee marittime dove l’Iran rappresenta un attore ineliminabile. Il secondo spazio è quello della diplomazia energetica e dei corridoi: data la necessità italiana di diversificare le proprie fonti di gas, Roma ha tutte le carte in regola per proporsi come la destinazione finale dei corridoi che transitano dall’Iran, come nel caso del potenziale sviluppo futuro dell’INSTC. Questo percorso richiede però un “pragmatismo tecnico” capace di restare separato dalle contingenze delle tensioni politiche. Infine, c’è il ruolo fondamentale della mediazione nell’ombra, il cosiddetto back-channeling. Grazie alla profonda fiducia di cui gode a Teheran, l’Italia può agire come un vero “avvocato della razionalità” presso le istituzioni di Bruxelles, spiegando ai partner europei che il collasso totale dei rapporti con l’Iran avrebbe costi insostenibili per tutto il sud Europa, specialmente in termini di flussi migratori ed energia. Nella crisi attuale di aprile 2026, abbiamo osservato come l’Italia abbia saggiamente evitato di chiudere i canali diplomatici. Il successo della Realpolitik italiana dipenderà proprio da quanto riuscirà a convincere Washington che un’Italia forte nel dialogo con l’Oriente costituisce un vantaggio strategico per la stabilità dell’intero Occidente, e non una minaccia.
Maddalena Celano: Dott. Emami, esiste un parallelismo profondo tra l’esperienza storica della Resistenza italiana e il concetto iraniano di lotta per l’indipendenza. In che modo questa eredità comune di sovranità modella oggi la percezione iraniana degli equilibri di potere nel Mediterraneo allargato? Inoltre, citando la stagione di Enrico Mattei e i grandi accordi petroliferi del passato, quali sono oggi le condizioni necessarie affinché l’Italia possa tornare a essere un partner privilegiato per lo sviluppo infrastrutturale in Iran?
Seyed Majid Emami: Innanzitutto, colgo questa occasione per porgere i miei più sinceri auguri per questo 25 Aprile 2026, la Festa della Liberazione, rendendo omaggio a tutti i martiri dell’indipendenza italiana. Credo fermamente che l’affinità tra la Resistenza italiana e l’aspirazione iraniana all’indipendenza funga da base per una vera e propria “empatia strategica” tra i nostri popoli. Per noi, la sovranità è una linea rossa invalicabile. Proprio come la Resistenza fu una reazione necessaria all’occupazione e al fascismo per riconquistare la libertà nazionale, l’Iran vede le proprie lotte storiche come uno sforzo permanente contro l’interferenza delle grandi potenze. In questo quadro, Teheran non guarda all’Italia come a una potenza coloniale tradizionale, ma come a un attore che ha assaporato direttamente la lotta per l’indipendenza; dopotutto, le città italiane portano ancora il ricordo dei bombardamenti americani. Questa visione comune rende l’Italia un partner potenziale unico per bilanciare l’influenza spesso aggressiva di altre potenze occidentali. L’esperienza della Resistenza ha insegnato a entrambi che una sicurezza duratura si ottiene solo quando è garantita da forze interne. È per questo che molti, in Iran, si aspettano che l’Italia svolga il ruolo di “facilitatore del dialogo”, anziché limitarsi a seguire missioni offensive temporanee. Riguardo al secondo punto, ha toccato un tema fondamentale. Replicare oggi il “modello Mattei” richiede il superamento dei vecchi schemi commerciali per entrare in una nuova fase di “partnership strategico-tecnica”. Enrico Mattei, con la sua formula rivoluzionaria “75-25” a favore del Paese ospitante, pose le basi di un rapporto che privilegiava la sovranità nazionale rispetto al mero profitto a breve termine delle compagnie petrolifere. Le relazioni economiche tra i nostri Paesi sono sempre state basate sul principio del “win-win” e sul rispetto reciproco. Nonostante i duri colpi subiti negli ultimi dieci anni, credo che questo distacco non sia destinato a durare. Da parte nostra, abbiamo già avviato iniziative concrete per aumentare la conoscenza dei prodotti creativi e artistici iraniani tra gli operatori italiani; ne è un esempio lampante il primo showroom d’arte creativa iraniana a Roma, tenutosi lo scorso marzo in collaborazione con la Camera di Commercio Italo-Iraniana. È da questa base culturale e di stima reciproca che possiamo ricostruire una partnership infrastrutturale solida.
