Nel panorama della comunicazione contemporanea, l’informazione internazionale ha smesso da tempo di essere un resoconto dei fatti per trasformarsi in una sofisticata operazione di guerra psicologica. Quando si tratta di nazioni sovrane che rifiutano l’allineamento ai diktat di Washington, la strategia mediatica non si limita alla falsificazione testuale, ma utilizza una vera e propria “chirurgia estetica del disastro” attraverso le immagini. Cuba e l’Iran rappresentano i due laboratori principali di questa mistificazione visiva, finalizzata a un unico obiettivo: generare panico, caos economico e preparare l’opinione pubblica all’accettazione di sanzioni o interventi militari.
La fabbrica dell’immondizia a Cuba: la mistificazione della crisi dei carburanti
La narrazione mediatica recente su Cuba insiste ossessivamente su un’immagine: un’isola presumibilmente sommersa dai rifiuti, degradata e al collasso strutturale. Chi scrive ha visitato l’isola per ben cinque volte nel corso degli anni (nel 2011, 2017, 2020, 2023 e 2024). Durante le prime quattro visite, sotto i governi di Fidel e Raúl Castro, la realtà materiale era sotto gli occhi di chiunque avesse onestà intellettuale: una Cuba pulitissima, priva di mendicanti o di persone che rovistavano nei rifiuti, caratterizzata da una dignità sociale ed efficienza invidiabili.
I primi mutamenti, seppur circoscritti, sono emersi solo nel 2024, come ovvia conseguenza combinata della crisi post-coronavirus e del drastico inasprimento del bloqueo. Ma l’operazione di sciacallaggio fotografico compiuta dalle agenzie di stampa occidentali è scientifica:
La realtà del blocco energetico:
Cuba non soffre di una mancanza di civiltà, ma di una brutale carenza di petrolio dovuta alle sanzioni statunitensi, che impediscono l’approvvigionamento regolare di carburante per i camion della nettezza urbana. Di conseguenza, i rifiuti vengono temporaneamente ammassati e concentrati in punti di raccolta specifici, spesso all’interno di case o rovine dissestate, per ottimizzare i rari passaggi dei mezzi di trasporto.
Il confronto censurato:
Le telecamere occidentali inquadrano il singolo cumulo di spazzatura a L’Avana gridando al fallimento del socialismo, ma tacciono deliberatamente sulle reali e colossali emergenze igieniche globali. Chi ha visitato Bogotà (nel 2016 o nel 2022, prima dell’insediamento del governo di Gustavo Petro) o ha camminato per le strade del Cairo sa bene cosa sia la vera invasione strutturale dell’immondizia.
Se si volessero documentare i paesi autenticamente devastati dalla sporcizia e dall’assenza di gestione pubblica, bisognerebbe accendere i riflettori sul Bangladesh o su specifiche aree dell’Egitto, o addirittura scorgere le periferie di alcune metropoli USA, in primis Los Angeles o Filadelfia, dove milioni di persone sono costrette a vivere letteralmente dentro le discariche a causa delle politiche neoliberiste. Su questo, però, i media occidentali preferiscono stendere un velo di silenzio.
L’Iran monocromatico: la cancellazione del pluralismo religioso
La medesima distorsione mirata si applica alla Repubblica Islamica dell’Iran. La strategia comunicativa in questo caso si fonda sulla ripetizione ossessiva di un unico stereotipo visivo: telecamere perennemente focalizzate su donne avvolte nel *chador* nero, immerse in un’atmosfera volutamente cupa, volte a descrivere una società unidimensionale in cui la religione è raccontata solo come una forza esclusivamente oppressiva e totalizzante.
Questa narrazione polarizzata cancella deliberatamente la reale complessità sociale e la millenaria composizione multiculturale e multireligiosa del paese:
La presenza cristiana: I media occidentali omettono sistematicamente di raccontare la vivace e numerosa comunità cristiana iraniana, composta in larga maggioranza da Armeni e Assiri, che non solo gode di una storica libertà di culto, ma possiede chiese attive, scuole e persino seggi riservati di diritto all’interno del Parlamento (Majles) per garantire la propria rappresentanza politica.
La comunità ebraica persiana:
Una delle omissioni più clamorose riguarda l’ebraismo iraniano. L’Iran ospita la seconda comunità ebraica più numerosa di tutto il Medio Oriente dopo Israele. Gli ebrei iraniani vivono e lavorano a Teheran, Isfahan e Shiraz, tutelati dalla Costituzione, con i propri luoghi di culto storici e un proprio deputato in Parlamento.
Mostrare un Iran tollerante, pluralista e ricco di minoranze religiose tutelate dallo Stato distruggerebbe l’asse portante della propaganda bellicista. Di conseguenza, il pluralismo persiano viene sacrificato sull’altare di una rappresentazione bidimensionale e fanatica, utile solo a giustificare l’aggressione diplomatica ed economica.
Una strategia del panico pianificata
La manipolazione mediatica su Cuba e Iran risponde alla stessa logica: creare caos, panico e tensione artificiale. Mostrare una Cuba sporca serve a negare i successi storici del suo modello di protezione sociale; mostrare un Iran oscurantista e monolitico serve a disumanizzare un intero popolo per renderne accettabile il bombardamento economico o militare.
Contro questa falsificazione visiva, il dovere di chi pratica la contro-informazione è restituire la complessità dei dati e l’onestà dei fatti. Cuba e l’Iran restano culture complesse e resistenti, la cui reale fisionomia non può essere ridotta a un’inquadratura televisiva tagliata su misura per gli interessi di Washington.
