Nei sottoscala ideologici e nelle fogne social di una certa sinistra residuale, ormai ridotta a un patetico lumicino, assistiamo con imbarazzante regolarità al festival dell’analfabetismo politico. L’ennesimo esempio plastico di questa deriva è il post in questione: un concentrato di superficialità in cui si pretende di demolire la parità di genere sfoderando la solita, stancante battutina da bar sport sulle donne che “non aspirerebbero a fare i muratori o gli idraulici”.
Tale uscita non è soltanto una squallida goliardata da troll da tastiera; è la spia rossa di un’ignoranza sistemica, rozza e viscerale. Siamo di fronte a un approccio totalmente antiscientifico, idiota e privo di qualunque base teorica, che rivela quanto il veleno ideologico della destra reazionaria e cospirazionista sia penetrato nei cervelli all’ammasso di chi, pur sfoggiando icone rivoluzionarie, dimostra di essere cresciuto filosoficamente sulla montagna del sapone.
Il provincialismo da macchietta e la totale cecità sulla storia del lavoro femminile
Per sostenere con pervicace ottusità che le donne “non aspirino” alle mansioni manuali o ai lavori d’ impalcatura e di cantiere, bisogna vivere in uno stato di reclusione mentale permanente, privi perfino del concetto di geografia elementare.
Sotto il profilo storiografico, sociologico e scientifico, la favoletta della donna “strutturalmente aliena” al lavoro pesante è una castroneria imbarazzante che crolla di fronte alla cruda realtà dei fatti:
- Le minatrici e le cernitrici sarde: Nella storia mineraria italiana — in particolare nei bacini di Buggerru, Carbonia e Monteponi — la presenza della forza lavoro femminile (di minatrici) e il suo ruolo di avanguardia nelle storiche lotte di classe del 1904 sono fatti storici scolpiti nella pietra, che questi “comunisti da operetta” ignorano deliberatamente.
- Le muratrici della ricostruzione: Nell’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale e nell’Unione Sovietica, la ricostruzione edile e infrastrutturale è stata tirata su in grandissima parte dalle braccia e dal sudore delle donne.
- La realtà internazionale contemporanea: Basterebbe staccare gli occhi dallo schermo del telefono e fare un giro fuori dal proprio cortile provinciale — nel Nord Europa, in Germania, nel Regno Unito o in Nord America — per constatare l’evidenza: le donne idraulico, le carpentiere, le elettriciste e le muratrici sono realtà quotidiane ed esercitano regolarmente nei cantieri.
Liquidare la parità di genere riducendola a una presunta “mancanza di vocazione” per i lavori usuranti non è un’analisi sociale: è un esercizio di pura ignoranza rozza, tipico di chi scambia i propri limiti culturali e la propria pigrizia mentale per una legge di natura.
La fallacia dei sempliciotti: scambiare le Pari Opportunità con l’Omologazione Forzata
Il ragionamento del nostro “intellettuale” da pianerottolo cade in una trappola logica tanto elementare quanto ridicola: confondere il principio delle pari opportunità con il mito reazionario dell’omologazione coatta.
Ci vuole un tasso di analfabetismo funzionale notevole per non capire che il principio delle pari opportunità non ha mai preteso di imporre quote matematiche o di spedire a forza le persone nei cantieri. Le pari opportunità significano una cosa sola, chiarissima a chiunque abbia un cervello funzionante:
- La garanzia del libero accesso di ogni persona a qualsiasi settore del lavoro e del sapere, abbattendo barriere materiali, pregiudizi e discriminazioni.
- La parità salariale (a pari lavoro, pari salario).
- Il diritto all’autodeterminazione, per cui ogni donna deve essere libera di fare la carpentiera, l’ingegnera, l’idraulica o la docente senza essere giudicata, ostacolata o ridicolizzata da quattro ignoranti.
Pretendere di misurare la validità della parità di genere contandone le percentuali nei cantieri italiani è una scemenza antiscientifica che ribalta la causa con l’effetto. La segregazione occupazionale è l’effetto dei condizionamenti patriarcali, non la prova della loro bontà.
Lo scempio della dottrina: Marx e i classici contro i comunisti da baraccone
La cosa più grottesca e rivoltante è vedere certi figuri utilizzare la stella rossa o il linguaggio di classe per veicolare battute sessiste da caserma. Usare il marxismo per coprire il proprio analfabetismo è un sacrilegio teorico. Il socialismo scientifico ha sempre distrutto sul nascere queste cianfrusaglie patriarcali.
I testi sacri del pensiero rivoluzionario sputano in faccia a queste idiozie:
Karl Marx e Friedrich Engels “L’emancipazione della donna si misura sul metro dell’emancipazione generale.” — Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (Edizioni Rinascita, Roma, 1950; ed. or. 1884). Engels dimostra scientificamente che l’oppressione della donna è la prima oppressione di classe della storia e che non può esistere alcuna rivoluzione senza il totale superamento della divisione sessuale del lavoro.
V. I. Lenin “Non vi può essere rivoluzione né emancipazione sociale senza la piena emancipazione delle donne…” — V. I. Lenin, Sulla emancipazione della donna (Editori Riuniti, Roma, 1970). Per Lenin, chiunque ostacolasse o deridesse l’ingresso delle donne in ogni settore della produzione era semplicemente un controrivoluzionario o un imbecille.
Mao Zedong “Le donne sostengono la metà del cielo.” — Mao Zedong, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo (Edizioni in Lingue Estere, Pechino, 1957). La Cina socialista ha fatto della distruzione del patriarcato e dell’ingresso delle donne nelle professioni pesanti e nell’edilizia la propria spina dorsale.
Il Socialismo Anticoloniale e Arabo Persino le esperienze del socialismo anticoloniale, come la Libia di Mu’ammar Gheddafi (cfr. M. Gheddafi, Il Libro Verde, Parte Terza, 1979), hanno sempre rivendicato il ruolo paritario delle donne nell’istruzione, nelle professioni e persino nelle armi, contro le arcaicità feudali.
La pericolosità sistemica della deriva: un dispositivo controrivoluzionario
Questa infiltrazione dell’estrema destra in una sinistra ridotta al lumicino non è soltanto un campionario di idiozie individuali: è un fenomeno estremamente pericoloso e reazionario.
La penetrazione di stilemi cospirazionisti, misogini e anti-woke risponde a un preciso scopo politico: blindare qualsiasi ipotesi di evoluzione e progresso sociale e civile reale. Si tratta di una manovra diversiva per inquinare il dibattito pubblico, svuotare di senso il pensiero critico e creare deliberatamente confusione ideologica tra le nuove generazioni, impedendo loro di sviluppare una reale coscienza di classe.
Ma c’è di più: sabotare l’emancipazione femminile e ridicolizzare la lotta delle donne significa, nei fatti, evitare e disinnescare qualsiasi prospettiva rivoluzionaria. La storia insegna in modo inequivocabile che nessuna trasformazione radicale dei rapporti di forza, nessun processo rivoluzionario e nessuna reale liberazione sociale sono mai avvenuti né potranno mai avvenire senza la partecipazione attiva, primaria e consapevole delle donne. Privare il movimento di classe della sua componente femminile significa condannarlo alla sterile irrilevanza o alla sottomissione alle logiche del capitale.
Pulizia etica e teorica contro la feccia reazionaria
Chi si ostina a fare lo spiritoso sulla parità di genere tirando in ballo l’idraulico o il muratore non sta facendo né ironia né lotta di classe: sta solo mostrando al mondo la propria desolante arretratezza culturale e facendo da sponda al nemico di classe.
Di fronte a questa deriva antiscientifica, stupida e palesemente infiltrata dalla reazione, ogni militante, intellettuale e cittadino autenticamente progressista ha un dovere preciso e non rinviabile: denunciare con forza queste mistificazioni, ridicolizzare pubblicamente la loro inconsistenza teorica ed emarginare senza alcuna indulgenza chiunque si faccia portavoce di tali bassezze ideologiche.
Non c’è spazio né tolleranza per chi usa la retorica da bar contro le donne: non sono compagni, sono solo la stampella più patetica, nociva e ridicola del patriarcato e della reazione.
