L’EREDITÀ DI UN “IMAM DEGLI OPPRESSI”: LA SINISTRA LATINOAMERICANA DI FRONTE ALLA MORTE DI KHAMENEI
LA VOCE DI ALEIDA GUEVARA: IL MARTIRIO COME MOLTIPLICAZIONE DEL PROGETTO
La morte dell’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, avvenuta lo scorso marzo in seguito a un attacco contro il complesso in cui si rifugiava, ha segnato un punto di rottura profondo nella geopolitica del Sud globale. Tra le voci più autorevoli che hanno analizzato l’evento dalla prospettiva dell’internazionalismo cubano figura la dottoressa Aleida Guevara. In dichiarazioni riportate dai media vicini alla causa, la figlia di Ernesto “Che” Guevara ha inquadrato la figura dell’Ayatollah non come un leader religioso isolato, ma come un pilastro di una resistenza che trascende i confini del Medio Oriente.
IL VALORE DEL MARTIRIO:
Guevara ha sottolineato che Khamenei “si moltiplica nei milioni di uomini e donne che lo hanno amato”. La sua interpretazione respinge il concetto di “morte” come fine politica, preferendo la categoria del “martire” (mártir), inquadrandolo come un dirigente che ha sacrificato la propria vita per la tenuta di un progetto di sovranità nazionale.
LA DENUNCIA DELL’AGGRESSIONE:
Secondo Guevara, il popolo iraniano ha vissuto “da vicino il disastro dell’aggressione imperialista”, subendo la perdita di cari e bambini come prezzo per il rifiuto di piegarsi ai dettami di Washington. Per Guevara, questa è una lotta che unisce il Sud globale in un destino comune.
IL FRONTE LATINOAMERICANO: TRA CONDOGLIANZE E BATTAGLIE POLITICHE INTERNE
La reazione dei leader latinoamericani è stata variegata, riflettendo le contingenze interne e la necessità di gestire le pressioni esterne.
IL NICARAGUA DI DANIEL ORTEGA E ROSARIO MURILLO:
Il governo nicaraguense ha mantenuto la linea più ferma. In una nota ufficiale, Ortega e Murillo hanno espresso il loro profondo cordoglio al popolo iraniano, condannando con forza quella che hanno definito “barbarie terrorista” contro il governo e il popolo dell’Iran. La retorica del regime sandinista ha ribadito che il terrorismo è un’arma utilizzata dai nemici della pace contro popoli dignitosi. La delegazione governativa a Managua ha presenziato attivamente ai registri di condoglianze nell’ambasciata persiana, definendo apertamente Israele come uno “Stato genocida”.
LA SITUAZIONE DI GUSTAVO PETRO IN COLOMBIA
Per quanto concerne Gustavo Petro, la sua posizione è stata influenzata dall’estrema complessità della situazione politica interna. Il presidente colombiano e il suo partito sono attualmente sotto un violento attacco da parte delle destre, foraggiate dagli USA, in un clima segnato da pesanti sospetti di brogli elettorali alle ultime elezioni (in cui il vincitore sarebbe proprio il candidato conservatore appoggiato dagli USA). Petro, insieme ad esponenti come Iván Cepeda, è impegnato in una serrata battaglia politica e giudiziaria per far emergere la verità e ottenere giustizia. Questa priorità assoluta nella risoluzione della crisi interna e nella difesa della democrazia colombiana dalle destabilizzazioni in atto spiega la sua estrema cautela nel prendere posizione pubblica sul lutto iraniano, in una fase di tale fragilità per il suo governo.
LA “DOTTRINA DELL’UNITÀ DEI FRONTI”
La stampa latinoamericana legata ai movimenti di sinistra ha ribadito che Khamenei fu l’architetto della dottrina della “unità dei fronti”. Per questi media, la morte del leader non è percepita come una sconfitta, bensì come il compimento di una vita consacrata alla resistenza. L’analisi condivisa è che Washington e Tel Aviv abbiano cercato di decapitare una strategia regionale, ma che l’effetto dei funerali — descritti come “storici e di massa” — dimostri la fallacia di una strategia che sottovaluta la profondità del legame tra la leadership e le basi sociali iraniane, vedendo in questo lutto un atto politico di sfida strategica al blocco occidentale.
