Roberto Roggero – L’informazione mainstream continua a occuparsi ostinatamente di Ucraina, Iran, Medio Oriente, sempre meno di Gaza e Cisgiordania, dove il massacro continua nell’indifferenza internazionale e nella convinzione di assoluta impunità del governo sionista di Benjamin Netanyahu. Con tutto il rispetto per le sopra citate aree di crisi, esistono altre zone del mondo, strategicamente fondamentali dal punto di vista delle risorse naturali e del commercio globale, come Yemen, Sud Sudan, Sudan, e soprattutto il territorio del Sahel, dove imperversano le formazioni jihadiste che fanno capo allo Stato Islamico o ad Al-Qaeda.
Le agenzie di intelligence invece sono concentrate su queste aree altamente strategiche, e monitorano la situazione, ma senza intervenire direttamente, i il minimo indispensabile, per orientare in una direzione o in un’altra, il clima di conveniente disequilibrio, in linea con gli interessi delle grandi multinazionali di vari settori, dal petrolio, ai diamanti, al gas naturale, coltan, rame, oro, cobalto e una lunga lista di terre rare e metalli preziosi.
Mali, Niger e Burkina Faso sono i Paesi che compongono il cuore della regione africana, attualmente in una situazione drammatica, con l’Africa Corp russo (derivato dal Gruppo Wagner ma direttamente dipendente dal ministero della Difesa di Mosca, presente con una massiccia presenza soprattutto in armamenti e dotazioni particolari, (fra cui sistemi missilistici antiaerei portatili MANPADS di fabbricazione occidentale, come Stinger e Mistral).
Le complicità ucraine nei confronti dei movimenti del Sahel non sono una novità. Erano già state documentate in relazione ai precedenti attacchi contro convogli dell’Africa Corp. A queste si aggiungono voli di ricognizione, sorveglianza satellitare con la cooperazione del Costa d’Avorio, specialmente nella parte meridionale dell’AES (Alleanza degli Stati del Sahel, cioè Mali-Burkina Faso-Niger) compreso lo stesso Costa d’Avorio e il Benin, con legami a Parigi e Washington.
I paramilitari russi agiscono a sostegno delle truppe governative soprattutto in Mali, esteso più o meno quanto l’Europa occidentale, dove sono schierati circa 12mila militari, secondo quanto dichiarato da Mosca e confermato da diverse fonti anche indipendenti e dai pochi resoconti trapelati a partire dallo scorso 25 aprile, quando si sono acutizzati gli scontri armati a causa dell’offensiva del FLA, il Fronte di Liberazione attivo nella provincia dell’Azawad, e del gruppo JNIM, cioè i fondamentalisti islamici che fanno capo al Fronte di Sostegno all’Islam e ai Musulmani e all’Isis, nella più massiccia operazione contro il governo, dal 2012. È la punta dell’iceberg di una situazione che da molti anni va avanti, e che per comprendere a fondo bisogna guardare anche fuori dal Mali.
All’alba del 25 aprile, la calma apparente è stata squarciata da improvvise esplosioni e colpi di artiglieria, in sette principali città del Paese e contemporaneamente. Sono state colpite Kati, dove si trova la base-fortezza militare a nord-ovest della capitale Bamako, e poi Kidal, Sévaré, l’aeroporto internazionale Modibo, Gao, Keita, Ségou e Mopti. L’offensiva è iniziata con l’impiego di veicoli-bomba, droni d’assalto, ordigni IED (Improvised Explosive Device, cioè di fabbricazione artigianale) e artiglieria mobile, prevalentemente contro avamposti militari governativi, che sono stato colti nella totale sorpresa.Nell’esercito regolare le perdite sono state pesanti, molti gli obietivi mirati, fra cui il ministro della Difesa, Sadio Camarà (fra i protagonisti della collaborazione con la Russia), ucciso da un’auto-bomba contro la sua abitazione, e il capo dell’intelligence, Modibo Koné, ferito gravemente nei pressi di Kati in un agguato portato da uomini armati, e trasferito d’urgenza in un ospedale della capitale.
La situazione è precipitata velocemente: due giorni dopo sono stati interrotti i collegamenti fra Bamako e Kidal e la ex base ONU-Minusma è stata presa d’assedio. In un primo tempo, i reparti russi (con istruttori ucraini ed europei) e le truppe del FAMa (Forces Armées Maliennes) hanno dovuto effettuare veloci ripiegamenti strategici, con l’assistenza di consulenti specializzati dell’Algeria, distruggendo la base per non lasciarla in mani nemiche. Il 28 aprile la stessa Bamako è stata attaccata dai fondamentalisti dello JNIM e il 1° maggio anche la base di Tessalit, nei pressi del confine algerino, è diventata terreno di scontro.
Per la prima volta, in modo massiccio, l’iniziativa dei ribelli è stata effettuata con la coalizione FLA-JNIM, che in passato avevano anche avuto pesanti diverbi a causa di ideologie e interessi contrastanti. Il Fronte di Liberazione dell’Azawad avrebbe anche accettato la condizione posta dallo JNIM, ovvero l’imposizione della Sharia, la legge islamica, in tutte le zone conquistate. Una strana comunanza, anche forzata, dal momento che il FLA opera con obiettivi di carattere nazionalista su base etnica, mentre lo JNIM professa la Jihad senza differenze fra ogni genere di nemico.
L’Alleanza degli Stati del Sahel ha definito gli attacchi “azioni pianificate e coordinate da tempo” con l’obiettivo di seminare il terrore fra la popolazione, sottolineando che coordinamento, obiettivi e logistica dimostravano una regia esterna. Una regia non proclamata apertamente, ma la cui provenienza pare essere ben identificabile, cioè dalla Libia.
Nella maggior parte del Sahel, attualmente è in funzione un efficiente sistema di mobilitazione per diverse migliaia di combattenti, attivo più o meno dalla fine del 2011, come conseguenza del crollo del regime di Gheddafi, che non ha destabilizzato solo la Libia, ma l’intera fascia subsahariana, rilasciando un più che notevole quantitativo di armamenti al miglior offerente. Buona parte dei questo materiale è finito negli arsenali di diversi gruppi clandestini, fra cui le formazioni che in seguito hanno formato il FLA dell’Azawad e che nel gennaio 2013 hanno assaltato e occupato Timbuctù e tutto il Mali settentrionale, costringendo la Francia a eseguire l’operazione Serval, su richiesta del governo maliano, per proteggere la popolazione (soprattutto i circa 5.000 cittadini francesi residenti) e fermare l’avanzata di gruppi jihadisti e ribelli verso Bamako. L’intervento ha permesso di riconquistare le principali città del nord prima di essere sostituito, nel 2014, dall’operazione Barkhane. Un intervento costato quasi 100 milioni di euro, con il supporto di forze speciali ed elicotteri da combattimento, che ha bloccato l’avanzata su Diabaly e permesso la riconquista dei principali centri strategici nel nord del Paese, fra cui Gao, Kidal e la stessa Timbuctù.Lamorte di Gheddafi ha penalizzato specialmente i movimenti indipendentisti Tuareg, minoranza con alle spalle una storia decisamente travagliata, che il colonnello libico aveva preso sotto la protezione, soprattutto per motivi tribali. Dopo il 2011 i Tuareg vengono presi di mira con vere e proprie operazioni di pulizia etnica da parte delle nuove autorità libiche e si sparpagliarono in tutto il Sahara, sconfinando nell’Azawad, considerata la loro terra di origine.
Da qui, il paradosso dell’intervento armato in Libia, spacciato per umanitario, da parte di Francia e, in parte, Gran Bretagna, che ha avuto ripercussioni devastanti soprattutto proprio nel Mali e ha fornito il pretesto per la ultraventennale occupazione militare straniera dei Paesi del Sahel.
Un altro fattore storico che l’informazione mainstream non prende mai in considerazione, nel processo di destabilizzazione del Sahel, è l’influenza dell’Algeria, che aveva a sua volta attraversato il proprio drammatico periodo durante gli anni ’90 del secolo scorso, con le attività terroriste dei diversi gruppi fondamentalisti islamici, in particolare del FIS (Front Islamique du Salut i al-Jabhah al-Islāmiyah lil-Inqādh) partito politico di ideologia radicale che aveva raggiunto il 47,3% dei voti nel 1991, ponendo fine all’era del Fronte di Liberazione Nazionale, con scontri che causarono una sanguinosa guerra civile, fino alla presa del potere da parte di una giunta militare, che nel marzo ‘92 decretò a sua volta la messa fuorilegge del FIS, trasformato in Gruppo Islamico Armato, finanziato in parte da alcuni governi occidentali, che hanno così contribuito a porre i Paesi del Sahel in una condizione di dipendenza strategica, con il chiaro scopo di accaparrarsi le risorse naturali della regione, spacciando la presenza in loco con la necessità di mediazione, mentre in realtà si trattava di un preordinato piano di destabilizzazione. Parte attiva, anche se in misura minore, ebbe anche la Mauritania, per motivi territoriali.
Ciò che è avvenuto alla fine dell’aprile 2026 non è altro che la conseguenza di questo scenario, perché le potenze occidentali non sono comunque disposte a lasciarsi sfuggire i tesori del sottosuolo saheliano, per cui la presenza dell’Africa Corp russo alla fine non offre elementi che possano variare sostanzialmente gli equilibri, dal momento che si tratta di circa 2.000 paramilitari, in un Paese di oltre 1 milione e 250mila km quadrati, anche se armati di tutto punto come moltiplicatore delle truppe regolari maliane, in particolare per quanto riguarda la protezione dei siti di interesse produttivo e per la sorveglianza aerea.L’episodio di Tinzawaten del 2023, imboscata aveva causato oltre 80 morti fra i russi e la cattura di decine di soldati, aveva già segnalato i limiti operativi di questa configurazione nel deserto sahariano.
Per il resto, il ripiegamento strategico dalla zona di Kidal si è svolto in buon ordine e quindi non si può considerare una sconfitta, ma una precisa scelta operativa per evitare un accerchiamento, con l’assistenza dei droni turchi Bayraktar.
L’esercito governativo del Mali, da parte sua, conta circa 60mila soldati, che per altro la narrazione mainstream continua a sottovalutare, non considerando il fatto che solo cinque anni fa non superava i 20mila uomini, scarsamente armati. Oggi le FAMa sono un insieme ben addestrato, con moderni armamenti di fabbricazione russa e turca, istruzione professionale di notevole livello e, soprattutto, con il pieno sostegno della popolazione.
È stato soprattutto grazie al supporto popolare che la tanto propagandata invincibilità dei ribelli jihadisti è crollata dopo pochi giorni, permettendo la riconquista dei principali centri urbani precedentemente occupati dallo JNIM e dal FLA.
L’Africa Corp russo ha dato un chiaro contributo, ma la controffensiva è stata sostenuta esclusivamente dalle FAMa, con operazioni congiunte, in coordinamento con reparti provenienti dagli altri Paesi dell’Alleanza del Sahel, che il 30 aprile sono vittoriosamente entrate a Kidal, Gao e Ménaka, evitando la frammentazione del Paese, obiettivo che invece ha colpito per esempio la Siria, fin dai primi anni della guerra civile culminata con la cacciata del dittatore Bashar Al-Assad, e non a caso scoppiata proprio nel 2011m con la sotterranea complicità occidentale, coperta da una narrativa di liberazione, utilizzo di tecnologie come droni “commerciali” e connettività satellitare come moltiplicatori di potenza. Le formazioni comandate da Mohammad AL-Jolani, oggi presidente riconosciuto con il nome di Ahmad Al-Sharaa, durante gli scontri aveva garantito ogni possibile accesso alla rete Starlink, prima ancora che il governo Assad crollasse. Nel Sahel si replica lo stesso modello, adattato alla situazione specifica. L’offensiva JNIM-FLA del 25 aprile ha prodotto tre effetti strutturali che indubbiamente avranno conseguenze a lungo termine, non solo a livello regionale, perché il Sahel non è una periferia, ma il laboratorio in cui vuole sperimentare il modello di sovranità post-coloniale, con la differenza sostanziale che il Mali di oggi è profondamente diverso da quello dei primi anni 2000.
Insieme a Burkina Faso e Nigler, ovvero la AES, in meno di tre anni è avvenuta l’espulsione della Francia colonialista, è stata chiusa la più che inutile e ingombrante missione ONU, allontanato gli Stati Uniti, e nella Regione sono arrivati Cina e Russia.I satelliti commerciali ad alta risoluzione, in particolare SkySat e Pelican (made in Planet), monitorano le installazioni militari della regione, e il confronto fra immagini scattate a distanza di mesi rende evidente come Mosca e Pechino si stiano insediando progressivamente, per esempio con il controllo di Camp Castor, nei pressi di Gao, dove ha sede il principale centro di intelligence OSINT dell’intero Sahel, una delle principali piattaforme operative russe in Mali, da cui partono missioni nelle regioni di Ménaka e Kidal contro i gruppi del CSP-DPA, (formazioni Tuareg), e di Jamaat Nusrat al-Islam wa al-Muslimin, cioè il fronte JNIM, o come avvenuto in Niger, nei dintorni della capitale Niamey, dove il governo militare del generale Abdourahamane Tchiani ha espulso i militari francesi nell’autunno 2023 e quelli americani fra l’aprile e il luglio del 2024, aprendo ai russi la Base Aerea 101, adiacente all’aeroporto civile, oggi principale polo aereo militare del Paese. Ancora più evidente il caso di Agadez, nel deserto del Teneré, dove gli Stati Uniti avevano costruito la più grande base aerea americana mai realizzata nell’Africa Subsahariana, costata oltre 120 milioni di dollari ed evacuata dopo meno di otto anni nel luglio 2024, oggi nodo fondamentale per la sorveglianza con droni Reaper in tutto il Sahel centrale, oltre a osservazione effettuata dalla FAN (Force Aeriénne du Niger) con droni Akinci e Bayraktar TB2, già osservati in Mali e Burkina Faso, con piattaforme Pelican e SkySat.
Da tenere in debita considerazione, inoltre, i collegamenti fra AES e Repubblica Centrafricana, cuore pulsante del sistema russo nella Regione, dove dal 2018 si trova il comando operativo dei contingenti russi. fin da quando si chiamavano Gruppo Wagner, oggi Africa Corp, in cambio di concessioni minerarie aurifere e diamantifere e della difesa del regime di Faustin-Archange Touadéra, in precedenza primo ministro e dal 2016 presidente.
Nonostante il numero ridotto di uomini, la Russia è saldamente presente nel Sahel poiché controlla i principali punto logistici della Regione, a partire dal comando operativo nella Repubblica Centrafricana, fino a estendere il proprio controllo su una rete di essenziali nodi logistici, come un aeroporto a Gao, uno a Niamey, uno ad Agadez, due basi a Bangui e Berengo. Da questi punti si muovono istruttori, consiglieri, intelligence, e talvolta operazioni dirette, a fronte di un capillare sistema di pagamento in concessioni minerarie aurifere, diamantifere, legname e altri metalli preziosi, lella totale assenza di osservatori internazionali da quanto è stata interrotta la missione ONU-Minurso. Dopo il ritiro delle truppe francesi e americane, Mali, Niger e Burkina Faso hanno nuovamente negoziato i contratti minerari con inaspettata determinazione, contando soprattutto su risorse aurifere, petrolio e uranio.
L’Alleanza degli Stati del Sahel prosegue quindi nella propria politica che ha come obiettivo l’autosufficienza economica, specialmente in vista del 6 luglio, anniversario del vertice di Niamey, quando due anni fa i tre Paesi membri, in procinto di uscire dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, firmarono il trattato che sancì la nascita della AES. L’alleanza esisteva ufficiosamente già, ma è a Niamey che ha assunto la forma politica con cui oggi si presenta, con tre giunte militari al governo, che professano il concetto panafricano di emancipazione dal neocolonialismo.
Ovviamente, il primo requisito per poter puntare a tale obiettivo è il controllo del proprio territorio nazionale, e a tale scopo è stata messa a punto la mutua assistenza per la difesa congiunta che però, nei fatti, resta ancora una promessa. I mercenari russi, sotto diretto controllo dell’FSB di Mosca, hanno sostituito il fallimentare ombrello francese, sono determinati, ma impossibilitati ad essere pienamente efficienti.
In questo contesto di crescente instabilità, l’Alleanza degli Stati del Sahel sembra reggere come progetto politico, meno come unione militare. La sovranità rivendicata è una cosa, quella esercitata un’altra, tuttavia non mancano segnali concreti che qualcosa si sta effettivamente realizzando, anche perché l’economia dei tre Paesi membri è nonostante tutto solida, al contrario di ciò che si diceva, o si sperava, a livello internazionale.A Bamako è operativa la Banca Confederale Investimento e Sviluppo, per finanziare infrastrutture fuori dai circuiti di Parigi e degli accordi capestro Bretton Woods. Mali, Niger e Burkina Faso restano però agganciati al franco CFA a garanzia francese, e la rivoluzione monetaria, annunciata più volte, non è ancora stata avviata, per la mancanza di riserve, istituzioni e accordi commerciali che la AES non ha ancora costruito, e il Sahel rimane un epicentro di disequilibrio e conflitto e attività legate al fondamentalismo jhadista e alle aspirazioni indipendentiste della comunità Tuareg.
A tal fine, nel luglio 2025 il JNIM ha lanciato una serie di attacchi vicino ai confini con di Mali, Senegal e Mauritania, nonché un successivo blocco delle città strategiche di Kayes e Nioro du Sahel, che ha di fatto paralizzato l’economia del Mali.
Le precedenti incursioni sono state dirette verso le coste dell’Africa occidentale a sud, prendendo di mira Costa d’Avorio, Togo e Benin.
Le economie clandestine, in particolare legate all’estrazione mineraria e al traffico illecito, rappresentano una fonte di finanziamento particolarmente redditizia per le operazioni delle formazioni collegate al fondamentalismo islamico.
La zona di confine tra la Guinea e il Mali è caratterizzata da una considerevole attività mineraria sia artigianale che industriale, che rappresenterebbe una grande opportunità per il fronte JNIM. Allo stesso tempo, il confine è zona di traffico di carburante verso il Mali, soprattutto da quando lo JNIM ha imposto il blocco alle città di confine.
Sebbene la Guinea si trovi in una situazione difficile, la minaccia maggiore che potrebbe arrivare dal JNIM non è tanto la prospettiva di un attacco militare, ma piuttosto le attività di raccolta fondi e reclutamento.
Se c’è una lezione che gli Stati avrebbero dovuto imparare dalla pessima gestione della minaccia jihadista nel Sahel, è che quello che devono offrire è una opportunità economica agli abitanti delle zone di confine, affiancata da campagne di sensibilizzazione e iniziative di sviluppo, ma come hanno dimostrato Burkina Faso, Mali e Niger, è più facile a dirsi che a farsi.
